Dammi la mano e vestiti di nero

Quando i grandi del mondo s’incontrano da qualche parte, parte la solita solfa sulle first lady al seguito, una solfa che rivela molto del conformismo in cui siamo ancora immersi; conformismo è una parola vecchia, un po’ in disuso, ma che continua a esprimere bene una concezione della società che in pensione proprio non ci va mai, soprattutto quando riguarda le donne. Stavolta però, tra il tour del presidente Trump in Medio Oriente, Israele ed Europa, il vertice Nato e il G7 a Taormina, il conformismo si è espresso al meglio nei commenti sulle strette di mano mancate, le udienze del Papa con le donne di nero vestite e le foto di gruppo con un – nuovo – marito tra le first lady.

Certo, l’ambiente è quello delle notizie di costume, ma come queste cronache leggono il comportamento o lo status dei signori e delle signore, rivela molto di come la condizione femminile e alcuni diritti civili sono davvero ancora considerati anche nelle democrazie più avanzate.
La foto di rito che ha immortalato le first lady al Vertice Nato di Bruxelles ha fatto notizia perché è comparso per la prima volta tra loro anche Gauthier Destenay, marito di Xavier Bettel, premier del Lussemburgo e, visto che noi italiani non siamo forti con le lingue, i giornali hanno subito specificato che Xavier fa parte di una coppia di due mariti. A dirla giusta, quindi, la foto immortala un gruppo composto di nove “first partner” tra cui cinque mogli, un marito, tre compagne (del segretario generale della Nato, del presidente bulgaro e del premier belga) accompagnati dalla regina belga.
BELGIUM-NATO-DEFENCE-POLITICS-DIPLOMACY-MEEETING

Destenay non è però il primo first gentleman perché a eventi del genere hanno partecipato e partecipano anche altri come Joachim Sauer, consorte di Angela Merkel o Philip May, marito di Theresa; certo tocca rilevare che spesso alla partecipazione dei mariti delle premier è stata data molta meno rilevanza in passato; evidentemente, quel che ha fatto notizia è che fosse uno dei due coniugi di una coppia omosessuale. Tutto ciò non fa altro che confermare quanto il diritto al matrimonio per tutti è lungi dall’essere considerato acquisito anche nelle democrazie occidentali e una parziale conferma la troviamo nella scelta della Casa Bianca di omettere Destenay nella descrizione della foto di gruppo (il Corriere la definisce una gaffe, ma non lo è per niente, e sul concetto di gaffe ci torno più sotto).

La figura che ha unito tutte queste uscite è stata Melania Trump, “rea” di non ha stretto la mano a Donald, che si è vestita nero – ligia all’etichetta – quando è andata in udienza dal Papa e che ha sfoggiato cappottini da cinquantamila euro a Taormina.
Sul fatto che Melania fatichi a volte a dare la mano a Donald hanno già scritto praticamente tutti, scomodando pure gli esperti di comunicazione non verbale; certamente, il paragone scatta impietoso tra le istantanee delle due ultime coppie presidenziali in discesa dalla scaletta dell’Air Force One: tra i Trump (che quando stanno a casa loro stanno uno a Washington e l’altra a New York) dove lui cerca di arraffare la mano di lei e gli Obama che si tengono per mano. Certe mani si prendono, altre si tengono e la differenza è lì da vedere.

Finiamo con l’udienza concessa da Papa Francesco al presidente Trump; alle foto di rito in cui Melania e Ivanka Trump comparivano al fianco dei rispettivi mariti (le hanno definite le due first lady, suggerendo una rivalità tutta al femminile per la conquista del posto a fianco del più forte, altro stereotipo maschilista) tutte velate e di nero vestite, nel rispetto rigoroso dell’etichetta prescritta dal Vaticano, è stata affiancata l’immancabile galleria fotografica delle signore, principesse e regine che negli ultimi settanta anni le hanno precedute. La cosa interessante – e che m’indispettisce parecchio – è che il mancato rispetto dell’etichetta è sempre bollato come una gaffe, come se Raissa Gorbaciova – di rosso vestita davanti a papa Wojtyla – e Cherie Blaire – tutta in bianco a fianco di Papa Ratzinger – si fossero piazzate la mattina davanti al guardaroba e avessero esclamato «Caro, non ho portato niente di nero, e adesso come facciamo?». Non sono gaffe, sono decisioni politiche: davanti a papa Ratzinger nel 1997 la presidente irlandese Mary Robinson si presentò a capo scoperto non perché si era dimenticata il velo a Dublino, così come due anni dopo la regina Rania di Giordania arrivò vestita da capo a piedi in grigio perla e non perché aveva infilato in valigia l’ultimo tailleur alla moda. Non sono gaffe di signore scriteriate, sono decisioni politiche che consapevolmente violano il protocollo del Vaticano per scopi ben precisi; non vederlo (e non scriverlo) significa trattare da sciocche sia le signore in questione sia tutti i lettori.