Fatti Quotidiani

5 settembre

Ieri Il Fatto Quotidiano ha pubblicato un carteggio sul noto «conflitto di attribuzione» del quale il Quirinale ha chiesto conto alla Consulta. L’articolo è a cura del noto giurista Marco Travaglio e della nota precaria Beatrice Borromeo: anche se l’analisi giurisprudenziale è chiaramente opera di Gustavo Zagrebelsky. Più di tanto non entriamo nel merito, però colpisce una cosa: che nonostante il procuratore Francesco Messineo rassicuri i legali di Napolitano in quanto «si prevede esclusivamente la distruzione delle intercettazioni, da effettuare con l’osservanza delle formalità di legge», la cosa ai legali non basti assolutamente. Non basta loro, cioè, che le intercettazioni saranno distrutte dopo un procedimento davanti a un gip e alla presenza di magistrati e avvocati: segno evidente che Napolitano conosce i suoi polli e teme che i suoi colloqui telefonici, che peraltro verrebbero trascritti per essere valutati, possano trapelare proprio dall’udienza che dovrebbe distruggerli. Del piano formale si occuperà la Consulta: ma su un piano informale è difficile dargli torto. La fiducia riscossa dagli uffici giudiziari è quella che è: anche ai massimi livelli. Accade in un Paese in cui le citate intercettazioni neppure esistono – sempre formalmente – anche se un settimanale ne ha già anticipato i presunti contenuti e per le quali il solito quotidiano, ieri, intimava a Napolitano di «chiedere scusa».

6 settembre

Ieri Il Fatto Quotidiano ha pubblicato un carteggio sul noto «conflitto di attribuzione» del quale il Quirinale ha chiesto conto alla Consulta. L’articolo è a cura del noto giurista Marco Travaglio e della nota precaria Beatrice Borromeo: anche se l’analisi giurisprudenziale è chiaramente opera di Gustavo Zagrebelsky. Più di tanto non entriamo nel merito, però colpisce una cosa: che nonostante il procuratore Francesco Messineo rassicuri i legali di Napolitano in quanto «si prevede esclusivamente la distruzione delle intercettazioni, da effettuare con l’osservanza delle formalità di legge», la cosa ai legali non basti assolutamente. Non basta loro, cioè, che le intercettazioni saranno distrutte dopo un procedimento davanti a un gip e alla presenza di magistrati e avvocati: segno evidente che Napolitano conosce i suoi polli e teme che i suoi colloqui telefonici, che peraltro verrebbero trascritti per essere valutati, possano trapelare proprio dall’udienza che dovrebbe distruggerli. Del piano formale si occuperà la Consulta: ma su un piano informale è difficile dargli torto. La fiducia riscossa dagli uffici giudiziari è quella che è: anche ai massimi livelli. Accade in un Paese in cui le citate intercettazioni neppure esistono – sempre formalmente – anche se un settimanale ne ha già anticipato i presunti contenuti e per le quali il solito quotidiano, ieri, intimava a Napolitano di «chiedere scusa».

8 settembre

Il Fatto Quotidiano, ieri, ha pubblicato la testimonianza resa mercoledì da Silvio Berlusconi ad Antonio Ingroia: chissà chi è la fonte, chissà chi ha raccontato a Il Fatto Quotidiano il verbale e il fuori verbale: verosimilmente Ghedini e Berlusconi, è chiaro. L’unica certezza è che la fonte pare affidabile, anche perché suona tutto così terribilmente possibile: soprattutto l’Ingroia che secondo il Cavaliere è «affabile ed equilibrato» anche se «tifa Inter» (come Belpietro, per chi non lo sapesse) e insomma le solite cose. Il problema è che la differenza tra sincerità e ironia e surrealismo, in quest’epoca, è divenuta inafferrabile: non sapremo mai se il Cavaliere ha detto a Ingroia «auguri per il Guatemala» o ancora «se passa da Milano, venga a trovarmi» solo perché è un uomo gentile (ciò che Berlusconi è) o solo perché è un figlio di buona donna (ciò che Berlusconi è). Non sapremo mai se ha raccontato una barzelletta perché è Berlusconi (che notoriamente le racconta) o solo per restituire il favore a chi, con certe inchieste, ce le racconta da anni. Pensate anche a questa frase che ha rivolto a Ingroia per elogiarlo: «Noi professionisti prestati alla politica siamo gli unici che possiamo salvare il Paese». Ecco, l’ha detta perché lo pensa? O perché Ingroia si accinge appunto a salvare il Paese? Andandosene, dico.