Il “Black Messiah” di D’Angelo salverà la black music

Mi dichiaro colpevole: sono quello che nelle ultime settimane vi ha intasato le timeline, le caselle di posta e probabilmente anche lo spazio vitale di consigli musicali non richiesti, tutti al suono di: “ma davvero non hai ancora ascoltato l’ultimo disco di D’Angelo? Sul serio?”.

Scusate. Di norma riservo questa pervicacia molesta ad altri ambiti, ma cercate di capirmi: ero in astinenza di D’Angelo da 14 anni, cioè dal giorno in cui sulle tv musicali l’apparato muscolare dell’autore, opportunamente ripreso in primissimo piano, cercava di distrarre gli ascoltatori dalla bellezza di “Untitled”.
Era il 2000 e “Voodoo” di D’Angelo fu per molti il disco dell’anno e per alcuni del decennio.

Il disco di cui parlano bene tutti
Da poche settimane, dopo quasi tre lustri vissuti tra un provvidenziale imbolsimento fisico, un’immancabile conversione religiosa e qualche problema con la legge, è uscito “Black Messiah”, il terzo album di D’Angelo in vent’anni.
Ed è piaciuto a tutti.
Anzi, no: ne hanno parlato benissimo tutti, che è diverso.

Per rendere l’idea attraverso un po’ di ragioneria spudorata, il disco viaggia intorno ai 95-96 punti su Metacritic e posso assicurarvi, dopo essermi divertito a scovare le opinioni più rilevanti col peraltro direttore di questa testata, che il sentiment là fuori è oltremodo positivo e unanime.

C’è chi ha suggerito che il terzo parto discografico di D’Angelo sia uno dei dischi r&b più importanti degli ultimi anni. Altri, addirittura, hanno scomodato paragoni con classici ingombranti come “What’s Going On” di Marvin Gaye e “There’s a Riot Goin’ On” di Sly and the Family Stone e “Songs In The Key Of Life” di Stevie Wonder. E molti hanno parlato, con evidente sollievo, di rinascita della musica nera dopo anni difficili.

Un disco che piace subito a tutti è una specie rara e forse è il caso di interrogarsi sul suo senso profondo.
La mia impressione è che il diluvio di lodi riservate a “Black Messiah” coincida con la significazione del “sollievo” a cui accennavo prima e quindi nel racconto del male che lenisce.
Mi spiego meglio, ma serve un passo indietro di quasi vent’anni.

Are you really ready for black power?
È il 1996 e nel suo album d’esordio “Endtroducing…..” (con 5 puntini di sospensione), Dj Shadow infila nel suo straordinario delirio sampladelico una velenosissima traccia di poco più di 40 secondi.
Si intitola “Why Hip Hop Sucks In ’96” ed è l’ennesimo collage di campionamenti presi letteralmente ovunque (incluso l’ormai mitico sample di un inquietante Gianni Nazzaro qualche traccia dopo)

Già, i soldi. Tanti. Il rap, da genere povero per antonomasia in quegli anni sta diventando ricco. Anzi, arricchito.
È una presa di posizione forte quella dj Dj Shadow (che è bianco, è di Los Angeles e anche fosse ricco spenderebbe tutto in vecchi vinili), ma a ripensarci bene quelli sono giusto gli anni in cui la cultura hip hop, inondata di successo e di soldi facili, inizia a prendere una piega lontana dalla cultura di strada dei pionieri degli esordi e diventa sempre più vittima del divismo, dell’ostentazione della grana e della violenza.

A conti fatti, all’hip hop sono bastati pochissimi anni per passare dalla semplicità di due giradischi e un microfono dei tempi della Sugarhill Gang ai pellicciotti di Puff Daddy, i testi banali e le pistolettate tra entourage dei rapper.

In quegli anni in cui l’hip hop – salvo le dovute eccezioni – ha prodotto più fedine penali sporche che buona musica, si è registrato un paradosso.

Da un lato la cultura hip hop ha allargato la sua pertinenza, fagocitando prima quasi tutto l’r&b e poi direttamente il pop da classifica a livello globale per gli anni a venire (fateci caso: da un decennio abbondante la musica mainstream da Britney Spears a Rihanna fino a Miley Cirus mostra sonorità, cliché, estetiche e, spesso, produttori e arrangiatori dell’hip hop della seconda ora).

Dall’altro, essendosi fatto industria globale, potentissima e sconfinata, l’hip hop – ormai passato per osmosi all’interno della black music nel suo senso più ampio – è rimasto incastrato negli ingranaggi delle proprie meccaniche. Il risultato è che l’intera scena r&b si è schematizzata nei suoni e nelle strutture, ha perso l’anima (intesa come autenticità ma anche come aspirazione spirituale o ideale) e spesso ha riempito quel vuoto con manierismi e gigantismi degni del peggior rock.

L’esito è che sono anni che “la black music che vende” è interpretata per lo più da “rapper che sembrano usciti da cartoni animati e che cantano fieri nei loro completi ‘Versace-Versace-Versace-Versace-Versace-Versace'”, come scrive Emiliano Colasanti su Soundwall, recensendo proprio “Black Messiah”.

Dal 1996 a oggi c’è stata anche tantissima black music eccellente, sia chiaro. E i dischi di “resistenza umana” neosoul di gente come Erykah Badu, Maxwell, Raphael Saadiq, oltre ai primi due album di D’Angelo stesso, hanno regalato a molti un po’ di groove buono e non scontato e perfino qualche testo che andasse oltre alla valutazione pubblica delle dimensioni del proprio Rolex.

Però hanno vinto gli altri, col loro immaginario fatto di ingredienti noti: cattivo gusto, esibizione della ricchezza, ignoranza compiaciuta, sessismo e mignottoni come se piovesse. Sostituite rap e dintorni con pessima musica neomelodica, spostate la scena da Compton alla Brianza e il risultato ci è molto familiare.

Cambiamenti e cambi d’abito
Dopo vent’anni così, all’opposizione, l’arrivo improvviso di un album importante che rinnega il berlusconismo estetico della musica black mainstream pur rimanendo profondamente “nero” è una notizia importante.

Ecco, quindi, che il senso di “Black Messiah” va oltre il suo essere un “bel disco”.
L’impressione che ne ricavo è che la selva di reazioni positive è dovuta al suo essere un “grande disco”, cioè un disco importante al di là del suo risultato estetico formale, per alcuni motivi precisi. Ne ho individuati due, piuttosto ampi.

Il primo è che il nuovo album di D’Angelo ha evidenti e credibili contenuti politici e spirituali. Il disco non è una raccolta di singoli, non è l’occasione per l’autore per sfoggiare un nuovo look o esibire la sua interpretazione del suono mainstream più in voga: vuole dire qualcosa di importante e lo fa.

Con molta umiltà, D’Angelo prende per le corna il titolo impegnativo (perfino più coraggioso di “Black Moses” di Isaac Hayes, che tra l’altro si riferiva a un soprannome) e lo definisce: il nuovo “messia nero” è un sentimento collettivo che va cercato in tutte quelle comunità, da Ferguson alla primavera araba che “non ne possono più e decidono di avviare il cambiamento”. Alla faccia di Versace-Versace-Versace.
Non è un caso, quindi, che “Black Messiah” sia stato fatto uscire prima del previsto: D’Angelo ha dichiarato che voleva parlare alle masse dopo gli scontri di Ferguson e il suo unico modo di farlo era attraverso la musica.

Erano anni che alla black mancava un album eloquente sotto il profilo della ricerca musicale e al contempo dell’impegno.
Certo, il ritorno di Gil Scott-Heron di qualche anno fa e gli album di artisti come Michael Franti (passato da arrabbiato duro e puro a un fastidioso amore universale prossimo a vette jovanottiane) e Aloe Blacc hanno mantenuto vivo il binomio groove+impegno. Si tratta, però, di tre professionisti della black militante, nelle cui canzoni la parola prevale sulla musica.
D’Angelo, invece, è un artista più completo, capace di produrre un disco in cui i contenuti musicali e quelli politici coesistono e hanno pari dignità, così come convivono perfettamente e in modo naturale disimpegno (cioè garrule canzoni d’amore) e militanza.

La recente esibizione al Saturday Night Live di D’Angelo col suo gruppo ha messo in evidenza perfettamente la versatilità di “Black Messiah”, visto che – complice un cambio d’abito – si è passati dalle raffinatezze amorose di “Really Love” alla durissima “The Charade”, dedicata alle vittime nere della violenza della polizia negli Stati Uniti e messa in scena in modo impeccabile: D’Angelo in felpa nera col cappuccio di fronte a un outline di gesso sul pavimento – come quelle che si tracciano intorno ai corpi delle vittime in caso di omicidio – e la band con addosso alcune t-shirt con sopra scritto “I can’t breathe”, in memoria di Eric Garner, e “Black Lives Matter”, lo slogan dei movimenti di protesta contro le violenze della polizia nei confronti della popolazione nera. Il tutto è finito con tutti i musicisti immobili, coi pugni chiusi levati al cielo e il capo chino. Pelle d’oca.

“All we wanted was a chance to talk
‘stead we only got outlined in chalk”

Comfort zone, addio
Il secondo motivo di grandezza di “Black Messiah” è che dimostra che D’Angelo è un musicista capace di fare ricerca, ampliare i suoi orizzonti, uscire dalla comfort zone di quello che sa già fare bene qui e ora.
Un esempio su tutti. D’Angelo ha imparato a suonare la chitarra e non ha avuto problemi usarla nel suo nuovo disco e nei concerti che lo hanno preceduto.
D’Angelo, però, si è ben guardato dal suonare ovvio (cioè rifilarci il solito chitarrino funk) o scontatamente rock e banale, cioè fare Lenny Kravitz.

Basta ascoltare il pulsare ossessivo mono-nota di “1000 Deaths”, che nelle fasi finali sfocia nel rumore puro insieme a basso e batteria, o la chitarra classica spagnoleggiante in “Really Love” e i fraseggi puliti puliti in “The Door” per rendersi conto della totale assenza di pregiudizi e compromessi nell’approccio allo strumento: la chitarra non è solo un suono in più sul disco ma un intero layer espressivo inedito e spesso utilizzato in modo del tutto originale.

Crescere, evolvere e cambiare la propria cifra artistica in base alle proprie curiosità ed esplorazioni è tipico dei grandi musicisti, quelli coraggiosi e destinati a restare nel tempo. D’Angelo, da questo punto di vista, è onnivoro. Nel quindicennio di silenzio discografico si è nutrito di jazz, peraltro collaborando con Roy Hargrove in un disco tanto bello quanto sottovalutato e contemporaneamente ha fatto comunella con un bassista atipico come Pino Palladino (bianco, con un’innegabile provenienza rock – da un bel po’ è il bassista dei tardi Who – ma che suona il basso fretless) e attivato un sodalizio artistico con Questlove dei Roots, che cura tutti i ritmi – analogici e digitali – su “Black Messiah”. In ultimo ha lanciato Kendra Foster come sua corista di lusso e come coautrice di “The Charade”: grande voce e una presenza scenica che non è passata inosservata durante l’esibizione al Saturday Night Live. Un nome da tenere a mente.

Black Rodin
Un terzo elemento di grandezza di “Black Messiah” ha a che fare con il modo in cui D’Angelo scrive e concepisce le sue canzoni.
Non ho usato la parola “layer” a caso, parlando della passione chitarristica di D’Angelo: uno degli aspetti più notevoli del suo nuovo album è proprio la struttura sonora di ogni canzone, in un contesto di estrema diversità dei singoli brani.

Mi sono convinto che D’Angelo abbia regalato ai suoi ascoltatori un disco di black music da cuffia, specie rarissima nel mondo dell’r&b. Questo è un album che, proprio in virtù della sua architettura sonora non comune, richiede ascolti ripetuti e molta attenzione per essere goduto – anzi, “sentito” – al suo massimo potenziale. E ogni ascolto è una scoperta.

Ci sono due aspetti evidenti nel modo in cui D’Angelo costruisce i suoi brani.
Il primo è la stratificazione: in una stessa canzone si sovrappongono tanti, tantissimi piani sonori, spesso molti più di quanti se ne possano comprendere durante un ascolto superficiale.
In pochi secondi di musica di “Black Messiah”, D’Angelo è capace di far suonare, insieme alla linea melodica principale, sussurri, suoni ambientali, piccole fughe musicali, stonature, numerosi layer vocali (alcuni anche solo con un semplice “yeah”), parti discordanti (o suonate con stili diversi) dello stesso strumento. Perfino la voce stessa di D’Angelo è quasi sempre accompagnata da un marcato chorus, al punto di sembrare quasi sdoppiata.
Ha molto senso paragonare il suono di “Black Messiah” a quello di “What’s Going On” di Marvin Gaye, classico della black music nelle cui canzoni convivono parlato, rumori, archi, creando un effetto che suona un po’ caotico tuttora e che all’epoca – era il 1971 – sembrò spiazzante e a modo suo rivoluzionario.

In questo, D’Angelo non inventa nulla. Estremizza un concetto – il caos – e ne rappresenta la bellezza naturale.
Azzardando un paragone artistico-musicale e fregandosene del secolo abbondante che separa le due opere, “Black Messiah” mi fa venire in mente La porta dell’inferno di Auguste Rodin.

Rodin_Porte_enfer
Foto: Till Niermann

Entrambi rappresentano un “caos romantico” sovrapponendo piani, forme, “cose” (che in Rodin sono vere e proprie versioni in piccolo di altre sue opere e in D’Angelo suoni che hanno senso anche da soli, come il parlato in “1000 Deaths”), alla ricerca di un senso più grande che emerga dal disordine senza domarlo, banalizzarlo.

“Black Messiah” condivide con la Porta dell’inferno un secondo aspetto compositivo: il superamento della simmetria.
Rodin ha fatto della sua opera un vero e proprio manifesto contro la simmetria e l’armonia compositiva tipica del classicismo. Dal caos scultoreo della Porta, per esempio, emerge un trittico di nudi, noti anche come opera autonoma col nome di “Le tre ombre”, che non segue il rassicurante schema del classico (le Tre Grazie, per intenderci), ma è composto da tre fusioni identiche della stessa statua, presentate una accanto all’altra da punti di vista diversi.
All’epoca una scelta simile suonò un po’ straniante, a modo suo rivoluzionaria e un po’ oltraggiosa.
Direi perfino punk, rischiando che gli eredi di Giulio Carlo Argan mi inseguano armati di forconi.
Di solito le meccaniche del pop prevedono che i brani abbiano strutture ragionevolmente prevedibili. Insomma, musica in cui il ritornello arriva dopo 2 strofe, il break si accompagna con una rullata e così via.

D’Angelo in “Black Messiah” supera spesso la forma-canzone classica più rigida: si prende il lusso di far irrompere il ritornello di un brano dopo oltre 2 minuti e mezzo di attesa, fa suonare una strofa per una misura in più del solito, mette infila tre strofe in un pezzo che prima ne aveva due e così via.
C’è, insomma, un elemento di imprevedibilità nella sua composizione che è molto più facile trovare nel jazz che nella musica nera degli ultimi anni.

No, niente “famolo strano”. D’Angelo riesce a essere anticonformista e libero nella composizione dei suoi pezzi senza suonare ostico, inutilmente intellettuale o mentale. Le canzoni di “Black Messiah” sono senza dubbio complesse, ma mai complicate, leziose o barocche, pur essendoci “tanta roba”.

Pur non essendo ortodosse nella loro composizione, suonano naturali, normali, oserei dire autentiche, ma il tema dell’autenticità in musica è complesso e produce dibattiti estenuanti.

Anzi, non poche canzoni, per quanto se ne freghino del manuale del perfetto compositore pop, possono far vibrare qualche anca, se suonate al volume giusto. E se il ritornello non arriva quando previsto, fa lo stesso.

Cosa manca a “Black Messiah”
La capacità di fare musica al contempo complessa e immediata, in grado di far muovere menti, cuori e fianchi in un colpo solo è riservata a pochissimi autori: gente come Stevie Wonder, come Isaac Hayes e come Prince (di sicuro l’autore a cui D’Angelo deve di più come riferimento musicale).

Ecco perché “Black Messiah” è vissuto dalla critica come un disco importante: riporta l’r&b in un territorio che aveva abbandonato da un po’ di tempo, quello dei grandi talenti, dei “fenomeni”, dei “geni” in grado di produrre musica totale, capace cioè di parlare al ventenne di South Central come a un quarantenne nerd torinese.

Marvin Gaye, Stevie Wonder, Prince e altri grandi autori e interpreti della black music hanno dalla loro parte un talento in più, rispetto a D’Angelo: la capacità di produrre singoli straordinari, vere e proprie canzoni killer che hanno reso universalmente popolari e memorabili dischi “grandi” (per esempio, “Songs In The Key Of Life”, oltre a essere uno dei dischi di black music più importanti e belli di sempre, è anche l’album che contiene due bombe radiofoniche come “Sir Duke” e “Isn’t She Lovely”).

Visto che è un artista che non ha paura di mettersi in gioco e crescere, non è escluso che D’Angelo arrivi all’appuntamento col suo quarto album dotato di una straordinaria sensibilità pop, degna dei suoi modelli musicali.
Un po’ ce lo auguriamo, sperando che non ci imponga di nuovo un’attesa lunghissima. Tra tutte le somiglianze con Rodin, quella di iper-lavorare le opere, arrivando al punto di non consegnarle mai (la Porta dell’inferno di fatto è rimasta incompiuta dopo 37 anni di lavoro, così come “Black Messiah” era pronto da mesi ma non usciva mai perché D’Angelo si perdeva in continue modifiche infinitesimali) è la meno gradita.