Non resuscitate la politica industriale

Alcuni giorni fa Alberto Alesina e Francesco Giavazzi hanno scritto sul Corriere della sera un editoriale formidabile, chiarissimo e lineare, contro le “scorciatoie” verso lo sviluppo, in primis la sempre rimpianta “politica industriale”. Scrivevano:

«… non può funzionare l’illusione che lo Stato e la politica siano in grado di individuare i settori e le imprese che avranno successo. L’innovazione è per definizione imprevedibile. Vi immaginate quattro funzionari dell’Iri in un garage che si inventano Apple? O un giovane impiegato dell’Iri che inventa Facebook? Affidereste allo Stato la scelta del tipo di robotica su cui puntare?»

Su Linkiesta, l’economista Stefano Firpo, già dirigente del Gruppo Intesa San Paolo e oggi Capo della Segreteria tecnica del Ministro Passera, risponde con un articolo interessante e argomentato. Il pezzo di Firpo andrebbe letto a partire dalla conclusione, in cui sostiene che

«Quest’anno di governo ci ha convinti che occorre uscire dalle logiche un po’ parrocchiali del dibattito sulle politiche economiche che spesso si riduce ad una sterile e sfibrante contesa fra chi vuole più Stato e chi ne vuole di meno».

Per la verità, è una lezione che i nostri politici hanno cara da sempre. Destra, sinistra o centro, al governo tutti si scoprono “pragmatici”. In parte, perché confrontarsi quotidianamente coi problemi di gestione della macchina pubblica è di per sé un esercizio di mediazione. In parte, perché il “pragmatismo” è uno strepitoso assegno in bianco che chi detiene potere stacca a se stesso – piuttosto che assoggettare la propria condotta ai vincoli più o meno stretti che impone una visione del mondo precisa. Vale la pena di precisare che “la contesa fra chi vuole più Stato e chi ne vuole di meno” è press’apoco l’essenza del dibattito politico, dovunque. Può prevalere ora l’una posizione ora l’altra, ma è l’esito temporaneo e sempre incerto di questa “contesa” che a sua volta sposta i confini del “politicamente possibile”, nei quali si muovono i pragmatici.

Andando a ritroso, Firpo giustifica una serie di iniziative del suo Ministero, in parte collimanti con quelle “scorciatoie” da cui mettevano in guardia Alesina e Giavazzi. I due economisti sostengono che una economia di mercato sana, nella quale gli imprenditori possono liberamente provare ad innovare, necessita di “regole” (norme generali, astratte, uniformemente applicbaili) e non di interventi ad hoc, discrezionali, inevitabilmente pensati a vantaggio di settori specifici.

I desiderata di Firpo sono quantomeno contraddittori. Egli cita come “compiti dello Stato”, fra gli altri:

«… garantire costi dell’energia competitivi. Creare un fisco non nemico dell’impresa e del lavoro. Consentire accesso al credito a prezzi di mercato. Compito dello Stato è ridurre il peso della burocrazia e creare un ambiente regolatorio più favorevole al business, con meno norme, con norme più semplici e meglio applicabili. Far funzionare la giustizia, dare qualità al sistema di istruzione e formazione…»

Si tratta di cose molto diverse. Ridurre il peso della burocrazia implica un contenimento dei funzionari con potere discrezionale che, secondo Alesina e Giavazzi, minano le precondizioni dello sviluppo. Avere regole più certe e far funzionare la giustizia (non necessariamente avere un ambiente regolatorio più favorevole al business, che è sempre contento di avere regolatori con potere discrezionale catturabili) significa ripristinare la certezza del diritto. «Creare un fisco non nemico dell’impresa e del lavoro» implica una logica di riduzione e semplificazione del carico e della normativa fiscale. Nulla di tutto ciò è politica industriale. Sono semmai iniziative di buon senso, oggi quantomai necessarie, che andrebbero (anche) a beneficio dell’industria.

Altra cosa è dire “garantire costi dell’energia competitivi” e “consentire accesso al credito a prezzi di mercato”. Se i prezzi sono di mercato, che immagino significhi che sortiscono dall’incontro di domanda e offerta, in che cosa consiste il ruolo dello Stato nel garantire l’accesso al credito? I prezzi dell’energia possono anch’essi sortire da un contesto di mercato (nel qual caso, la questione diventa come ridurre i vincoli alla concorrenza che tutt’ora persistono nel nostro Paese), oppure essere determinati dalla politica, com’era una volta. E’ un settore particolarmente complicato, dove il regolatore ha un ruolo molto influente anche sui prezzi. Ma parlare di costi “competitivi” sembra suggerire la necessità di un intervento volto ad abbassarli fino al livello che viene considerato (presumibilmente, dal ministero competente) “competitivo”.

Lasciamo pure perdere, se davvero la riteniamo superflua, la contesa fra chi vuole più Stato e chi ne vuole meno. Ci sono due strade per provare a tornare a crescere. Una presuppone che la crescita possa avvenire quando persone e imprese sono in grado di intensificare i propri scambi, imparare gli uni dagli altri, migliorare l’utilizzo delle risorse a loro disposizione. In questo contesto, la regolazione del traffico è lasciata al sistema dei prezzi.

L’altra strada presuppone che il ministro competente “sappia” come fare lo sviluppo: nei casi richiamati poc’anzi, “a chi” le banche debbono erogare credito e a che livello deve fermarsi l’asticella dei prezzi dell’energia.

C’è tanto da fare nell’altra direzione indicata da Firpo: quella della restaurazione della certezza del diritto, presupposto necessario affinché si possa imboccare la prima strada verso la crescita. Un anno di governo tecnico ha insegnato a tutti quant’è difficile passare dalla semplificazione nei seminari alla semplificazione nei ministeri. Realizzare questo obiettivo solo apparentemente minimale già non sarebbe poca cosa.