Vita all’inizio del nuovo anno

Come previsto il capodanno è passato ancora più silenzioso del solito. La campana del tempio vicino a casa si poteva ascoltare ma non suonare come si fa ogni anno, facendo la fila insieme alla gente del quartiere. Ci è rimasto solo il suono nella notte fredda, i rintocchi di tutte le campane buddhiste della zona. I locali erano chiusi e i treni non si sono mossi, quasi tutti sono rimasti a casa in attesa di un anno un po’ più normale.

A proposito, per chi vuole ascoltare di persona un po’ di suoni del Giappone, ho cominciato un podcast che si chiama Pesceriso: un diario sonoro da Tokyo che trovate qui.
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La notte di san Silvestro, comunque, la tradizione del programma Kouhaku è stata rispettata, e tutto il paese ha potuto guardare in TV questa festa della canzone che è anche una gara nella quale si scontrano cantanti e gruppi che hanno dominato il mercato durante l’anno. Guardandolo a spezzoni mi sono accorto che l’identità di un paese si rafforza anche aggrappandosi a queste esibizioni quasi sempre esagerate, ottime o scadenti, pacchiane, paludate o innovative, retrò come lo stile di canto enka o moderne come le baby metal e i gruppi sovradimensionati di ragazzine che cantano ballando. Insomma, mantenere gli spettacoli musicali è un punto su cui il Giappone si sta impegnando da quando sono riaperte le sale da concerto in estate, e il governo sta distribuendo dei sostanziosi aiuti economici a musicisti e istituzioni che li fanno lavorare.

Nel frattempo i tamponi positivi sono schizzati verso l’alto e solo a Tokyo hanno superato negli ultimi giorni la soglia dei 2000, il che ha fatto proclamare al governo il nuovo stato di emergenza per un mese. Negozi e ristoranti dovranno chiudere alle 20, si tornerà al telelavoro spinto e tutti sono invitati (non sono previste sanzioni) a evitare uscite e attività non necessarie. Rimarranno in programma gli eventi musicali e culturali con un pubblico inferiore alle 5000 persone. Chiaramente il fantasma delle olimpiadi estive a questo punto non si sa se evocarlo, ma persino qualche funzionario pubblico comincia a usare l’aggettivo “difficile”. Alcuni locali stanno cominciando a promuovere la somministrazione di alcolici nel pomeriggio, e ieri ne ho approfittato per provare un negozietto di Shinjuku che vende verdura, mandarini, prodotti del Kyushu, bottiglie di birra e sake, e poi ha un bancone, la birra alla spina e un po’ di piatti alla buona fatti da loro, oden e altra cucina casalinga.

Mi ricorda un po’ quei bar-alimentari con scaffali di conserve e bancone per bere dove venivo portato da bambino, solo che qui c’è il sake giapponese. Per andare in bagno bisogna uscire in strada e andare in un’altra osteria poco distante, completamente vuota non si capisce se perché chiusa o solo senza clienti; si entra, il gestore a malapena saluta e indica una porta in fondo a sinistra continuando a fare i conti o leggere il giornale. Quando, tornato al bancone di partenza, ho detto all’oste che il sake era buono lui mi ha risposto “eh, è buono perché stai bevendo dal primo pomeriggio!”.

Verissimo, in realtà mi stavo un po’ riprendendo da un funerale a cui avevo partecipato la stessa mattina. Quando devo andare a queste cerimonie ho sempre difficoltà a ricordare le cose da fare, come farle, cosa portare, insomma l’etichetta dei riti funebri, forse perché inconsciamente quando sono finiti mi comporto come se non ce ne fosse più bisogno. A parte alcuni particolari nelle forme, comunque, ovunque si fanno le stesse cose: si saluta il corpo, ci si avvilisce, si ride ricordando episodi buffi, si pensa a un po’ tutto, si chiacchiera con amici incontrati dopo tanto tempo. In quest’occasione la cerimonia era anche trasmessa in streaming per chi non potesse venire o non avesse voglia di andare in un posto moderatamente affollato. Una mia amica era entusiasta e seguiva contemporaneamente il rito davanti a sé e sul telefono “È ottimo! Hanno anche messo su le foto degli album ricordo! In che epoca comoda viviamo!”