Una superfondazione nel nonprofit perl’Italia

Qualche giorno fa, a un appuntamento elettorale a Milano in cui si parlava di inclusione sociale, tra i relatori c’era Don Gino Rigoldi, cappellano del carcere minorile Beccaria e da decenni indefessamente impegnato nella lotta al disagio giovanile. Accennando a un’iniziativa che vorrebbe presto realizzare, una fondazione che crei opportunità di lavoro per i giovani “a rischio”, ha dichiarato che da quando ha cominciato a circolare voce di questa sua intenzione già sei amministratori delegati di aziende profit si sono fatti avanti per offrirsi di ricoprire lo stesso ruolo, a titolo gratuito, nella sua fondazione. Come a voler sottolineare che anche tra i top manager ci sono un sacco di persone pronte a dare una mano per una buona causa (circostanza naturalmente plausibile). Tuttavia, mentre ascoltavo questa “ricostruzione” di Don Rigoldi non potevo, nei miei pensieri, che farne anche un’altra di segno, però, diametralmente opposto: molti manager (non tutti, evidentemente), dopo che hanno speso una vita ad accumulare soldi e potere, non di rado senza farsi troppi scrupoli, a un certo punto avvertono che manca loro la ciliegina sulla torta per sentirsi pienamente gratificati: l’impegno nel sociale. Però non un impegno al servizio degli altri che parta “dal basso”. No, il top manager di solito ha sempre da insegnare come si fa, come si gestisce, come si sta al mondo e quindi si rivolge al Terzo settore un po’ come un novello Archimede: «Datemi un punto di appoggio e vi solleverò il mondo». E poiché si autocandida usando l’argomento molto persuasivo di essere disposto a lavorare gratis spesso riesce a convincere alcuni enti nonprofit ad avvalersi delle sue prestazioni. Finendo così con il tarpare le ali a tanti giovani (e meno giovani) che in quell’organizzazione o in altre, sempre non lucrative, si sono fatti le ossa, ci hanno creduto, hanno acquisito competenze preziose ma si vedono sfuggire il pieno riconoscimento (anche remunerativo) per il proprio impegno perché all’ultimo momento arriva qualcun altro da fuori che sembra saperne sempre molto più di loro. Ricordo il titolo un anno fa su Affari&Finanza di un articolo che parlava di quanto fosse diventato alto il numero di manager pronti a dare il proprio contributo professionale alle Onlus: La “seconda vita” dei dirigenti in soccorso del settore nonprofit (27 aprile 2015). Quel titolo l’avrei cambiato in: La “seconda vita” dei dirigenti soccorsi dal settore nonprofit”.

Sono voluto partire dall’episodio della fondazione di Don Rigoldi perché mi sembra uno spunto congeniale per accennare, seppur molto brevemente, all’approvazione avvenuta la scorsa settimana della legge delega per la riforma del Terzo settore, in merito alla quale in passato più volte mi sono qui soffermato. Dopo due anni, quindi, finalmente il governo è riuscito a portare a casa un provvedimento fortemente voluto dal presidente del consiglio Renzi, il quale ora avrà dodici mesi di tempo per scrivere uno o più decreti legislativi atti a metter mano a tutta la materia. Personalmente mi auguro che i decreti scontentino tanti perché il Terzo settore si riforma solo se fai pulizia al suo interno, chiudi un bel po’ di cooperative e associazioni varie fittizie, crei nuove opportunità di accesso, punti sulla meritocrazia e sulla trasparenza e mandi in soffitta prassi e persone accomunate da una soffocante autoreferenzialità.

In questi giorni ho letto pareri pressoché unanimi di consenso alla riforma (anche perché forse qualcuno pensa di poter giocare un ruolo non secondario nell’”influenzare” la scrittura dei decreti). Solo su un punto sono emersi diversi distinguo e perplessità. Mi riferisco all’articolo 10 della legge che prevede la costituzione di una fondazione, denominata Fondazione Italia sociale, cui lo Stato assegnerà una dotazione iniziale di un milione di euro, allo scopo di sostenere «la realizzazione e lo sviluppo di interventi innovativi da parte di enti del Terzo settore, caratterizzati dalla produzione di beni e servizi con un elevato impatto sociale e occupazionale e rivolti, in particolare, ai territori e ai soggetti più svantaggiati».

Proprio la previsione di questa fondazione rischiava di far slittare oltremisura l’approvazione della legge delega di riforma del Terzo settore. Mentre infatti era in discussione in Senato veniva stralciato del tutto l’articolo (allora 9-bis), poi rientrava con alcune modifiche (per esempio veniva cancellata la frase che stabiliva che la fondazione dovesse avere sede a Milano), poi alla Camera alcuni deputati premevano affinché si facesse nuovamente retromarcia e si eliminasse l’articolo in questione. Insomma questa fondazione si è rivelata subito un vero pomo della discordia. A causa essenzialmente di un fatto: che avesse già un presidente in pectore, Vincenzo Manes, orgoglioso di sentirsi tale.

Manes è un manager e imprenditore di lungo corso, non certamente nuovo all’impegno nel nonprofit. Sulla scia di quanto realizzato da Paul Newman negli Stati Uniti con l’associazione “Hole in the wall camps” avente lo scopo di organizzare percorsi teraupetici ricreativi per bambini gravemente malati, ha dato vita in Italia, in provincia di Pistoia, all’associazione Dynamo camp (emanazione della sua Fondazione Dynamo), l’unica struttura italiana che realizza, come si può leggere sul suo sito, programmi «di terapia ricreativa pensata per ospitare minori le cui vite sono compromesse dalla malattia, per attività ludiche e sportive e un’esperienza di svago, divertimento, relazione e socialità in un ambiente naturale e protetto». Una gran bella iniziativa, va riconosciuto e ribadito. In aggiunta Manes, oltre che della fondazione Dynamo è stato o è a capo di altre fondazioni. E l’idea di una grande fondazione finanziata in partenza dallo Stato per promuovere il Terzo settore la coltiva da anni, visto che già il 23 maggio del 2008 scriveva sul Sole 24 Ore un articolo, intitolato “Una superfondazione per l’Italia”, in cui caldeggiava, appunto, la nascita di una fondazione con una iniziale dotazione finanziaria pubblica.

Quando poi negli ultimi mesi del 2015 la riforma del Terzo settore sembrava a un passo dal varo Manes così si esprimeva in un articolo di Paolo Bricco apparso il primo novembre, sempre sul Sole 24 Ore con il titolo, a mio avviso non molto beneaugurante (vista l’evocazione di quello che per decenni è stato assimilato a un carrozzone di Stato), “Prende forma l’Iri del Terzo settore”: «Nella legge delega si troverà una dote iniziale di 50 milioni di euro. Sono tanti, sono pochi? Intanto costituiscono una base per procedere al successivo fundraising tra i privati…Sotto il profilo finanziario e della capacità di spesa l’obiettivo è di raccogliere un miliardo di euro… La nuova realtà avrà la libertà di muoversi su tutto il territorio nazionale e lo farà senza la costrizione di bandi».
Nel pezzo poi Manes diceva anche altre cose, in linea di massima condivisibili, così come altre cose ancora le diceva Bricco, stavolta totalmente condivisibili («Nel nonprofit italiano si mescolano volontariato duro e puro, a volte con tratti residuali quasi da strada, e professionalità selezionate da percorsi formativi classici, governance formalizzate e desiderio di conservare un senso di verginità primigenia. Un mondo insieme vitale e contraddittorio, segnato spesso da personalità forti al limite del narcisismo»).

Fatto sta che da novembre ad oggi tutto è cambiato (per non dire dal 2008 ad oggi quando Manes ancora immaginava nel suo articolo che i progetti da seguire avrebbero richiesto la costituzione di un comitato composto da «autorevoli rappresentanti dell’economia, dell’università, della ricerca e della cultura», cioè dai soliti cinque-dieci “esperti” con tratti caratteriali molto simili a quelli delle personalità richiamate da Bricco). I 50 milioni di euro sono diventati appena uno, la tanto auspicata “superfondazione” non c’è più. La mission che per essa Manes auspicava pure e il miliardo di euro da raccogliere rimane, evidentemente, una chimera. In più il suo nome è, come abbiamo già detto, fonte di divisione. Si faccia quindi spontaneamente da parte. Sarebbe un bel gesto, disarmerebbe i suoi detrattori e dimostrerebbe che ci sono anche top manager che non vanno “in soccorso” del settore nonprofit semplicemente perché ritengono che esso non ne abbia bisogno.