Quello che ho capito della storia di Dario

Dato che non ci si è potuti muovere un granché ho pensato bene di cambiare casa quattro volte nella mia stessa città quest’anno aggiungendo alle difficoltà inerziali un certo impegno ad espanderne i confini non necessari. Appena cominciato a traslocare nell’ultimo appartamento ai primi di novembre ho ricevuto un sms che sanciva la mia quarantena. Proprio in quel periodo erano partite le primissime interviste alla cittadinanza del Comune di Cavriago per realizzare Scribblitti al Multiplo, il suo cuore culturale nonché biblioteca polivalente nonché luogo mitico per la sua comunità. Insomma, un nuovo grande progetto partecipato dopo un lungo periodo di impossibilità a viaggiare, conoscere ed ascoltare le storie delle umanità più varie che cerco di trasmettere attraverso questo metodo di disegno.

Com’è e come non è, in quarantena, da un appartamento fatto di scatoloni e impicci di allacciamento di gas e luce, continuando le sessioni di ascolto dei cittadini via WhatsApp, Google Meet, Zoom e tutto quanto – ne ho fatte più di cinquanta ormai da remoto e ho ripreso da pochi giorni a farle in presenza-, di una delle primissime interviste fatte in presenza ad un ragazzo di Cavriago ho realizzato queste pagine nel tempo libero con i materiali di fortuna che avevo per casa: tre tempere, quattro ecoline, una biro blu ed una nera, un rapidograph miracolosamente funzionante trovato in un astuccio, dell’inchiostro e un quaderno a soffietto proveniente credo da Hong Kong o Taiwan o giù di lì, cimelio regalatomi da un amico quattro anni fa che non avevo mai usato non sapendo come approcciare la sua carta.

Questa cosa l’ho chiamata “Quello che ho capito della storia di Dario”. È una storia appunto che non ho capito perfettamente che copre quattro generazioni di una famiglia e che mi ha accompagnato in un viaggio di fortuna casalingo tra simil-scarabocchi che si fanno al telefono, illustrazione, un pessimo lettering e il wannabe fumetto. C’è infatti solo uno scambio di battute in questo primo capitolo ed avviene alla fine, quando il bisnonno di Dario vince un cappone in una bisca giocando a gilet e proprio fuori dal locale incappa in una squadraccia fascista che lo ferma e gli chiede con chi avrebbe mangiato quel cappone e lui risponde senza pensarci due volte “ Con Prampolini!” (Camillo Prampolini, figura socialista del territorio). E insomma viene pestato.

Appena avrò il tempo, finito il progetto più ampio a parete, farò anche la seconda parte, spero meglio con più calma. Non potevo aspettare di disegnare questa storia a parete perché penso che sia bellissima e dovendo stare in casa è venuta fuori così.

Buon Natale a tutti,

Em