Le bizzarrie dell’erudizione combinatoria

Fra Oriente e Occidente è il titolo di un prezioso e inesauribile libro dello studioso dell’antichità Santo Mazzarino (1916-1987), pubblicato per la prima volta a Firenze, dalla Nuova Italia, nel 1947 (poi dalla Rizzoli, nel 1989 e, infine da me ristampato presso Bollati Boringhieri, nel 2007). Mazzarino individuava nella Ionia il luogo dove Oriente e Occidente potevano esser meglio studiati nel loro rapporto, e poi passava a dedicare sessanta pagine alla storia del nome Asia per poi proseguire, in modo anche spesso slegato, a snocciolare una sorprendente miriade di fatti, osservazioni e teorie.
 Di questo libro discutemmo con il filologo Giovanni Semerano (1911-2005) la prima volta che gli feci visita, nella sua casa fiorentina, per proporgli di pubblicare alcuni suoi studi.

Ebbi allora la sfacciataggine di dirgli che lo apprezzavo molto anche perché lo sentivo vicino a Mazzarino, e alle idee espresse in Fra Oriente e Occidente. Semerano mi interruppe, sogghignando, ed estrasse dalla sua affollata libreria un fascicolo della “Rivista Storica Italiana” (per la precisione: il numero 60 del 1948) e mi lesse un brano della lunga recensione che aveva dedicato a quel volume il grande storico Arnaldo Momigliano: «Appunto perché Mazzarino ha un’assoluta padronanza del suo argomento e non dà luogo a critiche minute, è necessario dire chiaro che il metodo non va: esso eredita dal Vico le bizzarie dell’erudizione combinatoria, non l’austerità del pensare».

Bizzarie dell’erudizione combinatoria? Propria questa è l’ accusa che spesso venne mossa anche a Semerano. Ma fu proprio questa la loro forza e il loro fascino. Questi due Maestri, un catanese e un pugliese, hanno saputo mettere la loro grande erudizione al servizio di una ricerca sul mondo antico dai caratteri assolutamente originali e anticonformisti. Dove finivano le fonti, non hanno esitato a inseguire ipotesi suggestive, proponendo inedite associazioni e cortocircuiti interpretativi, rompendo le consuetudine e le pigrizie accademiche, utilizzando la filologia come trampolino per la fantasia, e non misero rifugio per impiegati del sapere. 
 Mi fece una grande impressione conoscere, e diventarne poi amico, Giovanni Semerano: piccolo ed elegante (sempre con un farfallino da dandy), amaro e ironico. Leggendo i quattro volumoni de Le origini della cultura europea (pubblicati meritoriamente da Olschki: i primi due nel 1984, e gli altri due, articolati in dizionario, dieci anni dopo) mi ero fatta l’idea di un personaggio simile al protagonista di Una solitudine troppo rumorosa dello scrittore cèco Bohumil Hrabal: un inquietante e simpatico topo di biblioteca ripiegato sulle sue carte. Invece Semerano già per telefono dimostrava grande distacco per le sue cose, molta modestia, rideva dei suoi numerosi avversari e ripeteva canticchiando che nessuno è profeta in patria.

Avevo visto Semerano, da lontano, la prima volta a Milano, nel 1999, al Convegno internazionale, promosso e organizzato dalla Banca Popolare, Le radici prime dell’Europa. Gli intrecci genetici, linguistici, storici (a cura di Gianluca Bocchi e Mauro Cerutti), i cui atti pubblicammo, con lo stesso titolo, alla Bruno Mondadori, nel 2001. Dopo gli interventi di Cavalli Sforza, Edwards, Piazza, Renfrew, Gamkrelidze, era intervenuto un signore che sembrava reggere l’anima a stento, con una voce flebilissima, che aveva snocciolato una serie affascinante di interpretazioni etimologiche di termini dei quali, fino a quel momento, si era parlato dando per scontato un significato comunemente condiviso. Dopo aver spiegato “Europa” (dall’assiro EREBU = tramonto e dal greco EREBOS = oscurità) si soffermò su “Asia”: “Dall’assiro ASU = sorgere del sole”. E aggiunse: «Ebbene se tutto questo è trasparente sul piano della storia nei dizionari etimologici del greco si precipita in una nuova sorpresa grazie all’angusto comparativismo; si ignora che il nome greco dell’aurora (dorico AOS, eolico AUOS, attico HEOS, sia da identificare con l’accadico ASU = che sorge… Alle soglie di questo contributo ecco come si presenta il quadro degli antichi riferimenti, rispetto alle origini della nostra civiltà di Occidente».

Dopo aver dato l’etimologia di una trentina di termini  – da Tamigi a Germani, da mano a mistero (che deriva da MUSHU = notte) – frutto di anni di pazienti e ostinate ricerche, sorprese l’auditorio con questa conclusione: «Il richiamo all’Oriente, perché dall’Oriente è la luce, è rimasto nei millenni come un istintivo bisogno di recupero di una parte di noi stessi (…). Il mio lavoro, sotto il segno rigoroso di una storia millenaria, vorrà essere opera di fraternità tra popoli avversi per ostilità di razza (e le grandi tragedie della storia sono sempre frutto dell’ignoranza). (…) Non si dirà che io non abbia amato le glorie dell’Ellade, solo che ciò che ho scritto vuole favorire un ritorno a esse con rinnnovata coscienza».

Il suo primo libro, che mi consegnò alla fine del nostro incontro, dicendomi che aveva aspettato anche troppo tempo, si intitola L’infinito: un equivoco millenario (Bruno Mondadori, 2001). Preceduto da una lunga intervista su Repubblica, a cura di Sergio Frau, dove Semerano annunciava baldanzosamente che avrebbe «rimesso in riga Anassimandro», e dalle voci che all’Einaudi, durante una riunione del mercoledì, dove si valutava quel testo, un paio di accademici avevano minacciato di dimettersi se la casa editrice avesse osato pubblicarlo, il libro ebbe un enorme successo per un’opera costellata di parole strane e esotici accenti: dodicimila copie vendute in tre anni e una ripresa consistente delle vendite dei quattro volumi dell’opera edita da Olschki. Anche questo volume, come l’intervento al convegno della Banca Popolare, e i volumi di Olschki, era strutturato caoticamente in parti simili a un dizionario etimologico e altre con brevi considerazioni teoriche. Opere che si possono aprire a caso e si viene sempre investiti da un vento fresco e risvegliante.

Però, all’interno de L’infinito: un equivoco millenario, e questo credo sia stato il motivo principale del successo, c’era la “perla” promessa nel titolo e spiegata da Semerano così: «L’uomo nasce dall’infinito e torna all’infinito, così è sempre stata tradotta una delle riflessioni più famose del filosofo Anassimandro. Ma APEIRON deriva dal semitico APAR e dall’accadico EPERU, parole che in mezza Mesopotamia, e più tardi nell’ebraico APHAR stavano a significare POLVERE, FANGO. Ovvero: L’uomo è polvere e polvere tornerà». Non posso a questo punto non ricordare, anche per interrompere la pesantezza di questo scritto (Semerano sapeva essere invece, quando parlava, straordinariamente “leggero”), la discussione tra il Professore, così gli amici lo chiamavano, e mia figlia Bianca di sette anni, che una volta mi trascinai dietro perché lui voleva conoscerla, e che ingaggiò con Semerano una discussione, dopo che lui pazientemente e chiaramente le aveva spiegato la questione dell’ “Apeiron”, nella quale gli venne imputato di non aver preso in considerazione, oltre alla polvere, la presenza degli acari…

Il libro successivo, pubblicato nel 2003, secondo un preciso disegno che lui ci comunicava di volta in volta, fu dedicato a sfatare l’idea, anche con l’esempio in appendice della affascinante traduzione delle Lamine di Pyrgi, che l’Etrusco sia una lingua incomprensibile e misteriosa. Il titolo, Il popolo che sconfisse la morte. Gli etruschi e la loro lingua, lo volle e difese caparbiamente, mentre già non stava bene, e ricordo con quanta passione mi spiegò gli affreschi (che riproducemmo a colori) di quella tomba di Tarquinia dove si vede una figura grottesca, che lui chiamava affettuosamente “pulcinella”, che sembra scacciare gli spiriti dell’oltretomba. Tradurre gli etruschi era per lui quasi svelare il mistero della morte, dimostrare che con la caparbietà e la conoscenza è possibile gettare una luce su tutto.

Semerano era ovviamente cosciente, e non mancava di ripeterlo, che nessuna teoria spiega tutto ed è inattaccabile. Le sue proposte non avevano nulla di autoritario. Si sostenevano su una pratica artigianale di decenni, fatta di paziente cesello alla ricerca dell’affascinante significato delle parole e del mondo. Semerano ha saggiato una per una, senza salti, scorciatoie o semplificazioni, i termini più importanti della nostra lingua. Andava avanti a indagare una parola finché non sentiva il “profumo delle radici”. La passione per questo “odore lontano” era, per lui, il lavoro del filologo.

Semerano ha offerto ai linguisti, ai filosofi, agli storici, ai geografi, e a tutti gli appassionati del significato profondo delle parole (come scrittori e poeti) le scintille originarie che attizzano il fuoco delle idee, che riscalda l’eterna riflessione sul Senso delle cose. Intendeva il suo lavoro come una missione etica e un tentativo di risposta alle domande che tutti ci poniamo sulla vita e la morte.

La favola dell’indoeuropeo (il suo ultimo libro, pubblicato da Bruno Mondadori nel 2005), è il suo scritto più polemico e aggressivo verso teorie che stanno in piedi ormai soltanto per convenienze accademiche. Uscito pochi mesi prima della sua scomparsa, si concludeva con queste parole – intitolate Premessa moralistica, ma non troppo – che suonano come una sorta di testamento: «Le nostre pagine mirano a colpire ideologie deleterie, che sfociano nel razzismo, le stesse che nell’antichità divisero Indoeuropei e popoli antichissimi non-Indoeuropei, tra noi Arii, dominatori, e Semiti “complesso etnico inferiore”. Le perfidie etimologiche ebbero l’ardire di appollaiarsi al posto della Storia. Ci giunge la risonanza di lotte locali fra popoli di cui ripetiamo i nostri primi lumi culturali. È il perenne complesso di Caino. Ma in seguito noi trasferimmo lontano quelle contese e accendemmo i continenti. Se i cosiddetti potenti della Terra avessero consuetudine di frequentare il grande tempio della Storia, il mondo sarebbe meno intriso di sangue, meno bagnato di lacrime».