Un viaggio a Izu

Ultimamente mi capita di andare in vacanza alla fine di settembre, è un periodo in cui si mescolano cieli autunnali e temperature estive un po’ edulcorate. Bisogna giocare con la sorte per non incappare in qualche tifone, ma si può vincere. Di norma tendo a spostarmi da Tokyo verso sud e quest’anno ho visitato la penisola di Izu. È una zona nella provincia di Shizuoka, un lembo di terra che si allunga nel mare come fosse l’Istria, ma visto che da Tokyo ci si arriva andando verso sud-ovest per me è una Istria speculare. Nonostante alcune somiglianze con la costa orientale del mare Adriatico, a Izu ci sono zone più selvagge, meno agricoltura e più monti, più pesci, più acqua quindi più verde e più insetti.

Molti degli angoli da cui si guarda il mare appaiono subito asiatici, forse sarà la forma delle rocce scure, o i piccoli santuari con i torī mangiati dal salso e le lanterne di pietra. Come in altri anni sono riuscito a fare il bagno in mare nell’ultimo giorno dell’estate che per me è stato il 28 settembre. Quando è l’ultimo giorno si capisce perché c’è un’aria che sa di ultima occasione, poi esci dall’acqua, c’è vento e hai freddo, e sai che se ne riparla l’anno prossimo. In generale il mare a Izu non è proprio accogliente, dopo tanti anni devo ancora abituarmi all’idea che l’oceano non ama particolarmente l’essere umano: oltre alle onde aggressive, nuotando si è spinti da correnti minacciose, forze letteralmente sovrumane con cui è meglio non scherzare. Io e la mia famiglia eravamo gli unici bagnanti, per il resto c’erano solo surfisti che se ne sono andati abbastanza presto, mentre noi stavamo ancora pasteggiando con pane e salame portati da Tokyo. 

A Izu ci sono le sorgenti termali più meravigliose che io conosca (se si eccettua un posto speciale in Europa che ho promesso agli abitanti di non rivelare, scusate), si può rimanere in ammollo bollente guardando il mare che schiuma e risuona davanti, o godersi il bagno in una vasca di legno in mezzo al bosco. La scoperta di quest’anno è stata un complesso termale all’aperto, accanto a un fiume gelido di montagna che fa una cascata, una specie di capolavoro del piacere. Sembrava di essere in alcune valli friulane dove però l’acqua calda non c’è.

A Izu c’è mare e montagna e il cibo è buonissimo: i supermercati vendono vagonate di pesce appena pescato, orate, sarde e aragoste, e io che da fanatico avevo portato nel bagaglio due coltelli diversi per pulirlo ho preparato sashimi ogni giorno.

Si sta bene ma Izu non è un posto in cui fidarsi troppo della Natura: può sembrare accogliente ma l’oceano è capacissimo di trascinarti via o sbatterti contro le rocce laviche, l’acqua termale allo stato naturale è come lava, il vento quando tira forte è sconvolgente. In alcune zone in riva al mare un’aria di tempesta solleva il mare e trasporta a riva relitti di roba persa da chissà chi: occhialini da nuoto, scarpe spaiate, strumenti da pesca, immondizia, lattine, pezzi di plastica e di legno. Sopra di noi qualche nibbio sta immobile nel cielo facendosi sostenere senza muovere un muscolo, pare, e capisco perché anticamente i giapponesi abbiano deciso che in alcuni luoghi abitino spiriti e demoni, mentre intorno pini e bambù stanno piegati dal vento come enormi bonsai. Guardando il mare sotto il cielo che continua a cambiare, in lontananza si scorgono le isole dell’arcipelago di Izu, tutte nate da esplosioni laviche, nere come gli scogli e i resti delle caldere dei vulcani che bucherellano tutta la zona. 

Tornare a Tokyo è stato come essere acchiappati in una trappola, un tubo che si restringe e si ha l’impressione che la macchina si espanda per qualche magia, ma è solo l’autostrada che cambia scala e si adatta agli spazi della capitale.