Né buoni né cattivi

Passando in rassegna i giornali di oggi, la guerriglia romana del 14 dicembre sembra aver miglior lettura non come accadimento politico, ma con un vocabolario dei sentimenti tanto complesso che più che governo e istituzioni converrebbe tirare in ballo Umberto Galimberti e Gustavo Pietripolli Charmet. Piazza del Popolo sarebbe stata messa a ferro e fuoco da: “rabbia”, “pessimismo”, “solitudine” e – perché no! – “invidia” per i ricchi, le loro macchine sportive e il loro denaro custodito nelle banche.

Sarà che molti dei ragazzi che hanno messo Roma a ferro e fuoco sono giovanissimi, minorenni cresciuti dentro al berlusconismo e quindi inevitabilmente fuori dalla politica.

Sarà che, rispetto al movimento nato al G8 di Genova nel 2001, i vari slogan “un altro mondo è possibile” e “not in our name” sono stati sostituiti da un sempre più lucidamente rancoroso “not in my name”, figlio di quell’individualismo diventato nemico pubblico numero uno della politica.

Sarà che in questa rivolta di piazza mancano i leader, che non ci sono né cattivi maestri né professionisti della rivolta a dirigere il traffico dello sciame umano in manifestazione, quella folla che ieri ha accolto con esultanza le fiamme sui blindati, accese dalla “rabbia” di pochi, ma applaudite da molti.

Sarà per queste e altre macroscopiche differenze con le piazze del ’68 e del ’77 – la mancanza di bandiere e dei bastoni che le reggono, l’assenza di “rivendicazioni” – che la somma delle proteste e delle violenze di ieri non può dare come risultato una divisione tra buoni e cattivi.

Il tentativo di politicizzare la guerriglia è sbagliato, da una parte e dall’altra: sia chi, come il redivivo Casarini, tenta di unire sotto uno striscione – Uniti conto la Crisi – studenti, Fiom, L’Aquila e Chiaiano, sia chi nella maggioranza dice che i manifestanti volevano zittire il Parlamento.

Le violenze di ieri fanno paura perché non sono politiche, a parte quelle messe in atto dai pochissimi veterani delle manifestazioni che ancora sognano politiche inutili, morte e sepolte: sono violenze invece frutto di uno “spontaneismo ribelle” (mi secca, ma l’espressione l’ha usata l’ex ribelle Francesco Caruso), precario e atomizzato, difficile da categorizzare e quindi da combattere.

Potranno quindi venirci in aiuto filosofi e psicologi sociali per spiegare che a Roma non c’erano i manifestanti buoni e i manifestanti cattivi; che chi ha dato fuoco alle macchine o ha spaccato le vetrine delle banche è acceso dalla stessa rabbia, pessimismo, solitudine – in dosi più o meno forti – che hanno animato gli altri ragazzi in piazza, quelli che applaudivano ma anche quelli che dicevano hanno rovinato tutto.

Solo la Politica però può e deve muoversi per curare questi sentimenti – ascoltandoli e facendosene carico – prima che i sentimenti si cristallizzino e diventino politici. E quindi veramente pericolosi.