La tregua, Ozu e Setsuko Hara

Da venerdì scorso tutte le attività commerciali hanno riaperto: si può uscire, andare a ballare, cantare al karaoke, bere fuori fino a tardi anche se è consigliato non ammassarsi e continuare a fare un po’ di attenzione. C’è un po’ di sollievo ma anche una sottile preoccupazione e meno folla del normale, per la città. Dopo settimane, mesi di corse notturne da solo in bici in una Tokyo disabitata ho dovuto restituire la città ai legittimi proprietari. Mi mancheranno le strade lisce e deserte come una pista solo per me. Guardando i bilanci, ufficialmente Tokyo ha registrato in aprile 100 decessi per il corona, ma guardando i dati sulla mortalità generale, in un mese ci sono state 1000 morti più dell’anno precedente. Bisogna calcolare però che la popolazione della città è in costante aumento e che negli ultimi anni questa cifra è sempre salita. Leggere questi dati è sempre complesso, anche perché nello stesso periodo sono diminuite le morti per altre cause come incidenti e suicidi. In generale si può dire che il Giappone ha evitato il disastro che qualcuno prevedeva. Come? 

È probabile che le mascherine abbiano fatto il grosso del lavoro, riducendo la diffusione di particelle infette. Il loro uso è talmente intimo in Giappone che non solo si usano da un secolo, ma compaiono anche nei film di 60 anni fa. 


Questa è la leggendaria attrice Setsuko Hara nel film di Yasujiro Ozu Crepuscolo di Tokyo del 1957. Scelta fissa del regista, Setsuko ha attraversato tutti i periodi creativi di Ozu, diventandone quasi un suo feticcio. Questo è uno dei film più cupi e disperati in cui l’abbia vista recitare.
Il problema delle mascherine è che adesso, nel pieno della stagione delle piogge, rendono faticoso respirare e danno una sensazione soffocante di calore umido a tutto il corpo.

Tutti quelli che conosco hanno affrontato l’emergenza con un po’ di paura ma solide risorse mentali, d’altra parte i giapponesi sono abituati ai disastri e molto consci dei metodi di trasmissione delle malattie infettive. Non è un caso che il personaggio più amato dai bambini, l’eroe con la testa di pane Anpanman, abbia come antagonista l’uomo muffa, rappresentante di tutto quello che rovina il cibo e la salute. I bambini fin dall’asilo sono educati a combattere i virus lavando bene le mani e stando a casa quando non si sta bene. Proteggersi dalle malattie ed evitare di passarle agli altri è un pensiero fisso di molti, specialmente nella congestionata Tokyo. Questa emergenza covid è stata percepita in fondo come un periodo di influenza alla massima potenza, e le armi per combatterla non sono state così innovative per i giapponesi: mascherine, lavaggio delle mani, gargarismi e reclusione in casa aspettando che passasse. 

Il governo, dopo qualche scivolone come la promessa di regalare dei buoni per comprare della carne di lusso, ha mandato a ogni famiglia le famose 2 mascherine lavabili che qualcuno sta ancora aspettando, e 100.000 yen a persona, inclusi i bambini, indipendentemente dal reddito o dai danni subiti all’economia di ognuno. Così anche chi ha incrementato i propri guadagni o comunque non aveva bisogno di un aiuto riceverà la stessa somma di chi ha perso completamente il lavoro e il reddito. Dare a tutti lo stesso non è necessariamente un atto equo.

Le regole per entrare nel paese sono diventate molto severe, e per i non giapponesi la situazione è molto incerta: si può uscire dal paese sperando di tornare? Il visto garantisce l’ingresso in Giappone? È un pasticcio che non si capisce bene, e se non si stabiliscono misure chiare la situazione potrebbe creare problemi a un paese che per sua natura è isolato geograficamente.
La settimana scorsa il numero di contagi ha leggermente rialzato la testa, il grattacielo che ospita il comune di Tokyo e il ponte sulla baia sono stati illuminati di un rosso minaccioso, segnale di allarme che ha spaventato tutti, ma poi l’emergenza pare rientrata e il tutto si è trasformato in luci arcobaleno. Probabilmente in queste isole tutti affrontano la vita come una serie di disastri pericolosi tra i cui interstizi esplode la vita, come stagioni che si susseguono. Mi fa pensare alla concezione di pace che Primo Levi presenta come “tregua”, una pausa in cui non è lecito sentirsi al sicuro. D’altra parte la lingua giapponese è l’unica che io conosca in cui ci sia l’espressione “heiwa boke”, scemo di pace. Si riferisce alle persone cresciute in periodi di benessere e che senza aver affrontato le difficoltà sono prive della capacità di cavarsela. Forse anche il prossimo periodo di tranquillità sarà solo una tregua incastrata tra periodi difficili.