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  • Martedì 20 ottobre 2026

La “uberizzazione” dell’economia brasiliana ha messo in difficoltà Lula

Il presidente uscente non ha regolamentato milioni di persone che lavorano con le piattaforme, e potrebbe risentirne al ballottaggio di domenica

Una protesta dei lavoratori per le piattaforme digitali di consegna a domicilio a San Paolo il 31 marzo 2025 (REUTERS/Tuane Fernandes)
Una protesta dei lavoratori per le piattaforme digitali di consegna a domicilio a San Paolo il 31 marzo 2025 (REUTERS/Tuane Fernandes)
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Tra il 2022 e il 2025 il prodotto interno lordo del Brasile è cresciuto più della media degli altri paesi sudamericani, la disoccupazione è scesa al minimo storico e i redditi medi reali sono aumentati. Eppure da mesi quasi un brasiliano su due pensa che l’economia sia peggiorata, secondo i sondaggi fatti per O Globo, uno dei principali giornali del paese.

Questa distanza tra dati e percezione è un problema per il presidente uscente Luiz Inácio Lula da Silva (di sinistra), che nel primo turno delle elezioni presidenziali è arrivato dietro a Flávio Bolsonaro, candidato della destra. Il 25 ottobre ci sarà il ballottaggio e il malcontento per l’economia potrebbe favorire Bolsonaro: tra chi si aspetta che l’economia peggiori nei prossimi sei mesi, il 59 per cento dice che voterà per lui e il 21 per cento per Lula, secondo un sondaggio del 18 ottobre della società Nexus.

Dietro i buoni risultati economici ottenuti da Lula, in carica dal 2023, ci sono diversi problemi. Dal 2025 la crescita ha rallentato, così come l’aumento dell’occupazione e degli stipendi, anche se sono tutti rimasti positivi. In questi anni poi i prezzi del cibo sono saliti molto più dell’inflazione media, e le famiglie spendono in media quasi il 29 per cento del loro reddito per pagare alti tassi di interesse sui debiti che hanno contratto.

Un altro problema per Lula è che il suo governo non è riuscito a regolamentare le moltissime persone che lavorano con le piattaforme digitali: è uno dei settori cresciuti di più negli ultimi anni, tanto che si parla di “uberizzazione” dell’economia brasiliana, dal nome della popolare applicazione per i taxi fondata nel 2009 a San Francisco. Lula ha avuto difficoltà a trovare un accordo con una parte di questi lavoratori: una situazione anomala per lui, che prima di entrare in politica è stato un importante sindacalista, e che potrebbe avvantaggiare Bolsonaro al ballottaggio.

Una donna mentre ferma un autista di Uber a San Paolo, in Brasile, nel 2019 (Jessica Nolte/Bloomberg)

Il Brasile è uno dei paesi in cui Uber è più usato al mondo. Nel 2025 oltre un milione di brasiliani faceva l’autista per Uber o per piattaforme concorrenti, che permettono ai clienti di noleggiare auto private con un conducente. Circa 940mila lo facevano come lavoro principale, un aumento del 38 per cento rispetto ai 680mila del 2022.

Nello stesso periodo sono aumentati anche i fattorini delle app di consegna di cibo e le persone che offrono tramite app servizi come pulizie e riparazioni in casa. In totale nel 2025 quasi 2 milioni di persone lavoravano tramite queste piattaforme, e più del 90 per cento lo faceva come lavoro principale: quasi il 2 per cento di tutti i lavoratori brasiliani. Può non sembrare molto, ma senza la crescita di questo settore la disoccupazione in Brasile sarebbe quasi un punto percentuale più alta.

Chi lavora tramite le piattaforme digitali ha caratteristiche demografiche specifiche: sono in maggioranza uomini (84 per cento), tra i 25 e i 39 anni (47 per cento) e con un livello di istruzione medio (62,5 per cento). I motivi per cui fanno questi lavori sono però molto diversi tra loro.

Secondo i dati dell’istituto nazionale di statistica del Brasile (IBGE), il 26,8 per cento lo ha scelto per la flessibilità degli orari, il 24,6 perché non trovava altro, il 20,8 perché guadagna più che altrove e il 16,6 per integrare il proprio reddito. Sono situazioni con esigenze diverse: chi lo ha scelto perché non riusciva a trovare altri lavori è interessato maggiormente a diritti e tutele anche a costo di perdere autonomia, chi invece lo ha scelto per la flessibilità o per ottenere guadagni più alti accetta meno volentieri vincoli e regole.

Questo rende difficile rappresentare i lavoratori e regolamentare il settore. In Brasile i sindacati sono divisi per settore e per area di competenza: ognuno rappresenta per legge tutti i lavoratori del proprio settore in un certo territorio, anche i non iscritti, e solo le organizzazioni sindacali possono firmare contratti collettivi.

Una parte degli autisti si è organizzata invece in associazioni, come l’Amasp di San Paolo, che dicono di non sentirsi rappresentate dai sindacati. Sono organizzazioni volontarie, senza reali poteri di contrattazione.

Nel 2024 il governo di Lula ha presentato una proposta di legge sul lavoro degli autisti dopo mesi di trattative con le piattaforme e i sindacati. Prevedeva che gli autisti diventassero lavoratori autonomi con una paga minima di 32,10 reais (circa 5,70 euro) per ogni ora di corse effettuate, esclusa l’attesa: 8 reais (circa 1,42 euro) di compenso effettivo e il resto per il rimborso delle spese. La legge prevedeva anche contributi previdenziali pagati in parte dalle aziende, un limite di 12 ore al giorno di lavoro per piattaforma e la contrattazione affidata ai sindacati.

Le associazioni, che non avevano partecipato alla trattativa, si sono opposte. Temevano che le piattaforme pagassero a tutti solo il compenso minimo previsto e che il limite di 12 ore al giorno impedisse di guadagnare di più lavorando più a lungo. Contestavano anche i contributi previdenziali, perché avrebbero ridotto i guadagni netti. Hanno convinto soprattutto i partiti di centro e di destra del parlamento a non appoggiare la riforma, che senza il loro sostegno si è di fatto arenata.

Chi lavora con le piattaforme digitali continua così ad avere meno tutele degli altri lavoratori. Per esempio lavorano in media 5,4 ore in più degli altri lavoratori, solo un terzo versa i contributi che danno diritto a pensione e indennità in caso di malattia o infortunio, e in più gli autisti devono comprarsi autonomamente le auto e pagare le riparazioni. Quest’anno il governo ha provato a risolvere in parte questo problema avviando un programma da 30 miliardi di reais (circa 5,3 miliardi di euro) di prestiti agevolati per l’acquisto di auto nuove.

Alcuni fattorini che lavorano per le piattaforme Uber Eats e iFood a San Paolo, in Brasile, l’1 aprile 2020 (Victor Moriyama/Bloomberg)

La sociologa Ludmila Abílio, che studia il fenomeno dell’“uberizzazione” dell’economia brasiliana da anni, descrive quella di chi lavora con le piattaforme digitali come una «settimana 7×0», cioè sette giorni di lavoro e nessuno di riposo. L’espressione richiama la «6×1», la settimana di sei giorni di lavoro e uno di riposo di molti dipendenti brasiliani, abolita da una riforma approvata a metà ottobre. I giorni di riposo diventeranno due ma la riforma vale solo per i dipendenti: oltre l’80 per cento di chi lavora con le piattaforme digitali è invece un lavoratore autonomo, per cui non sono previsti limiti di orario.