Ho incontrato Robert Whiting

Tokyo Underworld è per me il libro più bello di Robert Whiting, l’ho letto quando abitavo in questa città da forse un anno e ha sparigliato il mio approccio alla cultura giapponese. Posso dire che questo libro sia tra le pochissime cose scritte che hanno modellato la mia percezione della società che mi ha adottato.
Questa primavera Whiting ha pubblicato il suo ultimo lavoro, e il giorno dell’uscita, all’orario di apertura, sono andato alla libreria di Shinjuku specializzata in testi stranieri, ho chiesto il titolo e la libraia ha dovuto aprire gli scatoloni che erano appena arrivati. Di solito non faccio queste mosse da fan, ma ero troppo impaziente di leggere il racconto di vita di un americano a Tokyo dal 1962 a oggi. Finito il libro ho scritto una mail a Robert per chiedergli se potevamo fare una chiacchierata e mi ha risposto dopo 20 minuti dicendo che certo, era libero e ci saremmo visti tre giorni dopo.

Ci incontriamo al Club dei Corrispondenti stranieri di Tokyo, un’istituzione della città, a ora di pranzo. Ci sediamo al tavolo del ristorante piuttosto affollato e quando dico che prenderei solo un caffè Robert mi lancia uno sguardo severo: capisco che devo fargli compagnia e ordino anche io un cheeseburger. Nel frattempo lui sta questionando con il cameriere insistendo che gli portino le patatine fritte “shoestring”, non quelle tagliate grosse dell’altra volta che non andavano bene. Mi rendo conto che negli ultimi anni ho frequentato talmente pochi statunitensi che adesso mi sembrano molto più esotici dei giapponesi, e capisco anche di essere al tavolo con un’autorità: regolarmente altri avventori del ristorante (tutti abbastanza attempati) si avvicinano per salutarlo con fare deferente.
Non capita spesso di passare del tempo con un tale senpai della vita in Giappone (quasi 60 anni, sebbene con dei periodi di rimpatrio a New York) oltre che uno scrittore per me così stimolante. Mangiamo il panino con l’hamburger che non so come affrontare visto che è servito in un piatto e con le posate, ma poi vedo lui che lo addenta e lo imito.

Bob, come mi chiede di chiamarlo, mi racconta del suo arrivo due anni prima delle olimpiadi del ‘64 in una Tokyo inimmaginabile oggi: alcune zone della città non erano ancora state ricostruite dopo la distruzione bellica, c’era miseria e polvere e l’acqua non era quasi mai potabile. Dopo una serie di impieghi disparati, come racconta nel suo ultimo lavoro, Tokyo Junkie, ha esordito come scrittore raccontando la cultura giapponese attraverso la lente del baseball, sport nazionale sia qui che nel suo paese. Gli chiedo che libri sul Giappone fossero stati importanti per lui e mi confessa che molta della letteratura accademica e antropologica (come il famosissimo The Chrysanthemum and the Sword di Ruth Benedict) è troppo verbosa. Mi piace molto il termine americano che usa: mumbo-jumbo.

La scrittura di Whiting parte invariabilmente da esperienze reali, incontri e persone, per poi arricchirsi con informazioni raccolte da testi, giornali, dati statistici. Bob mi racconta nei dettagli le sue ricerche sui legami tra gruppi yakuza e il partito di governo, il suo incontro con il pizzaiolo e trafficante americano Nick Zappetti, un uomo assolutamente unico, e tutto il lavoro di ricerca che ha svolto per la scrittura di Tokyo Underworld. Parliamo del misto di rispetto e terrore che in Giappone i politici di governo hanno verso i gruppi criminali e mi racconta che dopo l’uscita del libro i media nipponici hanno semplicemente smesso di contattarlo e nessuno lo ha più invitato per interviste e programmi televisivi. Sono sempre affascinato dalle persone che mi spiazzano, e Bob ha spesso una visione inaspettata: nonostante abbia partecipato al movimento giovanile e alle manifestazioni di piazza pacifiste della fine degli anni ‘60 a Tokyo, ammira dei politici di tutt’altro genere. Ad esempio mi dice di aver sempre stimato Reagan, nonostante sguardi scandalizzati dagli amici negli Stati Uniti, aggiunge che Nakasone (un ex primo ministro Giapponese) e addirittura Trump hanno fatto delle cose che gli piacciono. Sono meravigliato e affascinato, glielo dico e mi risponde che non ha mai avuto una linea politica rigida.

Ci addentriamo un po’ negli obbligatori pettegolezzi sulle personalità più in vista della comunità di stranieri occidentali a Tokyo e scopriamo alcune conoscenze comuni, ma è il momento di ordinare il dolce che io evito. Bob invece ordina un gelato alla vaniglia con sciroppo di caramello in cui affogarlo.
Passiamo a un argomento che fino a un paio di anni fa avrei semplicemente tralasciato ma che adesso mi appassiona: il baseball. Lo pratico abbastanza regolarmente e lo amo molto, cerco di non fare la figura da neofita con domande stupide, ma per fortuna l’approccio nipponico a questo sport è unico e, come ha descritto Bob nel suo You Gotta have Wa, è una chiave preziosa per interpretare questo paese. Proseguiamo la conversazione addentrandoci in disquisizioni su pitchers, battitori, schemi di gioco e ci ripromettiamo di trovarci in una izakaya per bere birra di fronte a una televisione che trasmetta una partita dei Tokyo Yomiuri Giants. Credo che entrambi abbiamo capito di condividere la passione per i vicoli che si animano la notte, le lanterne rosse delle osterie dove si può stare in pace a chiacchierare o bere in silenzio a guardare gli altri o a pensare. D’altra parte mi riconosco nel titolo del suo libro: sono anche io un rimastino di Tokyo.

Purtroppo i libri di Robert Whiting non sono pubblicati in Italia e non so se mai lo saranno.