Protestano anche i pescatori
Quelli di Manfredonia, in Puglia, si sono uniti agli autotrasportatori e agli agricoltori, e tutti si fermeranno per uno sciopero il 22 ottobre
di Angelo Mastrandrea, da Manfredonia
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Al mercato del pesce di Manfredonia, in Puglia, a sud del Gargano, ci sono pochissime persone al lavoro. Nel primo pomeriggio si fa la consueta asta del pescato portato dai pochi pescherecci che sono usciti in mare: ci sono casse di gamberoni, totani e triglie. Viene venduto soprattutto a commercianti locali, perché gli autotrasportatori sono fermi per le proteste contro il carovita. Parte un solo furgone, per rifornire alcuni rivenditori a Roma e a Livorno. Il conducente dice che ha studiato vie alternative per arrivare a destinazione senza essere bloccato. Aggiunge che la situazione è molto tesa e che non lavorerà il 22 ottobre, quando tutti i pescatori di Manfredonia si fermeranno per uno sciopero contro l’aumento del prezzo del gasolio.
Lo hanno indetto armatori, pescatori ed equipaggi di tutta Italia, da Chioggia a Termoli: a Messina i pescatori si sono detti intenzionati a bloccare lo Stretto con i pescherecci. Tutti insieme hanno scritto una lettera al ministro dell’Agricoltura Francesco Lollobrigida, di Fratelli d’Italia, in cui sostengono che «salpare in mare per i motopescherecci è diventato proibitivo a causa degli elevatissimi costi del carburante». I pescatori dicono che il 22 a Manfredonia nessun peschereccio uscirà in mare, e di non sapere se lo sciopero durerà un solo giorno o se sarà l’inizio di una mobilitazione a oltranza.

Pescherecci ormeggiati nel porto di Manfredonia (Angelo Mastrandrea/il Post)
Tutto dipenderà dalle risposte del governo alle loro richieste: in estrema sintesi, di ridurre il prezzo dei carburanti e di adottare delle misure di sostegno alla pesca, messa in crisi dall’aumento dei prezzi degli ultimi mesi.
I pescatori di Manfredonia già da qualche giorno si sono uniti alle proteste degli autotrasportatori e degli agricoltori. Venerdì 16 ottobre hanno partecipato a una manifestazione per le vie del centro alcune migliaia di persone: c’erano molti cittadini, gli studenti, i sindaci di tutti i comuni della zona e il vescovo, e i commercianti hanno chiuso in solidarietà con i manifestanti.
Nei giorni successivi hanno aiutato i camionisti a bloccare la strada che va dalla zona industriale al porto, che è a quattro corsie e ad alto scorrimento. I blocchi stradali in Puglia non sono dei veri blocchi, nel senso che chi protesta non si mette in mezzo alla strada bloccando il passaggio, ma ferma soltanto i camion.

Un camion bloccato da manifestanti con i gilet gialli e arancioni a Manfredonia (Angelo Mastrandrea/il Post)

Un blocco stradale nella zona industriale di Manfredonia (Angelo Mastrandrea/il Post)
Nel caso di Manfredonia il presidio si trova davanti a un benzinaio, in un luogo che è l’abituale raduno per le manifestazioni degli operai. I manifestanti indossano tutti dei gilet catarifrangenti gialli o arancioni, per evitare di essere investiti dalle auto che passano a tutta velocità. Appena spunta un camion si buttano in mezzo alla strada per fermarlo e deviarlo verso un piazzale dove ci sono un distributore di benzina e un bar. L’operazione è abbastanza spericolata, ma i camionisti sono preparati a incrociare i blocchi, rallentano e si fermano. I conducenti scendono dal mezzo e i manifestanti offrono loro un caffè al bar. Tutto si svolge in maniera molto tranquilla.
Pasquale Ostese, un autotrasportatore autonomo che trasporta gas naturale, elio e idrogeno che arrivano al porto per conto di alcune ditte della zona, dice che a Manfredonia 250 camionisti fermati ai blocchi hanno poi aderito alla protesta. Anche molti automobilisti sono solidali con la protesta: per segnalarlo suonano il clacson quando passano davanti al benzinaio.
La pesca è da sempre un tratto identitario fondamentale nonché il motore economico di Manfredonia, la cui zona industriale è stata dichiarata Sito di interesse nazionale (SIN) da bonificare a causa della grave contaminazione ambientale del suolo, del sottosuolo e della falda acquifera. L’inquinamento è derivato dalla fabbrica di fertilizzanti ANIC, dal polo petrolchimico di EniChem e da altri sversamenti industriali.
A Manfredonia 700 persone sono impiegate nel settore della pesca. Con l’indotto, cioè le aziende di trasformazione, quelle che forniscono servizi, le officine che fanno la manutenzione delle barche, i rivenditori all’ingrosso, i trasportatori, le pescherie e i ristoranti, arrivano a qualche migliaio, su una popolazione complessiva di 53mila abitanti.

Un furgone carico di pescato al mercato del pesce di Manfredonia (Angelo Mastrandrea/il Post)

Lavoratori caricano le cassette con il pescato fresco su un furgone al mercato del pesce di Manfredonia (Angelo Mastrandrea/il Post)
Il settore è però sempre più in crisi. Dagli anni Novanta i pescherecci sono diminuiti da 450 a 130, e anche le persone che ci lavorano sono sempre di meno. Fare il pescatore è faticoso perché si lavora spesso di notte o si esce all’alba e si rimane in barca con il freddo e con il caldo torrido. Il lavoro è diventato precario e stagionale perché ci sono lunghi periodi di fermo forzato, per permettere alle specie marine di riprodursi, e i giovani non vogliono più farlo. Ad aggravare la situazione è stata la guerra in Iran, con il blocco dello stretto di Hormuz, che ha provocato l’aumento del prezzo del gasolio. I pescatori attribuiscono le colpe della crisi all’aumento dei costi di gestione, dal carburante a tutti i materiali, alle restrizioni imposte dalle politiche ittiche italiane ed europee, e alle importazioni di pesce dall’estero, che viene venduto a prezzi più bassi penalizzando il pescato locale.
I pescatori sostengono che gli aumenti del gasolio li stiano costringendo a ridurre le ore di pesca per consumare meno. Il carburante viene razionato e i pescherecci più vecchi vengono tenuti in porto perché consumano troppo. Il gasolio per la pesca è la principale voce di spesa per i pescatori. Costa molto meno di quello per le auto perché non ci sono le accise. È però aumentato da 65 centesimi al litro di prima della guerra in Iran a quasi 1,50 euro attuali.
Già in primavera i pescatori di Manfredonia si erano fermati per denunciare il prezzo eccessivo del gasolio e per chiedere al governo di mettere un limite agli aumenti. Sono tornati al lavoro solo dopo che il governo, il 18 marzo, ha stanziato 10 milioni di euro per finanziare un credito di imposta specifico per le imprese della pesca, pari al 20 per cento di quanto è stato speso per comprare il gasolio nei mesi di marzo, aprile e maggio 2026. I pescatori dicono che per loro non è cambiato molto, perché le spese le hanno già sostenute, mentre lo sconto lo vedranno solo quando faranno le dichiarazioni dei redditi.



