Il manoscritto ritrovato

Ripubblico la postfazione di Questo è stato di Piera Sonnino, che il Saggiatore ha appena ripubblicato dopo la prima edizione del 2004. A distanza di sedici anni, questo libro rimane una delle cose di cui sono più orgoglioso. Ad Auschwitz Piera Sonnino perse madre, padre, una zia e sei tra fratelli e sorelle. Piera terminò il manoscritto nel 1960 – Se questo è un uomo di Primo Levi era uscito per Einaudi soltanto due anni prima – ma decise di tenere la sua storia in un cassetto fino alla morte avvenuta nel 1999. Furono le figlie di Piera, Bice e Maria Luisa, a mandarmelo per il numero speciale sul Giorno della memoria del settimanale Diario. Da allora il libro è stato tradotto in inglese, tedesco, spagnolo e francese. Rimango convinto che se  fosse stato pubblicato quando fu scritto, oggi sarebbe riconosciuto come un testo fondamentale per sapere che cosa accadde agli ebrei italiani. 

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Il manoscritto ritrovato

«Ma quale sentimenti vuoi che provassimo?
Loro volevano che non fossimo più delle persone.
Quando Bice morì per un attimo pensai:
dopo mangerò la pelle delle sue patate».
Piera Sonnino

Sessanta pagine scritte a macchina, senza un errore, senza una cancellatura. Pensate, riscritte, limate, per essere custodite quarantadue anni in una cartella rossa di cuoio. Le memorie erano una presenza invisibile in casa. Erano l’ombra che scompariva in un cassetto e riappariva anni dopo, a ogni trasloco, per svanire nel nulla. Un testo così perfetto che è difficile capire perché non sia stato pubblicato allora. Forse, quando Piera Sonnino tornò a Genova nel settembre 1950, a soli ventotto anni, non poteva mettere ordine tra i propri ricordi. Prima doveva tentare di vivere. Conobbe Antonio Gaetano Parodi, comunista, commediografo e giornalista de l’Unità. Si sposarono quasi subito. Nel 1954 nacque Bice, nel 1959 Maria Luisa. Il diario fu concluso l’anno successivo. Con una data: “Genova, luglio 1960”, l’anno e il mese in cui la città, Medaglia d’oro della Resistenza, insorse per impedire un congresso del Movimento sociale italiano. Il delegato dei fascisti era l’ex prefetto Basile, l’uomo che aveva accolto i nazisti in città e scatenato la caccia agli ebrei. La prima bellezza di questo racconto riposa qui, nel ritegno di questo gesto privato.

I sei fratelli Sonnino. Piera, l’unica sopravvissuta, è l’ultima a destra.

Il modo in cui Piera Sonnino, fin dalle prime parole, misura le frasi, calibra gli aggettivi, il modo in cui, prima di iniziare a ricostruire una particolare successione di eventi, dichiara lo stato della propria capacità di ricordare, offre una grande lezione sulla memoria come privilegio degli uomini, come privilegio di chi è ancora umano. Nello sforzo di mettere in fila gli eventi, anche quando il ricordo si sgretola e tutto appare troppo terribile per essere creduto, Piera riesce a ritrarre, ripetendoli in sé, quell’insieme di gesti di pudore, dignità e vergogna che impedirono alla sua famiglia ogni più tenue reazione. Il senso del decoro può trasformarsi in una consegna al silenzio e all’immobilità.

È questo il nucleo da cui nascono i comportamenti della famiglia Sonnino, che fuggì intorno a Genova compiendo cerchi sempre più stretti, sempre più prossimi alla fonte del pericolo. Il più classico dei valori borghesi veniva accentuato dal sorriso in travertino che il fascismo esigeva da tutti. Piera nota anche questo, con grande intelligenza: “L’ottimismo ufficiale del regime non ammetteva e non tollerava drammi economici e familiari […] penso che finì per legittimare in qualche modo ciò che giudicavamo fosse dignità e decoro”. Nel caso dei Sonnino, questo pudore scivolava nella rinuncia, diventava timidezza. Ricorda oggi la figlia Maria Luisa: «Quando da piccole facevamo confusione, la frase tipica della mamma era: “Bambine, non facciamoci riconoscere”». Non farsi riconoscere fu appunto l’unica strategia che i Sonnino, e moltissimi che condivisero la loro tragedia, riuscirono a elaborare di fronte all’avanzare dell’orrore. Rimanere fermi, fare meno rumore possibile, non dare nell’occhio. Immobili, come animali abbagliati dai fari.

Il racconto fissa – descrivendo giornate, piccoli fatti e quotidiani soprusi – i motivi per cui quasi nessuno pensò di ribellarsi. In questo ricorda Il pianista di Roman Polanski. Gli avvenimenti più inconcepibili diventavano reali per il solo fatto di accadere. I limiti del possibile si spostavano ogni giorno, sempre più prossimi al baratro. La convinzione che ciò che esiste, per il solo fatto di esistere, abbia una sua giustificazione morale, è radicata e fatica a sfaldarsi. L’accerchiamento fu progressivo, quotidiano, una tessera alla volta. La catastrofe giunse in punta di piedi. “Noi avevamo immaginato la cattura” scrive Piera “come un ciclone che all’improvviso si abbattesse su di noi e invece avveniva quasi nel silenzio.” Come nel silenzio, questo testo è tornato alla luce.

Il progetto era intitolato La memoria lunga. L’idea era venuta a due lettori – Juri Guidi e Andrea Lilli – sul sito di Diario, il settimanale per cui lavoro. Un’idea semplice: invitare i lettori a mandare un ricordo dei loro nonni, a salvare un episodio che altrimenti sarebbe andato perduto. Così, il 17 maggio 2002, alle 11.37 del mattino, arrivò un’e-mail timidissima: “Chiedo scusa, mi chiamo Maria Luisa Parodi. Sono figlia di Piera Sonnino, sopravvissuta alla Shoah e scomparsa tre anni fa. Mia madre ha scritto un diario. Per tanto tempo è stato custodito da me e mia sorella. Ora è tempo (e vi assicuro che il percorso personale per staccarlo da me è stato ed è doloroso), se lo riterrete opportuno, di renderlo visibile e condividerlo assieme”.

Qualche giorno dopo, il manoscritto arrivava in redazione. Era intitolato La notte di Auschwitz, un titolo che oggi appare scontato, ma che nel 1960, due anni dopo l’uscita di Se questo è un uomo di Primo Levi, doveva scandire un suono – Auschwitz – non ancora così consumato. Fu pubblicato integralmente nel numero speciale che ogni anno Diario dedica al giorno della Memoria. Oggi è un libro. Sessant’anni dopo i fatti narrati, i lineamenti di otto persone riemergono dalla massa indistinta dei morti per riacquistare una storia, una faccia, un inizio e una fine. Non c’è nulla che si possa aggiungere alla loro storia, nulla che non sia contenuto nel racconto. Nulla, tranne capire se qualcosa, qualche minima traccia del loro passaggio permane, ancora oggi, nella memoria dei vivi.

Se alzi gli occhi sopra il casello autostradale di Chiavari, vedi la casa. È una villa a tre piani, cadente, che sorge di fianco al cimitero del paese. Non ci abita nessuno da decenni, il prato è una foresta di sterpaglie. Quando la deportazione degli ebrei italiani iniziò, la famiglia Sonnino abitava qui. Sampierdicanne, che allora era un “paesino a pochi chilometri da Chiavari”, oggi è stato completamente assorbito dalla città. Le poche case e la chiesa sono letteralmente sovrastate dai piloni di cemento e dal cavalcavia dell’autostrada. Noti la grande insegna di un centro Expert, un palazzetto dello sport dove vanno di domenica quelli che non vanno a messa, la chiesa e un’unica via da cui parte una scalinata che sale verso il cimitero.

Maria Sanguineti abita ancora qui. È una signora gentile, rimasta vedova molti anni fa. All’epoca dei fatti era una bambina. Trovarla non è stato difficile. È bastato presentarsi in parrocchia e aspettare che la voce girasse. Gli zii di Maria erano i mezzadri dei Castagnola, una ricca famiglia di Chiavari che aveva affittato la villa ai Sonnino. Mi mostra una foto in bianco e nero scattata negli anni sessanta. Due signori anziani sorridono un po’ curvi sull’ultimo gradino della scalinata che conduce all’entrata della casa. È quest’uomo, probabilmente, il “povero contadino di Sampierdicanne” per cui “l’umanità non si divide in ebrei e non ebrei, ma in ricchi e poveri, tra chi possiede tutto e chi non possiede nulla”. Sulle loro facce di mezzadri cade l’ombra del pergolato. Maria Sanguineti indica una specie di sedile di pietra alla destra della porta.

Racconta che Giorgio, il più giovane e disperato dei fratelli, amava sedersi lì con il grammofono e i dischi e chiamare a raccolta i bambini del paese per ascoltare la musica. «Erano le canzonette dell’epoca. Mi ricordo che metteva spesso la Piemontesina perché piaceva a mia zia.» Poi la canticchia. «Addio bei giorni passati / Mia piccol’amica ti devo lasciar / Gli studi son già terminati / Abbiamo finito così di sognar / Lontano andrò, dove non so / Parto col pianto nel cuor / Dammi l’ultimo bacio d’amor.» Dice che era un ragazzo gentile. Le è rimasta impressa soprattutto una sua raccomandazione: «Ci diceva sempre: “Pregate il Signore, bambini”. Io chiesi a mia zia perché parlasse sempre del Signore e mai di Gesù. Lei mi spiegò che Giorgio e la sua famiglia non credevano a Gesù perché erano ebrei». Ricorda «quella con gli occhiali», cioè Piera, e la mamma «perché era grossa e faceva contrasto con la zia che invece era alta e magra». «Poco tempo dopo che se ne andarono» continua «arrivarono i tedeschi. Si accamparono proprio nel prato di fronte alla casa, in linea d’aria saranno stati duecento metri… Li avrebbero presi anche se fossero rimasti». La tragedia dei Sonnino sembra un succedersi di mosse sbagliate. A guardare meglio ti accorgi quanto esigue fossero le possibilità di salvarsi.

Dall’8 settembre fino alla fine della guerra, la strada che collega Chiavari all’Alta Val Trebbia rappresentò uno dei centri nevralgici della guerra di liberazione. Il primo nucleo della Resistenza in Liguria si era formato a Favale, proprio nell’entroterra del chiavarese. Per diciannove mesi, da una parte e dall’altra, quella strada fu teatro di rastrellamenti, sparatorie, violenze, esecuzioni sommarie. Partigiani, nazisti, fascisti, perfino soldati mongoli alleati ai tedeschi, percorrevano quei monti, conquistavano e perdevano avamposti, si procuravano cibo. Percorsero questa strada, alla fine del settembre 1943, i nove componenti della famiglia Sonnino (la zia Anna è sempre con loro) per raggiungere Pietranera di Rovegno. Discendere in macchina nella gola del fiume Trebbia, sulla statale 45 che collega Piacenza a Genova, ti butta addosso una strana sensazione. È come se montagne e paesi osservassero di nascosto i visitatori. Ancora oggi qui sono capacissimi di indicarti una montagna, il monte Carmo, e raccontarti che fino agli anni sessanta il versante sud era verdissimo per i morti abbandonati su quel crinale a ingrassare la terra.

Nell’autunno 1943 le formazioni partigiane della zona non avevano ancora raggiunto i quasi quattromila uomini che avrebbero avuto l’anno successivo. C’erano i quasi mille della Divisione Cichero di Aldo Gastaldi, il leggendario comandante Bisagno morto in un incidente stradale il 23 maggio 1945, la divisione Giustizia e Libertà del comandante Fausto, strutturata in sette brigate per duemila uomini complessivi, e poi la Caio, la Jori, la Oltrepò, la Stella rossa. Il futuro senatore a vita Paolo Emilio Taviani, allora comandante Pittaluga, insediò un comando partigiano a Fascia, pochi chilometri a ovest di Rovegno. Sul fronte nemico c’erano i tedeschi, con truppe mongole e turche, i repubblichini della X Mas, bersaglieri e alpini della Brigata Aosta per un totale di quasi diecimila soldati. In un certo senso, si trattava del posto peggiore dove andare a nascondersi.

A differenza di altri paesi vicini, Rovegno non è attraversato dalla strada principale, ma sorge su un poggio un po’ più in alto e all’interno, a metà di una sorta di anello che parte dalla statale 45 per ricongiungersi a essa qualche chilometro più in là. Per questo motivo riuscire a controllare Rovegno ebbe da subito una grande importanza strategica. Da un punto di vista militare, si trattava di una postazione molto difendibile. Antonio Testa, autore del libro Partigiani in Val Trebbia, sostiene che cadde presto nelle mani dei partigiani, anche se non si trattò di un controllo continuo. Certamente, già dopo l’8 settembre, erano attivi a Rovegno alcuni fiancheggiatori dei partigiani e vigeva una sorta di “doppia amministrazione”, legata al governo per le questioni burocratiche e indipendente per quelle politiche.

Scrive Dino D’Angela nel libro Note su Rovegno: “La giunta comunale era formata ancora dal podestà Poggi, da Angelo Isola e da Pietro Casazza. Essa svolse ordinaria amministrazione dalla fine del 1942 fino all’aprile del 1945. Essi cercarono di tenere lontano sia dai partigiani a caccia di fascisti sia dai fascisti a caccia di partigiani”. Valeria Isola Canevari, addetta ai servizi annonari del comune, riuscì a farsi inviare dalla Sepram (l’organismo fascista che gestiva il rifornimento di generi razionati) più viveri del necessario per dirottarli ai partigiani e fino al giugno 1944 distribuì quasi duemila carte d’identità false ai renitenti e ai disertori sfollati nella zona. Per impedire ai tedeschi e ai fascisti di effettuare controlli sui residenti, vennero trafugati anche i registri del Comune che furono nascosti nel cimitero. Spiega Testa: “Unici rappresentanti dell’autorità governativa erano rimasti, fino al giugno ’44, i carabinieri, finché non furono disarmati dagli uomini della Brigata Jori”. La stazione locale, cui erano stati aggregati una quindicina di soldati della Guardia nazionale repubblicana, fu occupata dai partigiani il 4 giugno 1944, grazie all’appoggio di Amilcare Del Monte, carabiniere poi passato con la Brigata Jori.

Non è stato possibile dare un nome al maresciallo che nel novembre 1943, invece di procedere all’arresto, invitò i Sonnino ad andarsene. Secondo il libro di Testa si trattava di un uomo di “dichiarati orientamenti fascisti”. L’impressione è che la strategia dell’invisibilità che i Sonnino avevano messo in atto li avesse resi ciechi, incapaci di comprendere ciò che avveniva intorno a loro e riconoscere le possibilità di salvezza che si aprivano. Se avessero intuito la presenza dei partigiani (e dal racconto di Piera c’è da credere che non fu così), se si fossero anche solo permessi di sperare che il nazifascismo sarebbe stato presto sconfitto, gli uomini sarebbero potuti passare con la Resistenza. Le donne avrebbero avuto una possibilità in più di nascondersi.

Sono arrivato a Pietranera nel settembre 2003, esattamente sessant’anni dopo. Un paese di neppure cento abitanti, una trentina di case su una strada di mezza montagna, distante un paio di chilometri da Rovegno. Per orientarsi e racimolare qualche ricordo, è bastato chiedere nell’unica osteria del paese, fermare i vecchi per strada. Tutti sembravano sapere e molti ricordavano. La casa dove stavano è quella là, vede, quella bianca a tre piani, quella dove inizia il paese. A quei tempi era una specie di albergo. Ora ci abitano i figli dei proprietari. Però mangiavano da un’altra parte, in una stanza che un contadino gli aveva affittato. In quella casa lì, a pianterreno. La porta era dove vede quella finestra. Ora è stata murata. Tutti sapevano che non si erano salvati, ma in modo vago, come di una notizia ascoltata troppo in fretta. Silvio Mazzoni, il falegname, era un bambino. Nella sua memoria è rimasto impresso un unico particolare:

«Mi ricordo bene soltanto il papà perché si faceva queste sigarette con la camomilla». Interviene Aldo Muzio, il vicino di casa: «E infatti c’era sempre nell’aria quest’odore di camomilla. Noi ragazzi si andava spesso a casa loro, di pomeriggio, ad ascoltare un po’ di musica. Era il più piccolo, Giorgio, mi sembra, a mettere sul grammofono i dischi. Si figuri per noi che non avevamo neanche da mangiare…». Anche qui, come a Sampierdicanne, i ricordi rimasti impigliati negli altri gravitano intorno al grammofono, che fu probabilmente l’ultimo colpo di testa di Ettore Sonnino, il padre. «Le sorelle erano tre, mi pare» continua Aldo. «Mi ricordo che la più piccola, Bice, era quella che si estraniava di più. Rimaneva in disparte mentre noi si ascoltava le canzonette di quei tempi. Erano tutti molto socievoli. Io diventai amico dei due fratelli maggiori, soprattutto di Paolo, forse perché era laureato in economia e commercio, la facoltà a cui mi ero iscritto. Prima dell’estate mi ero diplomato ragioniere. Ricordo che si discorreva soprattutto dei nostri studi.»

Chiedo se gli ritorna in mente qualcosa di quando lasciarono il paese per tornare a Genova ed essere mandati a morire. Aldo Muzio risponde: «A quel tempo la lotta partigiana era in fase iniziale, ed è possibile che non ne sapessero niente. Dopo la convocazione dei carabinieri di Rovegno, ricordo che girammo nei paesi qui intorno con Roberto e Paolo per vedere di trovare un posto. Andammo ad Alpe Piana, un paesino che sta appena dietro il monte. Ricordo che una volta, al ritorno, perdemmo completamente la strada. Si era fatto buio e non sapevamo più dove eravamo e dove stavamo andando. Per fortuna a un certo punto un gallo cantò e noi ci incamminammo in quella direzione. Arrivammo a Foppiano, un altro paese qui vicino e da lì riuscimmo a tornare a Rovegno. Qualche giorno dopo li accompagnai anche a Barchi, nel comune di Gorreto. Siccome mio padre era nativo di lì, andammo a vedere se un cugino era disposto a prenderli, ma non fu possibile. Lei capisce, erano nove persone e nessuno qui aveva neanche da mangiare. Come si faceva?».

Luciana gestisce l’unica osteria del paese. Sulla “famiglia ebrea” ha ricordi molto vaghi. Ricorda invece bene i due grandi rastrellamenti dell’agosto e della fine dicembre 1944. Ricorda di avere visto un ragazzo morto in cima alla strada del paese e tedeschi ovunque. Ricorda i partigiani con la stessa diffidenza emotiva, con la stessa paura, che riserva ai nazisti. Punta l’indice al di là del bosco di abeti che cinge Pietranera a sud. «Stavano là, nella Colonia. Ogni mattina si sentivano gli spari delle fucilazioni. Ogni mattina. È andata avanti tanto così.» Esci dal paese, percorri meno di un chilometro, poi svolti in un bosco fittissimo. Ti ritrovi in una strada sterrata di quelle buone per andare a funghi. Ti aspetteresti un ruscello o di incontrare uno gnomo e invece, all’improvviso, ti trovi davanti la Colonia.

È monumentale, una specie di Palazzo di Giustizia di Milano in mezzo a un bosco, sul fianco sinistro c’è una torre altissima – l’orologio lo ricorderai senza lancette – sormontata da un pennone da bandiera alto una ventina di metri. Al centro, sopra il portale, un’immensa scritta scrostata: “Gioventù italiana”. Sulle piastrelline di marmo dell’ingresso leggi la data: “AXII”, Anno dodicesimo, 1934. Nei mesi estivi, quando le scuole erano chiuse, la Colonia Elioterapica Levillà di Pietranera ospitava cinquecento bambini. Erano figli di funzionari del fascio, giovani balilla, ragazzini a cui il dottore aveva prescritto aria buona, provenienti dalla Liguria e dal piacentino. C’era la palestra e una piscina che ora è interrata. Dall’erba spuntano soltanto i corrimano delle scalette di ferro. Fa pensare a una fossa comune. Al piano terra è ancora visibile la sala per il cinema e un grande refettorio circolare. Ampie scale di marmo bianco conducono ai piani superiori. Il primo e il secondo piano sono identici: lunghi corridoi e camerate spaziose, file di lettini divelti, bagni che ospitano ancora file di minuscole docce di ferro azzurro, ognuna con il gancio per l’accappatoio. Qui tutto esprime forza, protezione, grandezza. Sei arrivato in uno dei santuari dei vinti.

Ogni anno, si danno convegno alla Colonia gruppi come l’Associazione nazionale famiglie caduti e dispersi della Repubblica sociale italiana. Al motto di «Bisogna portare ai vivi che sono morti la fiaccola dei morti che sono vivi», vecchi signori in camicia nera onorano il coraggio, la gioventù e l’ubbidienza di coloro che combatterono per Mussolini anche quando tutto era perduto. Celebrano e rivendicano. A partire dal 1944, dopo una breve presenza dei fascisti, i partigiani fissarono in questo edificio il loro comando centrale e il loro carcere. La versione degli sconfitti la racconta una lapide in bronzo inchiodata di fianco al portale: “Da questa colonia divenuta la loro prigione, non fecero ritorno 129 militari e civili della Repubblica sociale italiana e 31 soldati germanici. Molti altri ancora riposano per sempre in questi boschi, senza una croce. Per loro e per chi attese oltre ogni speranza una preghiera. Rovegno, 22 marzo/30 aprile 1945. Segue post scriptum: “Questa lapide, danneggiata da ignoti vandali nella primavera del 2000 è stata ripristinata dall’amministrazione provinciale di Genova nel gennaio 2001”.

La morte te la senti addosso in questo posto, come se sotto la terra fosse sepolta la guerra. Per anni, dopo la Liberazione, in questi boschi si continuò a scavare. A indicare dove spingere la vanga, pensava Eugenio Mulinelli, il vecchio custode della Colonia, che durante la guerra aveva tenuto nota di tutte le fosse. Nel commissariato di Rovegno mi mostrano un centinaio di certificati di morte da cui emergono “resti di salma di militare si presume tedesco, capelliatura bionda”, soldati repubblichini non più identificabili, qualche raro partigiano. Morti tedeschi e morti fascisti, soprattutto, persone che per ignoranza, paura, soldi o ubbidienza continuarono a combattere, a farsi uccidere e a uccidere anche quando il regime agonizzava. È brutta la guerra per tutti. Come la morte. Soltanto che in quegli anni, qui e altrove, i tedeschi e i fascisti trovarono il tempo di riempire di ebrei centinaia di treni.

Quando arrivò l’8 settembre, il poeta Giorgio Caproni viveva da queste parti. Era insegnante alla scuola di Loco di Rovegno, qualche decina di chilometri più a sud. Da qui partì per unirsi ai partigiani. Nel 1985, durante un convegno sulla Resistenza, Caproni raccontò di essere stato «eletto commissario del Comune di Rovegno (qualcosa come Sindaco) perché cercassi di provvedere alle più urgenti necessità alimentari della popolazione». In una lettera del 1954 ricorda, invece, tessendo insieme opera e vita: “Trascorsi qui, in zona partigiana, gli interi diciannove mesi dell’Italia divisa in due, e qui misi i primi capelli bianchi assistendo con Rina e coi bambini (che più d’una volta hanno dovuto dormire sulla nuda neve) a indicibili scene d’orrore. E fu qui che scrissi ‘prima’ i miei primi versi di Ballo a Fontanigorda (Fontanigorda è un paese arroccato qualche centinaio di metri più su di Loco), e ‘poi’, mentre i mongoli attruppati coi tedeschi (turchestani e mongoli autentici) stavano scannando maiali e persone, i miei versi più cupi e chiusi: i ‘lamenti’”. Davanti ai cadaveri della guerra di liberazione (o della guerra civile, come preferirebbero alcuni, come se la terminologia cambiasse le cose), ci limitiamo a ripetere una domanda tratta proprio dal primo dei lamenti di Giorgio Caproni: “E questo è il lutto / dei figli? E chi si salverà dal vento / muto sui morti – da tanto distrutto / pianto, mentre nel petto lo sgomento / della vita più insorge?… Unico frutto, oh i nomi senza palpito – oh il lamento”.

Troppo paralizzati per intuire – e cogliere – le direzioni che prendeva la storia, i Sonnino ritornano a Genova. È l’inizio del dicembre 1943. Nel diario il momento del ritorno è descritto così: “Eravamo tornati al punto di partenza. Ci trovavamo, con le poche cose portate con noi da Pietranera, in un luogo sconosciuto alle soglie di una città che non era più la nostra, che ci appariva come un’enorme trappola entro cui, ineluttabilmente, eravamo condannati a tornare”. Quello che Piera Sonnino definisce “l’influsso del cerchio magico della famiglia e del luogo” trova un parallelo geografico nel circuito che la famiglia percorse per tornare proprio nella via dove Ettore Sonnino e Giorgina Milani si stabilirono nel 1925, con sei figli piccoli, trasferendosi a Genova da Milano. “Praticamente iniziata in quella strada, la nostra storia si sarebbe conclusa sullo stesso asfalto, tra le stesse mura, sulla stessa scena.” Le finestre di alcuni palazzi di via Montallegro sono distanti meno di trenta metri da quelle della Casa dello studente, la sede del comando centrale nazifascista dove i prigionieri venivano portati prima di essere mandati in Germania, torturati o uccisi. È improbabile che la casa dove si stabilirono sia stata una di queste. È più verosimile che si trovasse all’inizio della via (nel tratto che oggi si chiama via Maurizio Sacchi). In ogni caso, a non più di ottocento metri dall’ingresso della Casa dello studente. La prossimità al pericolo è l’altra costante di questa storia: davanti alla casa di Sampierdicanne si accamperanno i nazisti, nel bosco di Pietranera sorge la Colonia che nel 1943, prima che arrivassero i partigiani, fu occupata da fascisti e tedeschi, l’ultimo rifugio era a un passo dal posto più pericoloso di Genova.

Arrivano ad Auschwitz il 28 ottobre 1944. Lo stesso giorno in cui Anne e Margot Frank, insieme ad altre 1306 detenute, vengono trasferite a Bergen Belsen. I forni lavorano a pieno ritmo. Dei 196 uomini che viaggiano sul treno di Piera, soltanto 59 vengono marchiati, i restanti 137 sono inviati subito alle camere a gas. Tra di loro c’è Ettore, il padre, e Paolo, il figlio maggiore, che durante la selezione commette l’errore di dichiarare una passata pleurite. Per Roberto e Giorgio sarà questione di un altro mese o poco più. L’ingegner Corrado Saralvo, che viaggiò da Bolzano nello stesso convoglio e che nel 1969 pubblicò un libro di memorie su Auschwitz intitolato Più morti, più spazio, testimonia in una lettera datata 1° marzo 1946, che all’inizio di novembre Roberto e Giorgio erano ancora vivi e in discrete condizioni di salute. La trascriviamo per intero:

«Gentilissima signorina Sonnino, in possesso della pregiata sua del 25 u.s. mi affretto a comunicarle quanto già ebbi d’occasione di dire a suo zio che venne a trovarmi qualche mese fa. Ricordo perfettamente tutta la sua famiglia e quindi anche i suoi fratelli, con cui ho fatto il viaggio fino ad Auschwitz. Sono stato con loro al blocco 14 lager D e abbiamo lavorato qualche giorno insieme a scaricare vagoni. Poi io, il 4 novembre, sono entrato in ospedale al blocco 14 per una ferita alla gamba sinistra, dovuta a una bastonata. Sono stato operato e sono rimasto sempre in ospedale fino all’arrivo dei russi.

In ospedale, ancora in novembre, ho visto due dei suoi fratelli che erano stati ricoverati per dissenteria nel mio stesso blocco 14. Poi, e cioè nel mese di dicembre, io sono stato trasferito al blocco 12 sempre d’ospedale, e da allora non ho più incontrato nessuno dei suoi tre fratelli. I due che ho visto al blocco 14 non avevano, almeno allora, gravi infermità, da far pensare alla loro fine: ma troppo tempo e troppi avvenimenti sono passati dopo il mio primo incontro, per cui non posso dare altri elementi che le consentano di farsi un’idea più precisa della loro sorte. Per quante ricerche abbia fatto nella mia mente, null’altro posso aggiungere di positivo a quanto le ho già detto. Spero che il soggiorno a Merano le sia di giovamento e che lei possa ritornare presto pienamente ristabilita. Coi miei migliori auguri voglia gradire i miei migliori saluti.

P.S.: Per quanto stimi ormai inutile ogni ulteriore ricerca, veda anche lei se può dirmi qualcosa della mia signora Elena Segre Saralvo, una biondina magra, ammalata di diabete, che arrivò con noi a Birkenau e che purtroppo è sparita dopo pochi giorni dall’entrata nel lager».

Il secondo fratello a morire è Roberto, quello descritto come il più forte e intraprendente. A darne notizia, una notizia vaga, è Simone Spritmann, nella lettera citata nel diario poco prima della conclusione. Resisterà un po’ di più Giorgio, la figura più tragica in questa tragedia, il ragazzino che aveva crisi di panico durante i bombardamenti, lui che all’arrivo ad Auschwitz “è in grembo a nostra madre, rannicchiato come fosse tornato indietro nel tempo, come se chiedesse a chi l’ha generato di riprenderlo in se stessa, di annullarlo gradatamente, di togliergli la vita che gli ha dato”. Lui che durante la fuga si raccomandava alle preghiere dei bambini cattolici e che omaggiava vecchie contadine con canzonette  malinconiche.

L’ottobre 1944 ad Auschwitz è un mese pieno di avvenimenti. Il 7 ottobre 1944, venti giorni prima dell’arrivo del convoglio dei Sonnino, scoppia la più importante ed eroica rivolta mai avvenuta nel campo di sterminio. Un gruppo di ebrei e qualche prigioniero russo impiegati nel Sonderkommando, il reparto incaricato di eseguire la gassazione, avevano pianificato di fare saltare in aria i forni crematori, incendiare le baracche e tagliare il filo spinato. Sarebbe stata un’evasione di massa. Probabilmente a causa di qualche spia, la rivolta fallì. Alle fine furono fucilati duecento rivoltosi e tutti gli organizzatori morirono, alcuni durante il combattimento, altri per le torture successive. Ma morirono anche tre SS. Si trattò dell’unico tentativo di rivolta da parte di chi ebbe l’incarico di uccidere altri prigionieri.

Primo Levi scrive in proposito in I sommersi e i salvati: “Dovevano essere gli ebrei a mettere nei forni gli ebrei, si doveva dimostrare che essi, sotto-razza, sotto-uomini, si piegavano a ogni umiliazione, perfino a distruggere se stessi. […] Attraverso questa istituzione, si tentava di spostare su altri, e precisamente sulle vittime, il peso della colpa”. Un altro episodio di ribellione avviene il 27 ottobre, il giorno prima dell’arrivo di Piera e dei suoi familiari. Alcuni detenuti, tra cui Ernst Burger (dirigente dell’organismo che doveva coordinare le attività clandestine del lager) tentano la fuga a bordo di un camion della biancheria diretta a Bielsko. Il tentativo fallisce per il tradimento di Johannes Roth, una delle due SS coinvolte. Per dare un’idea del ritmo in cui si moriva: il 30 ottobre arrivano 2038 ebrei dal ghetto di Theresienstadt. 1689 di essi sono inviati subito alle camere a gas.

Erano arrivati alla morte. Piera Sonnino sembra coglierlo immediatamente. Dall’arrivo ad Auschwitz in poi, il diario restituisce il senso della caduta in una dimensione nella quale la grande fabbrica si applica allo sterminio, dell’abbattimento di ogni prospettiva umana, della lontananza da ogni luce possibile. L’intensità della sua scrittura raramente è stata toccata in altri libri di sopravvissuti. Da un punto di vista strutturale, il testo non è diviso in due parti, ma in capitoli. La forza espressiva della scrittura riesce a spezzarlo in due, a fare schiantare gli eventi che si sono svolti prima della cattura, contro un muro di fango e di decomposizione. La scrittura divide il racconto in un prima, nel quale è ancora possibile osservare eventi ed essere umani, e in un dopo, in cui si muovono soltanto larve. Come se Piera Sonnino intuisse, e rendesse concreta, la teoria platonica della kora, della materia come ricettacolo. Una materia tanto densa, amorfa e impenetrabile da non potere più ospitare forme, da non potere più assorbire luce. Quella che si manifesta nella descrizione del fango di Auschwitz è la materia assoluta come essenza stessa del male. “E puntavamo gli occhi sul fango, uno straordinario fango che mai avevamo veduto. Non pareva terra e acqua: ma qualcosa di organico che fosse andato in decomposizione, carne putrefatta, divenuta liquame. E nello stesso tempo aveva una sua presenza. Come se dalla morte fosse verminata una mostruosa forma di vita, subdola e insidiosa, che ci afferrava le caviglie, che ci impediva di camminare veloci come ci veniva ordinato.”

Non è più neppure fango, quello di Auschwitz, ma un organismo vivente e cannibale. Materia concentrata. Quasi un buco nero precipitato in Polonia. E ancora: “Un mare di fango, una pianura di fango. Una pazzia gelida, buia, fangosa. Avverto di essere entrata in una dimensione dove nulla vi è di umano, totalmente nemica di tutto ciò che è umano, una dimensione che ha assorbito perfino i propri creatori, divenuta un meccanismo gelido, fangoso e buio, fatale e inesorabile, sormontato da una piccola fiamma che ho veduto per un attimo rompere lontano l’oscurità, come bruciasse nel cielo, e che ancora ignoro cosa sia”. La dimensione ha assorbito i suoi stessi creatori. Sono brani che fuori dal contesto potrebbero essere scambiati per allucinazioni di William Burroughs o per incubi di Philip K. Dick. Nella memoria del lettore questo fango si imprime, come si fissa la sequenza della morte di Bice, attraverso l’insistenza cromatica sul cappuccetto blu che le incorniciava il viso, il solo colore che appare in questa desolazione, attraverso la visione del suo corpo magro abbandonatodi fianco alle latrine per quattro giorni a ricoprirsi di neve fino a scomparire.

Con la morte della sorella, l’ultimo residuo di umanità rimasto in Piera svanisce. La capacità di registrare gli eventi, di ricordarli e di darne testimonianza, a quel punto si sfalda, non tiene più. Senza memoria, sembra dire Piera Sonnino, si smette di essere qualcosa con un inizio e una fine, con una storia, per diventare un grumo di sensazioni. “La mia memoria stessa, che pure lo ha registrato, si rifiuta oggi, a distanza di quindici anni, di restituirlo al pensiero e alla ragione. Per quanti sforzi io faccia, sullo schermo della mente le immagini trascorrono velocissime, confuse, come di un film proiettato troppo in fretta.” Per questo, l’arrivo della primavera, nella fabbrica sotterranea di Berndorf, rimane soltanto nel corpo: “Ne ho un ricordo animalesco, come di un godimento cui la mente non partecipò in alcuna misura”.

La prima immagine di Piera Sonnino dopo il ritorno è triste e allegra insieme. Una fila di ragazze distese su lettini con le rotelle chiacchierano su un terrazzo invaso dal sole. «Allora, la tbc ossea si curava così, con i bagni di sole» ricorda Carla Curti, che conobbe Piera in ospedale e la ritrovò quasi cinquant’anni dopo attraverso Diario. “Gli occhi caddero sul titolo del giornale, Il manoscritto ritrovato. La deportazione della mia famiglia di Piera Sonnino. Un tuffo al cuore. Piera Sonnino. Improvvisamente mi ritrovai in una stanza (fine maggio, giugno 1948) dell’Istituto Elioterapico Codivilla di Cortina” spiega la signora Curti in una lettera scritta oggi proprio per ricordare l’amica.

Il giorno prima avevamo parlato al telefono: «Era un mercoledì e l’ho impresso nella mente come fosse ieri. Eravamo su un terrazzo e lei mi dice: “Stasera cosa fai? Mi vieni a trovare?” Eravamo sui letti, distese. Non potevamo alzarci mai. Prima di quel momento avevamo scambiato sì e no quattro parole, ma il tatuaggio sul braccio lo avevo notato subito. Mi ricordo che lei stava al secondo piano, nella zona dei ricchi perché i suoi zii stavano bene. Così la sera mi feci portare in camera sua dal portiere che si chiamava Teofilo, me lo ricordo ancora. Entrai in questa camera, ricordo che c’era la luce soffusa, questo comò sulla destra con queste foto piccole che notai subito e c’era la sua amica. Mi disse: “Ecco Carla, ti presento la mia amica”. Poi, indicando le foto sul comodino: “E questa è la mia famiglia che non ho più. Eravamo sei fratelli, mia mamma e mio papà; sono rimasta solo io”. Quella notte mi raccontò tutto. Io non sapevo niente di Auschwitz a quell’epoca. Parlava solo lei. Per tutti questi anni mi sono chiesta sempre che fine aveva fatto la Piera. Ricordo anche i suoi zii di Milano, la zia piccolina, sempre vestita di nero con un piccolo cappello scuro. Piera diceva che erano buoni con lei, ma poi credo che non si comportarono tanto bene». Quello che Carla Curti non vuole ripetere, e non vuole che si scriva perché le sembrerebbe di tradire la fiducia di Piera, è un pensiero improvviso. Dopo avere ascoltato della morte di Bice, Carla chiede come avesse reagito. Piera risponde: «Carla, ma secondo te, noi avevamo dei sentimenti? Ma quale sentimenti vuoi che provassimo? Loro volevano che non fossimo più delle persone. Quando Bice morì per un attimo pensai: dopo mangerò la pelle delle sue patate».

Per cinque anni Piera rimase in ospedale. Tornò a Genova nel settembre 1950, sette anni dopo l’arresto. Si mise a lavorare come dattilografa e conobbe Antonio Parodi che sposò nel 1954. Attraverso di lui si avvicinò al Pci. Spiega Bice, la figlia maggiore: «Papà diede una direzione politica al dolore della mamma». Gli zii di Milano, che l’avevano aiutata negli anni della convalescenza e che rappresentavano gli ultimi parenti rimasti, non accettarono che la nipote fosse diventata comunista. E Piera fu sola di nuovo. Ma anche in federazione, non tutto fu facile. Luciano Degl’Innocenti, ex quadro del Pci genovese, la ricorda nei primi anni cinquanta: «Era una donna silenziosa, sicuramente inquadrata nel partito, ma che rimaneva nell’angolo. Sembrava non volesse farsi notare. Non parlava molto di quello che le era successo, tranne che con il suo piccolo gruppo, per lo più ebrei genovesi del Pci. Era come se si fosse ritagliata un piccolo spazio».

Le proporzioni della distruzione degli ebrei d’Europa non erano ancora note e i campi di sterminio rientravano nel generale computo dei 60 milioni di morti della Seconda guerra mondiale. Continua Degl’Innocenti: «Di Olocausto si iniziò a parlare soltanto alla fine degli anni cinquanta. Neppure il Partito ne aveva parlato. Si parlava dei campi di sterminio tedeschi, ma le vittime sembravano essere state in misura simile zingari, soldati russi, comunisti ed ebrei». In più c’era l’influsso di Stalin che negli ultimi anni della sua vita rafforzò l’antisemitismo da sempre presente in Russia e nella sua politica. Anche all’interno del Pci, perciò, gli ebrei erano visti con diffidenza se non con ostilità. Prosegue Degl’Innocenti: «Non fu portata in giro come un’icona perché a quel tempo il partito non esibiva icone il cui cognome non finisse in off. A quel tempo, si scontravano due ali, l’ala modernista e quella operaista. Era appena stato annunciato il complotto dei medici ebrei per uccidere Stalin e si accese un violento dibattito sull’ebraismo. C’era chi sosteneva (specialmente il segmento estremista dell’ala operaista) che un ebreo era buono solo se comunista, altrimenti era un nemico».

La reazione di Piera, ancora una volta, fu di farsi da parte, di rimanere nell’ombra. Da quando, nel 1954, nacque Bice, si annullò nel fare, nel prendersi cura ogni giorno delle figlie (nel 1959 era nata Maria Luisa), del marito e dopo la sua morte, avvenuta nel 1973 a soli cinquant’anni, dei nipoti Davide e Francesco. Dal 1964 al 1968, la famiglia Parodi si trasferisce a Budapest, in Ungheria, per l’Unità. Per Piera, che dopo la morte di Bice si era trovata unica italiana tra settecento correligionarie ungheresi, fu un altro strazio. Morì nel 1999. Un anno prima, già malata, aveva accettato di farsi intervistare da Chiara Bricarelli per il progetto di Steven Spielberg, Survivors of the Shoah. Nelle due ore di registrazione, il dolore di ricordare, la fatica di essere precisa sono così intense da schermare ogni emozione. Ma l’insegnamento è identico a quello fissato sulla carta quarant’anni prima. La memoria è decoro. Custodire il passato, trascinarlo con sé e tramandarlo per gli altri, è l’unica capacità che fa di un uomo l’uomo.

Prima di mettermi a scrivere, prima di tentare di rendere giustizia alle persone che mi erano state affidate, mi sono a lungo interrogato sulla possibilità di aggiungere davvero qualcosa al racconto. Ho deciso di non avventurarmi su un terreno storiografico, che nulla avrebbe potuto decidere in merito a quello che è stato. Però questo dibattito ho dovuto lambirlo. Ho dovuto scontrarmi, per esempio, con la Storia degli ebrei italiani sotto il fascismo di Renzo De Felice, lo studio uscito nel 1961 che ha avuto il merito di inquadrare, per la prima volta, le persecuzioni razziali italiane in una prospettiva storica molto ben documentata. Attraverso l’esibizione di una incredibile mole di fonti e informazioni, De Felice giunge a una conclusione acquietante, che si limita a confermare il vecchio mito degli italiani brava gente (tutto sommato). La colpa maggiore di Benito Mussolini sarebbe stata quella di rimanere impantanato nel proprio cinismo politico. Se il fascismo fu ingenuo, la responsabilità dello sterminio andrebbe ascritta, quasi per intero, al fanatismo e alla cattiveria del nazismo. Da un punto di vista logico, la difesa ricorda quella di chi reagisce a un’accusa, accusando un altro di una colpa più grave. La verità è che Mussolini fu prima maestro, poi alleato e infine servo di Hitler. E questo nessuno storico potrà mai metterlo in dubbio. Potrà distinguere, limare, attutire. Ma non negare.

Per De Felice, inoltre, gli italiani non furono antisemiti. Però la rassegna di antisemitismo italiano di cui il suo studio dà conto contraddice alla base il suo assunto originale. Dalla montagna di articoli e dichiarazioni riportate, emerge che l’antisemitismo si infiltrava nella società italiana nel suo complesso (perfino tra i comunisti, dopo la guerra) alimentato dai martellanti editoriali di Civiltà cattolica, l’organo dei gesuiti, dalle farneticazioni di Giovanni Preziosi, il fascista che più si diede da fare per diffondere l’ideologia nazista, dal cinismo di chi inventò il termine “pietismo” (come oggi si è inventato il “buonismo”) per bollare chi, dopo l’8 settembre, evitò di unirsi al linciaggio.

Qualche intellettuale vicino al fascismo, come Filippo Tommaso Marinetti, trovò il coraggio di opporsi. Altri avevano preparato il terreno. Come Gabriele D’Annunzio, che sul Giorno del 21 maggio 1900 descrive la propria paura di vedere l’Italia “nelle mani di un giudeo dalla fronte bassa, ghiotto delle sue unghie e del suo cerume”. Il riferimento era all’ex primo ministro e ministro delle Finanze italiano, Sidney Sonnino, un lontano parente di Piera. La costante opposizione lessicale che compare nel libro di De Felice tra “ebrei” e “italiani” non dispone a suo favore. Può darsi, anzi è vero, che soltanto una minoranza di italiani aderì alla “soluzione finale” e che in molti fecero quanto in loro potere per sottrarre qualche singolo ebreo alla carneficina. Ma la maggior parte rimase a guardare. Qualcuno pensò di istituire e qualcun altro di incassare, attraverso la delazione, le taglie poste sulla testa di ogni ebreo. Va bene, i tedeschi furono più cattivi. E allora? I sondaggi, ancora oggi, raccontano di un paese, e di un’Europa, in cui un italiano su dieci ritiene che gli ebrei non siano veri italiani, in cui venti persone su cento pensano che degli ebrei non ci sia da fidarsi. I libri che celebrano il sangue dei vinti diventano best seller. Dalle colonne di quotidiani importanti, eminenti politologi chiedono di scrivere e parlare di “guerra civile” per rispetto dei morti, di tutti i morti. Nulla in contrario. Solo che in quella guerra, quel poco di civile che avvenne riposò da una parte soltanto.

Per anni, ogni giorno, accompagnando la figlia Bice a scuola, Piera dovette incontrare la figlia e il nipote della donna che li aveva denunciati. Qualche volta lo sussurrava tra sé e sé, indicando alla bambina il compagno di scuola che aveva alle spalle l’altro lato della stessa storia, ma con la stessa misura, lo stesso ritegno nel giudicare, lo stesso dolore che contraddistingue tutto il suo racconto. Senza invettive. Descrivendo il momento dell’arresto, Piera scrive: “Ignoro che cosa sia avvenuto di quegli agenti, se siano morti o se siano vivi, ignoro quale mestiere o quale professione esercitino attualmente; ma forse i loro figli sono già adulti come Paolo e Roberto lo erano allora o giovani come eravamo Maria Luisa e io o ragazzi come Giorgio e Bice. Chi comandò il nostro arresto fu Brenno Grandi, che riuscì a essere assolto nel processo che subì nel 1947 perché poté dimostrare di avere infierito sugli ebrei non a scopo di lucro; ma essi, quei quattro agenti che eseguirono i suoi ordini, ovunque oggi siano, sappiano che dal momento in cui ci trascinarono fuori dalla nostra casa, in quella prima e unica volta che ci videro, dettero l’avvio al nostro viaggio verso la morte. Essi stessi per me, oggi, hanno nella memoria il volto della morte”. Sono le parole più definitive, ma più misurate, che si possano rivolgere a un altro essere umano.

Da parte mia, volevo solo mostrare ciò che rimane negli altri del passaggio di queste otto persone, anche dopo un’assenza durata sessant’anni. Mi sembrava che raccogliere anche una sola testimonianza, riportare anche un solo ricordo, avrebbe avuto il significato di affermare che la morte non può annientare completamente la vita, che la cattiveria innominabile degli uomini rimane tale anche fatti i necessari distinguo, che carnefici e vittime continueranno a essere tali per sempre. Il racconto di Piera Sonnino è concluso. Il fango di Auschwitz tra qualche minuto si sarà seccato, i lineamenti di questi morti torneranno a confondersi, inghiottiti di nuovo dalla storia del secolo. Ora si torna alle tiepide case.

Milano, autunno 2003