Sorvegliare e nascondere

Il caso di Doina Matei è l’esatto contrario – o almeno è qualcosa di diverso e di più – della voglia di forca. A indignare le folle e molti commentatori, non è il fatto che dopo avere scontato 9 anni di carcere per un omicidio preterintenzionale atroce quanto sfortunato, un giudice le abbia concesso la semilibertà. È che Doina Matei abbia pubblicato una sua foto al mare, per di più sorridente, contravvenendo all’obbligo dell’invisibilità, che è la pena accessoria ma implicita a cui i colpevoli di fatti gravi, oggi, devono essere condannati. A leggere con attenzione il commento di Massimo Gramellini – che avendo una speciale abilità nel cogliere la cosiddetta pancia della gente, ci risparmia l’esperienza di esaminare le viscere della rete – si capisce che nessuno, nemmeno Gramellini, si sogna di pretendere che chi ha commesso un crimine smetta per sempre di sorridere: «Doina Matei ha tutto il diritto di essere contenta, visto che la legge glielo consente», ammette Gramellini, dimenticandosi che a consentirle il sorriso è la sua natura umana (altrimenti si potrebbe inventare una piccola gogna per la bocca). «La questione», scrive, «sono le foto di felicità diffuse dall’assassina», il «diritto di mostrare la sua contentezza al mondo, e quindi anche ai parenti della vittima, attraverso un social network». Matei, in quanto colpevole, avrebbe perso il diritto di mostrarsi contenta. La sua colpa è essersi resa visibile, avere avuto la spudoratezza – per quanto sotto falso nome e per i suoi pochi contatti di Facebook – di accedere di nuovo, timidamente, a una dimensione pubblica.

Ci fu un tempo in cui i colpevoli erano esibiti, oggi devono nascondersi. Scrive Michel Foucault in quel grande libro che è Sorvegliare e punire: «Gran parte di queste pene non corporali era accompagnata a titolo accessorio da pene che comportavano una dimensione di supplizio: esposizione al palo, gogna, esposizione con collare di ferro, frusta, marchio». L’espiazione della pena comportava sempre l’esibizione pubblica del condannato, sul cui corpo venivano impresse cicatrici a fuoco e di frusta in modo che la sua colpa fosse visibile in eterno. L’esposizione del colpevole, oggi, avviene all’inizio, una volta per tutte, e poi mai più. La gran voga – e il fascino – delle foto segnaletiche si deve al fatto che fissano per sempre l’istante prima della sparizione. Quando un caso di cronaca accende l’interesse generale, le facce degli accusati – lo zio Michele, Bossetti o Pietro Maso – occupano lo spettro del visibile per mesi, per ritrarsi nell’ombra subito dopo la condanna. È accaduto anche a Doina Matei, nell’aprile 2007, quando a 21 anni uccise Vanessa Russo, che ne aveva 23, e il video delle telecamere a circuito chiuso della metropolitana di Roma che la mostrava mentre si allontanava, fu ossessivamente trasmesso e guardato. Lo sdegno per chi contravviene alla condanna all’invisibilità scatta sempre: ogni volta che un ex terrorista viene invitato a parlare in pubblico ed è forse alla base anche delle polemiche seguite all’intervista al figlio di Totò Riina, che in quanto figlio di mafioso a sua volta condannato per mafia, non avrebbe avuto il diritto di mostrarsi ed essere mostrato. Un condannato può essere visto – avviene per esempio nelle interviste di Franca Leosini – soltanto se la sua visibilità si attua nella forma della discesa agli inferi: deve essere sempre avvolto dal buio, in un ambiente chiuso e senza contatti con l’esterno.

La scomparsa dei colpevoli non fu improvvisa, fu un processo che si sviluppò parallelamente alla nascita delle prigioni, quando la monarchia si dissolse e il potere sentì il bisogno di nascondersi invece che mostrarsi. Ancora Foucault: «Scompare dunque, all’inizio del secolo Diciannovesimo, il grande spettacolo della punizione fisica; si nasconde il corpo del suppliziato; si esclude dal castigo l’esposizione della sofferenza. Si entra nell’età della sobrietà punitiva». Una sobrietà che non è soltanto di chi punisce, ma soprattutto di chi subisce la punizione. Si incominciò dalla faccia – la parte per il tutto – e si continuò velando il corpo, che presto sparì. «I parricidi – e i regicidi che venivano loro assimilati – venivano condotti al patibolo sotto un velo nero: là, fino al 1832, si tagliava loro la mano. In seguito non rimase più che il segno del lutto», racconta Foucault. «Così accadde per Fieschi, nel novembre 1836: “Egli sarà condotto al luogo dell’esecuzione in camicia, i piedi nudi, la testa ricoperta di un velo nero; sarà esposto su un palco mentre un ufficiale ministeriale darà al popolo lettura della sentenza di condanna ed egli sarà immediatamente giustiziato”. Ricordiamoci di Damiens: ora, l’ultimo supplemento alla morte penale è un velo da lutto. Il condannato non deve più essere visto. Solo la lettura della sentenza di condanna sul patibolo annuncia un crimine che non deve avere volto. L’ultima traccia dei grandi supplizi, ne è anche l’annullamento: dei veli per nascondere un corpo. Esecuzione di Benoît, tre volte infame – uccisore di sua madre, omosessuale, assassino –, il primo dei parricidi cui la legge evitò il taglio della mano: “Mentre si dava lettura della sentenza di condanna, egli era in piedi sul palco, sostenuto dagli aiutanti. Era una cosa orribile a vedersi, questo spettacolo. Avviluppato in un ampio lenzuolo bianco, la faccia coperta da un velo nero, il parricida sfuggiva allo sguardo della folla silenziosa, e sotto quegli indumenti misteriosi e lugubri, la vita non si manifestava altro che con orribili urla, che sono ben presto svanite sotto la lama”». (I corsivi sono miei).

Di velo in velo, è lo spettacolo della sofferenza a essere diventato disdicevole. Osservare la punizione macchierebbe di colpa anche gli osservatori. Ma è necessario che il colpevole, per quanto invisibile, continui comunque a soffrire, in eterno, senza possibilità di redenzione o sollievo. È su questa certezza – che la foto di Doina Matei ha messo in crisi –  che si fonda il sistema carcerario. Per Foucault il carcere è la struttura simbolica su cui è costruita la modernità, che per lui è basata sulla sorveglianza e sul controllo dei corpi. La metafora utilizzata da Foucault per descrivere la società è quella del Panopticon, il modello architettonico di molte prigioni, per esempio di San Vittore a Milano: ogni cella deve essere visibile dai guardiani situati al centro della struttura.

Penetentiary_Panopticon_Plan
Pianta del Panopticon da The works of Jeremy Bentham, 1843 (prima edizione 1791), Wikipedia

È la visibilità dispiegata a garantire il controllo, per Foucault: «Il potere disciplinare si esercita rendendosi invisibile, e, al contrario, impone a coloro che sottomette un principio di visibilità obbligatoria. Nella disciplina sono i soggetti a dover essere visti. L’illuminazione assicura la presa del potere che si esercita su di loro. È il fatto di essere visto incessantemente, di poter sempre essere visto, che mantiene in soggezione l’individuo disciplinare».

Quello che Foucault non aveva previsto e non poteva prevedere è che la tecnologia ci avrebbe reso tutti guardiani e che i condannati avrebbero fatto a gara per essere guardati. Ognuno oggi ha una dimensione pubblica: la quantità di amici su Facebook misura il numero di occhi da cui si è guardati. La grande paura – messa in scena ogni sera in ogni talent show – è scomparire, perdere la possibilità di mostrarsi. Vale per tutti, figurarsi se non riguarda una ragazza romena che ha ucciso. Il carcere è un incantesimo di sparizione. Pubblicando la sua foto in costume, Doina Matei si è sottratta alla sua pena. La condanna a diventare invisibili è il contrario del supplizio, ma è una condanna di morte simbolica, è quel che ne resta, e molti – anche tra chi non lo ammetterebbe mai – ne hanno ancora nostalgia.