Il tuo nome?

Tokyo, 21 gennaio, 185 giorni alle olimpiadi


Recentemente ho visto
“Il tuo nome”, un film di animazione del 2016. Da questo spazio temporale tra l’uscita e la mia visione si deduce che non sono appassionato né esperto di anime. La storia, accattivante, parla di due ragazzi delle scuole superiori che non hanno niente in comune: lui abita nel centro di Tokyo, vive metropolitanamente, vede gli amici nei caffè sofisticati, lavora in un ristorante italiano-pettinato di Shinjuku, ha dei colleghi e si sposta per la città in treno. Lei abita nella sperduta campagna giapponese dove non c’è niente oltre alla natura e alle tradizioni religiose. È figlia di un notabile del paese, con tutte le scocciature che questo comporta, lo sguardo giudicante dei coetanei, gli obblighi sociali. Queste due vite potrebbero non incontrarsi mai, ma un bel giorno… e lì comincia l’avventura.

Di questo film mi è piaciuta la descrizione di Tokyo dove tutto è riprodotto in modo realistico, vivo, contemporaneo: si vede Yotsuya così com’è se esco e ci vado adesso, i negozi, i poster e il traffico, si riconoscono anche le app usate dai ragazzi per scegliere i mezzi di trasporto. Lo ammetto: amo questa città e un’ambientazione del genere con me vince facile, e poi essendo nato e vissuto in una piccola città dimenticata, vedere in un film i posti dove passo quasi quotidianamente mi dà grande soddisfazione. Anche il ristorante dove lavora Taiki (il ragazzo) esiste realmente, con un altro nome. Insomma si tratta di un anime quasi opposto a quelli di Miyazaki, dove tutto è trasposto in un’altra epoca, in qualche posto lontano, irreale e suggestivo. Eppure anche qui, come nei prodotti Gibli, nella vita bucolica della protagonista c’è la natura divinizzata, le tradizioni shinto del Giappone arcaico. 

E veniamo al problema del film: a circa metà il ritmo cade, la storia procede a stento in modo farraginoso, difficile da seguire. Come in molti “teledrammi” giapponesi sembra di assistere a un lungo montage fatto per presentare scene più avvincenti visualmente che di sostanza narrativa. La narrazione si trasforma in un ingorgo stiracchiato e mieloso. Ma si sa che il ritmo del racconto ha una sua bellezza diversa a seconda della cultura da cui lo si guarda. Alla fine è un film bello che mi ha fatto venire voglia di visitare i luoghi in cui è stato “girato” per farne delle foto, affiancarle ai fotogrammi e farvele vedere. Poi ho scoperto che già ci ha pensato un altro, così nel caso di infringimento dei diritti il signor regista Makoto Shinkai se la prende con lui.