L’abitudine della musica

Leggo il dibattito sul diritto in rete e mi viene in mente una frase di Nietzsche:

“Ci si sbaglierà raramente attribuendo le azioni estreme alla vanità,  quelle mediocri all’abitudine e quelle meschine alla paura”

È molto, molto difficile cambiare le nostre abitudini, lo sappiamo tutti.
Non ho mai scaricato un file audio illegalmente, nemmeno un film.
Non è per presa di posizione o atteggiamento, o perché “da autore devo difendere i
diritti della categoria”. Penso sia pura e semplice abitudine, tutto qua.
Sono cresciuto con il piacere di possedere fisicamente un disco che ritenevo importante
e se ho bisogno, per lavoro, di ascoltare un pezzo, lo scarico dai portali a pagamento.
Vecchio, scemo, non lo so. Abitudinario forse.
E allora vale la stessa cosa per chi ha iniziato a frequentare la rete scaricando
l’impossibile e continuando a farlo senza mai entrare in un negozio di dischi.
E poi esistono le abitudini consolidate di tutti gli organi istituzionali o privati che costituiscono il mondo musicale: discografiche, editori, agenzie, uffici stampa, festival, teatri, rassegne, Siae.
Come cambiarle?

Più penso alle persone che ho incontrato in venticinque anni di attività in Italia e
più il binomio abitudine-mediocrità di Nietzsche mi martella nella testa.
Un paese moderno lo vedi dalla velocità con cui le persone preposte trovano soluzioni
in tempo reale, e in tempo reale sanno trasformarle e adattarle respirando con il quotidiano.
Vale per tutto e quindi anche per la musica.
Qualunque logica che si è imposta negli ultimi trent’anni (gli anni dei milioni di copie, dei concerti estivi dei big pagati cash con soldi riciclati, delle opere liriche da milioni di euro di allestimento e così via) non ha più ragione di esistere da tempo. Il problema è che molte, troppe persone che si trovano a decidere “per” la musica, vivono ancora di quei meccanismi. Questione di abitudine.
E fanno di tutto per difenderli, senza rendersi conto che il mondo è già altrove. Certamente più in là, già oltre.

No. Non mi sento tutelato dalla Siae. Ma non perché non trova per esempio il modo di interrompere il download illegale.
Ma perché ho il vago sentore che di sprechi al suo interno ce ne siano troppi e che di diritti fondati su abitudini vecchie di decenni ne abbia fatto il suo caveau personale.
No. Non mi sento aiutato dalle case discografiche. Perché possono dire quanto vogliono che i dischi non si vendono, ma in realtà i tuoi dischi – nella grande e piccola distribuzione – non li trovi. E se li ordini, passano mesi. Ti passa la voglia, quindi se ancora lo vuoi te lo scarichi. Puoi farlo legalmente o illegalmente, dipende da te.
Chiaro è che se esco con un disco e ne vendo legalmente mille copie, a fronte di diecimila scaricate illegalmente non mi arriveranno i soldi necessari per produrre il nuovo disco. Questo, ho detto nel 2008 a mio nipote che, volendo fare un gesto carino nei miei riguardi, mi dice il giorno successivo l’uscita di un mio album: bella zio, il disco mi piace una cifra e l’ho messo in rete così i miei amici se lo scaricano. No, non gli ho detto che è come se avesse effettuato un furto con scasso.
Però se tu ami la musica di un musicista, devi almeno sapere che il tuo comportamento, unito a quello di migliaia di persone, mette in serio pericolo la possibilità che tu possa continuare ad ascoltarlo.
Ma alla fine, pur essendo formalmente parte lesa, penso che anche questo mio ragionamento si fa forte di un’abitudine consolidata, solo di abitudine. E il mondo è già altrove. Già oltre.

In una terra apparentemente di nessuno vivono i musicisti, di qualunque genere, marca o sotto-marca.
Sta al musicista scegliere di che logiche vivere, esattamente come all’internauta scegliere che tipo di download fare. Perché a un musicista può capitare ancora oggi che i discografici gli dicano che prima di tutto bisogna avere la sicurezza di concerti garantiti, quindi di un’agenzia forte che ti faccia suonare molto.
Le agenzie gli diranno che prima di tutto ci vuole un disco forte in uscita che possa lanciare la promozione sui media. L’ufficio stampa, conoscendo le abitudini del giornalismo musicale, gli domanda dove sta la notizia: hai registrato sotto acido? La musica ti è venuta a trovare la notte sotto forma di sushi-man dettandoti le note? Hai ottenuto almeno centomila contatti youtube nelle ultime ventiquattro ore? Guarda che i giornali non ne scrivono se non ci inventiamo qualcosa.
E la musica, penso? La musica sta esattamente dove sta il mondo: già altrove, più in là. Già oltre.
Per fortuna.

Il nostro quotidiano, come la simbiosi tra vita e web, è da tempo in metamorfosi continua: ed è inutile, dannoso, fuorviante e in ultimo mediocre pensare di perpetuare il diritto a regolamentare il tutto secondo vecchie logiche e abitudini.
L’editore che aspetta dietro la scrivania il rendiconto senza pensare di investire un euro per un nuovo Puccini, è già morto e non lo sa. Un agente che prende solo l’ultimo artista in voga perché riempie un’estate senza investire e credere in nuova musica è già morto e non lo sa. Il giornalista che copia e incolla deliranti comunicati stampa è già morto e non lo sa.
Il musicista che cede a queste abitudini e propone musica pavida è già morto. E qualche volta lo sa.

La musica, la vera Musica, sarà per fortuna sempre altrove, più in là.
Nel frattempo, a ognuno il suo compito. Ai musicisti di pensare alla musica del futuro, ai professionisti della musica di tirare fuori idee e proposte al passo con il quotidiano, con una prospettiva che vada ben oltre le vecchie abitudini. In questo periodo di vuoto cosmico la forza di un’idea ha il valore di una rivoluzione. E il web ce ne dà prova costante.

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