Una canzone, un matrimonio, la libertà

Non riesco a non pensare a ciò che sta succedendo vicino a noi.
La lotta per la democrazia di qualunque popolo in qualsiasi latitudine non mi lascia indifferente. Ma provo sempre timore nell’accostare il mio mestiere di musicista a qualunque causa, anche la più encomiabile. Ho diffidenza per i concertoni e le raccolte fondi, anche se credo alla buonissima fede che sta a monte. Ma è anche vero che capita di sbagliare: persino Beethoven si sbagliò. La dedica che fece a Napoleone, nella sua terza sinfonia, venne da lui stesso disconosciuta dopo che il generale corso si impegnò a fondo per diventare imperatore mandando in malora la rivoluzione sperata. Capita.

Ho sempre cercato prima di tutto di capire, di vivere le cose quando era possibile. A pochi mesi dall’11 settembre 2001 partii con l’amico fotografo Alberto Giuliani per un viaggio da Istanbul a Samarcanda. In pratica metà Via della Seta, toccando Iran, Turkmenistan e Uzbekistan. Il fine era capire quella cultura che era indicata dalla gran parte dell’opinione pubblica come il nemico tout court, il diavolo, fate voi. Io armato di registratore e mani per suonare, Alberto di macchine fotografiche e video.
Capimmo nitidamente che l’istinto di libertà aumentava mano a mano che ci si spostava verso est. A Teheran, già allora, incontrammo molte persone che coraggiosamente si lamentavano con noi della situazione. Nella zona universitaria, da sempre centro focale delle rivolte poi soffocate, i ragazzi ci parlavano del desiderio di libertà, di poter votare democraticamente, di poter ascoltare la musica che si vuole, di poter usare la rete. Di vivere. Diamo tempo, e arriverà l’ora di danzare anche per loro.

Sempre e comunque, quando un popolo chiede libertà, ciò che succede è stimolo per la musica del luogo. La gente canta e balla alla fine di ogni combattimento. E usa la musica per darsi forza durante la lotta. E ciò che rimane da fare, alla fine di ogni guerra, è usare la musica per danzare, per celebrare la vita, per sposarsi, per vedere i bambini giocare nuovamente. Per ricominciare. In questo la musica è insuperabile.

Riprendo in mano alcuni video di quel nostro viaggio e osservo i festeggiamenti di un matrimonio a Samarcanda. Le offerte degli invitati che girano nelle mani delle ballerine, nonni e bimbi insieme.
E penso a una canzone, a una semplice canzone, che ho voglia di suonare questa mattina. Una canzone senza significati ideologi o politici. Col pensiero la suono per tutti gli uomini che ora conoscono il peso della parola Libertà.

La musica:
“Answer me” (Nat King Cole)

Le fotografie di Alberto Giuliani

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