Il panino-tasca

A casa mia di pane se ne mangiava poco. Non per ragioni dietetiche, ma perché la mamma lo trovava pleonastico e quindi non ci permetteva più di una fetta a pasto: pane sciapo, senza sale, come si usa in Toscana. Quel pane, detto “casalingo”, andava spezzato in piccoli bocconi con le mani, mai addentato! Era vietato intingerlo nei sughetto rimasto nel piatto: doveva soltanto costituire una pausa tra i sapori delle pietanze. A me non piaceva affatto, perché era insapore. Alle mie rimostranze (dalla nonna avevo imparato ad apprezzare certi panini salati e speziati che lei faceva comprare da un fornaio dal nome altisonante, “Balboni&Müller”, dalle parti del Mercato), il babbo citava sempre, con enfasi, le parole di Cacciaguida a Dante Alighieri, pronosticandogli il futuro esilio: “Tu proverai sì come sa di sale lo pane altrui…” (Paradiso, canto XVII).

Un mio compagno di classe delle elementari, che si chiamava Mauro, ma per tutti era “Ciccio bomba”, abitava in una “Casa famiglia” perché la sua era troppo povera e non ce la faceva a mantenerlo. Per la merenda della ricreazione di mezza mattina, gli preparavano dei grossi panozzi, scavati e privati della mollica, dove veniva pigiata dentro una generosa dose di pasta della sera prima (quasi sempre gnocchi di patate al pomodoro). Mauro proponeva insistentemente scambi con i panini degli altri. Soltanto con me non ci provava, perché la mamma mi dotava di un piccolo panino morbido e briosciato con dentro un filo di burro, una fettina di prosciutto cotto e una foglia di insalata. Per questo lui mi prendeva in giro e mi chiamava “bocconcino di panino”.

Alla mensa della Scuola-città “Pestalozzi” (avevamo, pionieristicamente, il tempo pieno) ci davano un pane poco praticato nelle tavole fiorentine: le michette. Una sorta di bolla di morbida crosta, vuote dentro. La michetta ci era permessa soltanto dopo il primo piatto, per evitare che, secondo l’usanza delle persone che non avevano altro o molto fameliche, lo mangiassimo assieme alla pasta. Io invece trasformavo la mia michetta in una tasca per nasconderci dentro le molte cose che non mi piacevano, e che ci obbligavano a mangiare comunque fino all’ultimo boccone. Soprattutto le, purtroppo frequenti, uova sode: viscide, stracotte (avevano un tuorlo quasi verdastro), insipide. Praticavo un foro nella parte inferiore della michetta e ci infilavo dentro l’uovo. Poi la richiudevo con un tappo fatto della crosta che avevo tolto. All’uscita dalla mensa la mostravo, tenedola ben in vista sul palmo della mano, come su un piatto da portata, alla cerbera addetta al controllo e le dicevo che me lo sarei mangiato per merenda. Invece, quando alle cinque e mezza uscivo di scuola, passavo dalla vicina Piazza Santa Croce e depositavo il “panino ripieno” su una delle sedute di pietra. Mi ero creato un gruppo di affezionati colombi che mi attendevano appolaiati sulla statua di Dante, come avvoltoi famelici.

Accadde una volta che un anziano signore, seduto vicino a me, agguantò il panino e lo addentò avidamente. Mentre le briciole dell’uovo e le molliche gli adornavano come brillantini l’incolta barba grigia, mi disse quasi per scusarsi: “Non ho i soldi nemmeno per comprarmi un tozzo di pane”. Da allora, tutti i pomeriggi, presi a portare all’ex imbianchino Osvaldo un panino ben ripieno. Finché, dopo alcuni mesi, un pomeriggio non lo vidi arrivare. Mai più mangiata una michetta in vita mia.

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