Roma, vista da Mosca

Tra Natale e la Befana sono tornato a Mosca, dopo sette anni che non mettevo piede in Russia. Qualche amico e qualche panorama da rivedere, qualche moderata intenzione di capire un po’ di quello che succede nelle piazze. Risultato principale del mini-viaggio sentimentale: la deprimente sensazione che l’Italia sia rimasta ferma sulle proprie gambe mentre la Russia si muoveva. Persino la Russia. Con il suo inesistente Stato di diritto e con l’arbitrio ancora istituzionalizzato, con il dominio di un potere ancora opaco e irresponsabile, con le enormi differenze geografiche e di classe che ne fanno un paese lontano dall’essere facilmente sopportabile anche da chi adora il mondo slavo. Eppure persino la Russia si è mossa, com’è stata abituata a muoversi nel corso dei secoli: abbattendo strade e fondando nuove città, rivoltando equilibri e destini collettivi, presentando nuove leadership alla finta prova dell’acclamazione. Per una volta sono mancati i massacri (quelli grandi di molti milioni che normalmente accompagnavano le tappe di trasformazione, perché quelli piccoli di molte migliaia si sono visti anche nell’ultimo ventennio).

Ma nel complesso la scossa c’è stata e dà il senso di una società in movimento, dove c’è anche chi fa perché sa fare. Davanti a tutta questa fantasmagoria di sommovimenti e mutazioni mi sono riscoperto un povero provinciale che guardava le vetrine restando sul marciapiede, al freddo, ancora intontito dalle atmosfere di declino che aveva lasciato a casa. E mi sono detto che anche dalle nostre parti servirebbe uno shock. Per carità, Putin è un cattivone e di traumi storici ne abbiamo avuti abbastanza anche noi. E tuttavia una scossa, o anche solo uno spintone, non ci farebbero poi così male.

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