La politica per censo o per tempo

Nel programma per la nuova segreteria di Matteo Renzi un punto rilevante riguarda la rimodulazione della struttura territoriale del Partito Democratico, tant’è che è stata prevista un’assemblea nazionale straordinaria da tenersi entro il 2017 per decidere il nuovo assetto. Ma il vecchio com’è? Poiché sono stata riconfermata in Assemblea Nazionale come delegata per Matteo Renzi, mi sono data un compito da fare da sola a casa: ho verificato l’equilibrio di genere tra i segretari provinciali e regionali del mio partito. La struttura di un partito – o di un movimento – non è un argomento barboso, visto che riflette le sue dinamiche politiche, il suo programma e impatta sulla sensibilità del suo elettorato.
I segretari provinciali e regionali PD sono eletti dagli iscritti nei mesi successivi al congresso nazionale; sono cariche importanti perché sono gli snodi attraverso cui passa la programmazione politica locale e la gestione di tutte le elezioni amministrative e politiche dei quattro anni successivi; è nelle segreterie che si compongono le liste dei candidati, tanto per dirne una.

Ho composto la tabella che vedete qui sotto ricavando i dati dai siti del livello nazionale, regionali e provinciali (a proposito: sarebbe bello se adottassimo per i siti un format comune open source e magari una comunicazione coordinata); laddove la segreteria era gestita da un/a commissario/a, ho considerato quello/a; se erano previste segreterie per zone geografiche inferiori alle province le ho conteggiate (ecco perché il totale è superiore al numero delle province italiane). Se avete correzioni da indicare, sono le benvenute.

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Come potete vedere, la percentuale delle donne segretarie provinciali è proprio bassa: il 18%, sono solo 21 su 117. Ci sono intere regioni (come la Campania e il Molise) che non hanno nemmeno una segretaria provinciale. In Puglia i segretari provinciali e regionale sono tutti uomini, idem in Umbria, Basilicata, nel Lazio e nelle Marche. Proprio un risultato gramo perché, se considerate le percentuali d’iscritti e di militanti, le donne sono presenti quasi sempre in parità. In molte zone, le segreterie sono ormai composte rispettando il principio della parità di genere, ma quando si tratta di ruoli di snodo come il segretario, la musica cambia. Diversi sono i fattori che concorrono a questo sbilanciamento: in primis la considerazione che, laddove ancora contano, i capibastone (espressione orribile, ma ficcante) conservatori di natura, tendono ad affidare la segreteria a fedelissimi. Inoltre, fare il segretario provinciale o regionale non è uno scherzo, sono ruoli molto impegnativi in termini di stress, tempo e denaro speso, non guadagnato (questa è un altro tabù che dovremo affrontare: la politica è democratica quando è accessibile e si organizza per riconoscere almeno i rimborsi delle spese sopportate dai suoi militanti/dirigenti).

Quando ero responsabile della comunicazione provinciale del mio partito, mi ricordo che i miei colleghi in ufficio mi chiedevano quanto mi pagava il partito per tutto il lavoro che facevo e quale fosse il rimborso chilometrico per tutti i tragitti che compivo per andare da un circolo all’altro, per fare le campagne elettorali, per partecipare ai convegni. Quando rispondevo loro che non solo non ricevevo un euro ma che anzi ci mettevo di tasca mia (benzina, telefonate, pasti fuori di casa) scuotevano la testa sconsolati (e mi davano della fessa, se devo dirla tutta). Non esiste una soluzione facile e veloce per ovviare a questo sbilanciamento perché i segretari non sono nominati ma eletti democraticamente; di certo sarebbe benvenuta una moral suasion della segreteria nazionale affinché almeno i livelli provinciali o regionali che nei primi dieci anni di vita del partito non hanno mai eletto una segretaria si sensibilizzino al tema e si orientino nella prossima selezione delle candidature.

A questo problema aggiungerei altre due modifiche: l’abolizione della Conferenza delle Donne e l’abbassamento dell’età massima per i Giovani Democratici. Attualmente lo Statuto dei GD prevede che “I Giovani Democratici promuovono la partecipazione politica dei ragazzi e delle ragazze di età compresa tra i 14 e i 29 anni”; forse bisognerebbe ridurla a 23 anni, l’età in cui si consegue una laurea breve e non mantenerla a 29 anni, l’età di uno dei due amministratori delegati di Foodora, tanto per rendere l’idea.

La Conferenza delle Donne invece dovrebbe essere abolita, io personalmente l’ho sempre considerata un recinto (facendo arrabbiare moltissime democratiche, lo so). Il motivo è presto detto: sarebbe buona cosa eliminare la Conferenza delle Donne e ridurre la fascia d’età dei GD perché nella vita di molti di noi non c’è molto spazio libero da dedicare alla politica e, se quel poco che hai lo dedichi ai recinti dove allenarti, poi alle selezioni arrivi stremato e le gare non le vedi nemmeno con il binocolo. Abbassa di molto le possibilità di rinnovare il partito avere molte persone all’interno di due gruppi che si occupano per loro stessa natura di alcuni temi ma non di tutti che, semplicemente, non avranno tempo a sufficienza per dedicarsi a fare bene anche altro all’interno del partito.
Siamo tutti portatori di bisogni, interessi e competenze. Il partito deve diventare uno spazio unico e condiviso ma organizzato entro cui accogliere tutti attorno allo stesso tavolo per attivare contaminazioni, pensieri laterali e intelligenza emotiva: uomini che si occupano di parità di genere, giovani che propongono soluzioni per la terza età, donne che stilano le liste elettorali. Non è un sogno, è una via d’uscita.

Altrimenti, la politica diventerà sempre di più una politica per censo e per tempo, passatempo esclusivo per chi ha molto tempo a disposizione o può permettersi le spese necessarie per essere presente nel posto giusto al momento giusto. La politica per censo e per tempo non è una politica democratica, e la brutta notizia è che, in Italia, non siamo molto distanti da lì.