Diamoci una registrata

C’è un luogo che racconta l’essenziale di me e conserva notizia dei passaggi cardine della mia vita: l’anagrafe.
Quell’ufficio custodisce la mia identità (e anche tutte le vostre): dove, quando e da chi sono nata, i miei cambi di residenza e di stato di famiglia, gestisce i miei documenti, conserva traccia del percorso del mio matrimonio. E, un domani che spero sia più in là possibile, anche memoria della mia morte.

Non è una custodia banale, e l’ho imparato per mia esperienza diretta. Iniziato il percorso per richiedere il divorzio, scoprii anni fa che il fascicolo della separazione era sparito dagli archivi del tribunale. Pouf! Sparito! Dissolto! Se non fosse stato per l’ufficio dell’anagrafe che aveva già registrato il decreto di omologazione della separazione, gli scenari si sarebbero rivelati assai complicati. Ma questa è un’altra storia.

Non nascondo che, da allora, nutro più simpatia e fiducia per gli uffici del mio comune: fanno cose che nemmeno sappiamo, come registrare il decreto di separazione, e lo fanno a vantaggio e tutela nostri. Ecco perché penso che sia il posto giusto per conservare traccia anche di altre nostre scelte importanti, come il registro delle unioni civili (in attesa, sia ben chiaro, che il Parlamento estenda a tutti il diritto a contrarre matrimonio e non lo conservi come un privilegio per gli eterosessuali) e quello delle direttive anticipate. Che si chiamano così e non testamento biologico: incominciamo a dimostrare rispetto per l’argomento chiamandolo con il nome giusto.

Prendo allora spunto da quello che sta accadendo nella mia città, a Pavia, dove c’è chi, anche dentro il mio partito, vorrebbe bloccare il dibattito pubblico attorno al tema delle direttive anticipate. Sta accadendo qui, ma continua ad accadere ovunque, da anni, in Italia, soprattutto in tema di diritti civili. Critichiamo spesso ­e giustamente ­ la politica calata dall’alto, le decisioni maturate altrove e imposte ai cittadini senza che sia data loro la possibilità di esporre il loro punto di vista, i loro bisogni, i loro desideri. Questa volta contribuiamo anche dal basso. Discutiamone ovunque: nelle associazioni, nei circoli del PD, al bar e al mercato. Sì, anche al bar. Non bisogna aver paura delle semplificazioni: le idee forti se ne giovano, non ne vengono danneggiate.

Quale posto è più significativo del consiglio comunale per un confronto? Quale luogo istituzionale è più vicino ai cittadini e al contempo partecipato e rappresentativo? Ecco perché proprio non accetto le prese di posizione di rifiuto totale al dialogo, che sembrano degne solo di politicanti abituati a nascondersi dietro i regolamenti, usati non per garantire un buon funzionamento della democrazia ma per minacciare la mancanza del numero legale. Si comporta così chi non ha fiducia nelle proprie idee, nei propri valori. O peggio, li considera a priori come i migliori al mondo, convinto di poterli imporre agli altri. Pier Paolo Pasolini diceva che “i diritti civili sono in sostanza i diritti degli altri”. E allora come si può sancire l’appartenenza ad una comunità tramite l’applicazione di regolamenti utilizzati come clave per escludere il dialogo e il confronto? Non si può. Le leggi nascono nello spazio dedicato alla contrattazione tra posizioni diverse, portatrici di valori differenti, rappresentanti di bisogni e desideri. Questo spazio deve essere il più ampio possibile, dal consiglio comunale su fino al Parlamento, per poter amplificare la voce di tutti. Questo spazio si chiama politica. Ed è uno spazio dove i valori si incontrano e a volte si scontrano, e dove la paura del confronto non deve mai avere ospitalità.