I riscrittori

Sono indizi (segue rassegna)  però numerosi. Le storie che vale la pena di scrivere non devono più essere nuove. Non è più necessario che siano personali creazioni degli scrittori. Sempre più spesso le storie che funzionano sono sequel scritti da altri – è il caso di David Lagercrantz che continua Millennium, dopo la morte di Stieg Larsson – o  bestseller germogliati da altri romanzi come Cinquanta sfumature di grigio che è nato da Twilight (la cosiddetta fanfiction), e di un numero crescente – e piuttosto imponente – di vere riscritture moderne di classici del passato. Quello che da decenni accade in altre arti – nella musica dove cover e campionature sono la regola, o nell’arte moderna che cita e riproduce l’arte più antica – incomincia ad accadere anche in letteratura.

L’ego dello scrittore Joshua Cohen dev’essere alquanto sviluppato. Joshua Cohen, infatti, ha scritto un romanzo intitolato Book of numbers (come il quarto libro della Bibbia) su uno scrittore di nome Joshua Cohen che accetta di fare il ghostwriter dell’autobiografia di un miliardario di nome Joshua Cohen. Nonostante le dimensioni del proprio ego, o forse proprio per prendersi una vacanza da se stesso, alle 13 in punto del 12 ottobre 2015 il succitato Joshua Cohen ha iniziato a riscrivere Il circolo Pickwick, il romanzo che Charles Dickens pubblicò in diciannove puntate tra il marzo 1836 e l’ottobre 1837. Chi ne abbia voglia può seguirlo ogni giorno dalle 13 alle 18 prenotandosi sul sito www.PCKWCK.com.

L’Oregon Shakespeare Festival è un festival shakespeariano che si svolge dal 1935 ad Ashland, una cittadina di 20 mila abitanti nella contea di Jackson, in Oregon, in tre teatri, uno dei quali elisabettiano. Per festeggiare degnamente il quattrocentesimo anniversario della morte di Shakespeare, avvenuta il 23 aprile 1616, il festival ha annunciato di avere commissionato la traduzione in inglese moderno di tutte le sue 39 commedie, così da renderle comprensibili al pubblico di oggi. Il che costituisce un’ammissione implicita che oggi il suo linguaggio può risultare noioso e/o difficile.

Alcuni famosi scrittori e scrittici, frattanto, hanno accettato l’invito della Hogarth, una casa editrice della Vintage, di riscrivere da capo sotto forma di romanzo un’opera a loro scelta di Shakespeare: Jo Nesbø si è preso Macbeth, Gillian Flynn ha scelto Amleto, Margareth Atwood riscriverà La tempesta, Tracy Chevalier Otello e Anne Tyler La Bisbetica domata.

Intanto Stephenie Meyer, l’autrice di Twilight, ha deciso, addirittura, di riscrivere se stessa, scambiando il sesso ai propri protagonisti: “È solo una storia d’amore, e non importa chi sia il ragazzo e chi la ragazza, funziona lo stesso”. Ah, ecco, ho pensato:  è l’amore la struttura base di ogni storia. Ma poi nel cervello sono apparsi Renza e Lucio, Giulietto e Romea, Abelarda ed Eloiso, Paola e Francesco, Ginevro e Lancillotto, Penelopo e Ulissa, la Maestra e Margherito, Emmo Bovary e Anno Karenino. E ho scosso la testa.

Riscrivere non è un’idea nuovissima: già nel 2004 Alessandro Baricco aveva fatto qualcosa di simile con l’Iliade. Ma la simultaneità dei tentativi e la dimensione degli obbiettivi colpiscono. Quello che accade nell’arte almeno da un secolo – il montaggio, il collage, le citazioni: Francis Bacon che nel 1953 ridipinge l’Innocenzo X di Diego Velasquez del 1650 – inizia a capitare anche nei libri di massa, non solo in quelli d’avanguardia. Il postmoderno, direbbero quelli. Quello che accade con la musica, che da decenni campiona, coverizza e mashappa, rimaneggiando, mischiando e reinterpretando a più non posso materiali passati, forse, incomincia ad accadere anche alla letteratura. In un suo saggio famoso – Il Narratore. Considerazioni sull’opera di Nikolaj Leskov – Walter Benjamin distingueva tra narrazione orale e narrazione scritta, proprio sulla base del fatto che la prima esiste solo se le sue storie continuano essere narrate di nuovo, ricordate e modificate di continuo da chi le narra e ascolta. In questo senso, parte della letteratura sembrerebbe tornare a modalità narrative antiche, precedenti l’invenzione della scrittura.

Si sente sempre dire che tutto è già stato scritto e che le storie in fondo sono sempre le stesse. Ed è vero, quasi: il bambino che scopre di essere il prescelto è Mosè, Gesù ed Harry Potter. Quindi – a meno che Cohen, Nesbø, Atwood e il teatro shakesperiano dell’Oregon non si siano messi in mente di migliorare lo stile di Dickens e Shakespeare – questi tentativi riposano sull’idea implicita, neppure cosciente, che le grandi trame siano strutture di per sé dinamiche, fatte di relazioni tra personaggi ed eventi che accadono. Come se le storie fossero costellazioni, figure geometriche o accordi musicali, risonanti. Walter Benjamin scrisse anche, da qualche altra parte, che la caratteristica dell’opera d’arte è di potenziarsi a ogni sguardo (o ascolto o lettura) invece di spegnersi. Non è così – tutto alla fine si consuma, anche le cose più belle – ma è vero che nell’ossessione di Ahab per la Balena, nella voglia di un burattino di legno di diventare bambino o nella tragedia di un ragazzo che, senza saperlo, uccide suo padre e finisce a letto con sua madre, si riconosce immediatamente qualcosa da raccontare, e raccontare di nuovo, per sempre.

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