Finalmente il Sud

Il Mezzogiorno si sta riaffacciando nel dibattito pubblico. E, seppur con meno risalto di quanto doverosamente gli spetterebbe (riservato invece ad altre questioni a più alto tasso di propaganda politica), anche nell’agenda di Governo.

Finalmente. Penso a una bellissima puntata di “Presa diretta” di Riccardo Iacona su Rai tre lunedì 7 ottobre. All’ articolo di ieri su Repubblica del direttore del Censis Massimiliano Valerii intitolato “Nel Sud il destino dell’Italia”. All’inchiesta a puntate tuttora in corso, sempre sulle pagine di Repubblica, a firma di Sergio Rizzo su un Sud che non si arrende. All’attivismo serio e competente di un ministro giovane e preparato come il ministro per il Sud Giuseppe Provenzano che, da direttore dello Svimez (Associazione per lo sviluppo dell’industria nel Mezzogiorno), ha svolto analisi e ricerche di indubbio pregio e quindi conosce molto bene ciò di cui si occupa oggi nella sua nuova veste professionale. Alla volontà di un deciso cambio di passo espressamente dichiarata dallo stesso premier Conte all’inizio di questa sua seconda esperienza a Palazzo Chigi nel corso della quale il Mezzogiorno dovrebbe rappresentare, sue testuali parole, «un’assoluta priorità» (e la vertenza della Whirpool a Napoli rappresenterà un banco di prova ineludibile).

Ripeto quindi: finalmente. Perché per troppi anni l’attenzione è stata monopolizzata in tutte le salse, soprattutto politica ed economica, dalla cosiddetta “questione settentrionale”: i bisogni del Nord, l’autonomia del Nord, i meriti del Nord, le tasse del Nord, le imprese del Nord, i cittadini del Nord, eccetera, eccetera.
Il Mezzogiorno era scomparso dai radar di ogni riflessione pubblica degna di tale nome, nessuno se ne interessava più, era stato completamente rimosso. Contava solo come un enorme bacino di voti a cui tutti cercano di attingere in modo ruffiano in tempo di elezioni promettendo di tutto e di più salvo poi dimenticarsi di ogni impegno preso.
Ogni tanto spuntava fuori qualche contributo lucido e coraggioso. Ma era come una rondine che non faceva primavera. Non seguiva dibattito cioè. Mi viene in mente, per esempio, un editoriale di Angelo Panebianco apparso sul Corriere della sera pochi mesi dopo la nascita del Governo tra Lega e Movimento Cinque stelle (il 5 dicembre 2018) in cui sottolineava come il sogno di unificare economicamente e socialmente l’Italia che aveva orientato e interessato per decenni la politica fosse completamente svanito:

«Un sogno con tanti grossolani errori, certamente. Con fallimenti politici, a loro volta, facilitati da letture sbagliate delle condizioni del Paese e del Sud in particolare. Ma il sogno c’era e alimentava idee e progetti a ripetizione (si pensi alla grande stagione, ancora negli anni Cinquanta e Sessanta dello scorso secolo, del pensiero e degli studi meridionalisti). Le politiche stataliste, assistenziali e clientelari erano sempre massicciamente presenti ma, per lo meno, dovevano fare i conti con una insistente domanda di modernizzazione e di sviluppo (e con politiche che qualche volta riuscivano, almeno in parte, a soddisfare quella domanda). Era una combinazione (tradizionale assistenzialismo più spinte allo sviluppo) che comunque contribuì a trasformare nel corso dei decenni l’Italia meridionale. Ma il “motore” di ciò che di buono portò al Sud tale trasformazione era alimentato da quel sogno e da quei progetti. Tutto questo è finito da un pezzo, il sogno si è infranto, nessuno più ha progetti o idee».

Parole importanti, ben ponderate, esatte. Alle quali mi sarei aspettato seguisse, vista l’autorevolezza dell’estensore e della testata su cui furono pubblicate, almeno una qualche forma di dibattito. Invece nulla. I meridionalisti (cui fa cenno anche Panebianco), cioè quegli intellettuali lungimiranti e di raffinatissimo pensiero che nella seconda metà del secolo scorso seppero porre con forza la questione del riscatto del Mezzogiorno (Giustino Fortunato, Gaetano Salvemini, Pasquale Saraceno, Rosario Villari, Luciano Cafagna, Antonio De Viti De Marco, per citarne alcuni) erano diventati ormai solo un lontano ricordo. In pochi, infatti, hanno deciso di raccoglierne il testimone e continuare a perorare la causa meridionale (ovviamente aggiornata ai tempi nuovi) con lo stesso pathos, competenza, convinzione. Anche perché trattasi di una professione indubbiamente scomoda visto come i meridionalisti vennero a suo tempo scherniti a causa di una classe politica del Sud che non seppe far tesoro dei loro consigli e produsse cattedrali nel deserto e carrozzoni statali (si pensi alla famosa Cassa del Mezzogiorno che pure sotto la presidenza di Gabriele Pescatore si rivelò uno strumento di intervento straordinario capace di alimentare davvero il sogno di una rinascita economica del Sud) tanto inconcludenti quanto talpe di buchi enormi nel bilancio dello Stato. E che costituirono un formidabile terreno fertile per la nascita di movimenti politici anti “terroni” come la Lega Nord di Umberto Bossi.

Sono passati appena pochi mesi dal grido nel vuoto di Panebianco e sembra che almeno qualcosa oggi stia cambiando. In meglio.
Innanzitutto sono tornati ad essere ascoltati quei (pochi ancora, purtroppo) meridionalisti (per stare alla puntata di “Presa diretta” sopra citata: Isaia Sales, Gianfranco Viesti, Adriano Giannola) che si ostinano, meritoriamente, ad approfondire e dimostrare come un Sud abbandonato a sé stesso sarebbe un disastro anche per il Nord.
E poi perché il destino del Sud non è inseguire il Nord secondo le sue modalità di crescita. Lo ha già fatto con le già menzionate cattedrali nel deserto, gli aiuti a pioggia e diavolerie simili e si è andato a schiantare. Mentre quando ha saputo mettere in campo la sua creatività e le sue straordinarie energie senza scimmiottare nessun modello di sviluppo preconfezionato altrove a tavolino ha ottenuto risultati eccezionali. Basti pensare all’ultimo censimento dei “Campioni del Mezzogiorno” realizzato dal Corriere Economia (10 giugno 2019), cioè alle 84 aziende di eccellenza del Centro Sud di cui praticamente la metà (40) sono presenti anche nella classifica nazionale dei cosiddetti “Champions”.

C’è una famosa frase di Albert Einstein che dice: «Ognuno è un genio ma se si giudica un pesce dalla sua abilità ad arrampicarsi su un albero, lui passerà tutta la vita a credersi uno stupido».
Io credo che in tanti, per troppo tempo, abbiano lavorato con indomita tenacia degna di ben altra causa per far credere che il Sud fosse “stupido” in quanto incapace di imitare e reggere i ritmi di sviluppo del Nord. La verità invece è che troppi parlano e, spesso, sparlano del Sud senza saperne niente. Non di rado per condannarlo senza appello, per trarne benefici politici e poi ingannarlo non mantenendo le promesse fatte, per provare a coartarlo a logiche di business insensate e socialmente e ambientalmente molto discutibili.
Mi viene da prendere a prestito, in proposito, alcune parole di una poesia di Franco Arminio tratta dalla sua fortunata raccolta “Cedi la strada agli alberi”:

«Chi non sa nulla del Sud stia zitto, parli chi ha il coraggio di starci dentro, di attraversarlo lentamente… Non servono i mestieranti dello sdegno, i mercanti del frastuono. Per raccontare certi luoghi ci vogliono la poesia, il teatro, il canto».

Ed è proprio Arminio, in una bellissima conversazione con il cantautore calabrese Brunori Sas apparsa su Repubblica nella primavera del 2018 (il 6 maggio), ad avere secondo me dimostrato di possedere lo sguardo più lungo, amorevole, sensato e quindi anche “produttivo” sul destino del Mezzogiorno:

«Il Sud ti avvilisce e ti esalta. Però è occasione di intensità… Lo so che non si salva il Sud solo con i mandolini ma se il Nord è efficiente e disincantato, quello che può fare il Sud per il mondo è tornare a reincantarlo».

Una suggestione che io, da pugliese che da tanti anni vive al Nord (prima a Bologna e poi a Milano), trovo davvero, è proprio il caso di dirlo, “incantevole”.