Pioggia

Da piccolo, grazie alla pioggia, capii che non sempre una frase descrive in modo veritiero la realtà. Quando iniziava a diluviare passavo molto tempo a guardar fuori dalla finestra in attesa che si realizzasse quell’espressione che la mamma, inguaribile anglofona, diceva a commento dei primi goccioloni: «It’s raining cats and dogs». Poi me ne andavo deluso, con la coda tra le gambe: nessun micio né cagnetto era venuto giù con l’acqua e, come mi aspettavo, si era affrittellato nelle pozzanghere, facendo “plof”.

Amavo comunque la pioggia perché, dopo i suoi scrosci, che mi costringevano in casa all’asciutto, spuntavano in giardino le lumache che strisciavano lente e bavose sulle foglie e sul prato. Rassegnato, mi ero convinto così che Lassù avessero esaurito i cani e i gatti e che ora ci dovessimo accontentare di una pioggia di lumache.

Imparai in seguito ad apprezzare il suono della pioggia e i suoi rumori infiniti. Mi manda in estasi il fatto che ogni superfice colpita dalle gocce, risponda in modo diverso, emettendo musiche appropiate. Nel quartiere artistico di Dresda (più esattamente: nel Neustadt Kunsthofpassage), c’è un palazzo che suona quando piove. Tre geniali artisti (Christoph Rossner, Annette Paul e Andre Tempel) hanno infatti realizzato un sistema di smaltimento dell’acqua che produce suoni musicali quando piove. Le grondaie sono collegate l’una all’altra tramite degli imbuti che le rendono simili a tante trombe affusolate. L’acqua piovana che scorre giù lungo il sistema di grondaie genera della musica. Le gocce picchiettano sui vari metalli ed emanano suoni che avvolgono la facciata in una nube musicale che sembra un intonaco di note in libertà.

La musica della pioggia è talmente forte e suggestiva che persino un poeta retorico e borioso, come Gabriele D’Annunzio, su di essa riuscì a creare una poesia bellissima. La pioggia nel pineto (1902), che ci facevano imparare a memoria alle elementari, mi era familiare perché era ambientata in un luogo dove, durante le vacanze, andavamo a fare le gite in bicicletta. È a Marina di Pisa, nella folta pineta, che corre lungo il mare, che il Vate, mentre stava passeggiando con la sua amata Ermione, venne sorpreso da un fresco temporale estivo: le gocce, cadendo leggere sui rami e sulle foglie, crearono una musica magica e orchestrale, ridestando odori e vita segreta del bosco.

Proprio là aveva la casa Antonio Tabucchi e, dalle sue finestre, penetrava il suono della pioggia sui pini attorno. Lui, che era metereopatico, ne soffriva e attribuiva alla pioggia la voglia che lo assaliva di non alzarsi dal letto. Diceva che la pioggia è un movimento dall’alto in basso, qualcosa che cade inesorabilmente dal cielo. Si sentiva schiacciato da quel ticchettio umido e diceva preoccupato: «La pioggia arrugginisce e corrode».

La pioggia è bella e importante soprattutto per le sue conseguenze. Non soltanto perché dà da bere alla terra e rinnova la vita con un nuovo apporto di acqua. Mi affascina molto il fatto che oggi ci siano degli architetti che, scientemente, ricoprono i propri edifici di materiali ferrosi che si lasciano intaccare dalla pioggia. Col tempo, il colore delle superfici dei palazzi, cambia: si rama o si ossida, tendendo al verde. Le gocce d’acqua corrodono le lastre che coprono il cemento e fissano il Tempo che passa attraverso una incesante mutazione cromatica che ricorda il passaggio degli autunni sugli alberi e le piante. È come se, grazie all’azione pervicace della pioggia, i vecchi edifici iniziassero a parlare, mostrassero il loro bagnato passato: le antiche storie che nelle pietre si sono andate ammucchiando, per il troppo brusio soffocato.
La pioggia ha anche il merito di portare via dagli edifici l’inessenziale. A mia figlia, che si era stupita che il Partenone un tempo fosse stato tutto dipinto di blu, venne in mente che «per fortuna la pioggia lo ha lavato ben benino».

E poi non bisogna mai dimenticare che diceva Jim Morrison: «Alcuni dicono che la pioggia è brutta, ma non sanno che permette di girare a testa alta con il viso coperto dalle lacrime».

Francesco Cataluccio

Ha studiato filosofia e letteratura a Firenze e Varsavia. Ha curato le opere di Witold Gombrowicz e Bruno Schulz. Dal 1989 ha lavorato nell’editoria e oggi si occupa della Fondazione GARIWO-Foresta dei Giusti. Tra le sue pubblicazioni: Immaturità. La malattia del nostro tempo (Einaudi 2004; nuova ed. ampliata: 2014); Vado a vedere se di là è meglio (Sellerio 2010); Che fine faranno i libri? (Nottetempo 2010); Chernobyl (Sellerio 2011); L’ambaradan delle quisquiglie (Sellerio 2012); La memoria degli Uffizi (Sellerio 2013); In occasione dell’epidemia (Edizioni Casagrande 2020); Non c’è nessuna Itaca. Viaggio in Lituania (Humboldt Books 2022).