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  • Venerdì 9 ottobre 2026

Il Canada è in cerca di nuovi acquirenti per il suo petrolio

Un nuovo oleodotto potrebbe intensificare le esportazioni canadesi verso l’Asia, ma ridurre la dipendenza dal mercato statunitense è difficile

Il primo ministro del Canada Mark Carney e la premier dell'Alberta Danielle Smith annunciano il progetto per un nuovo oleodotto, Fort McMurray, Canada, 1° ottobre 2026 (Greg Halinda/The Canadian Press via AP)
Il primo ministro del Canada Mark Carney e la premier dell'Alberta Danielle Smith annunciano il progetto per un nuovo oleodotto, Fort McMurray, Canada, 1° ottobre 2026 (Greg Halinda/The Canadian Press via AP)
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Il 1° ottobre il primo ministro canadese Mark Carney ha annunciato che il suo governo ridurrà i tempi di progettazione del Pacific Link, un nuovo oleodotto per portare il petrolio estratto nella provincia dell’Alberta all’oceano Pacifico, e quindi verso i mercati asiatici.

Storicamente, il Canada ha sempre venduto i suoi combustibili fossili soprattutto agli Stati Uniti, che nel 2025 hanno assorbito circa il 90 per cento delle esportazioni di petrolio e quasi la totalità di quelle di gas naturale. Nell’ultimo anno, però, la guerra commerciale con gli Stati Uniti, cominciata dal presidente Donald Trump con l’imposizione di pesanti dazi contro il Canada, ha indebolito la fiducia tra i due paesi, spingendo il governo di centrosinistra di Mark Carney a diversificare le esportazioni canadesi verso l’Asia e l’Europa.

Il Canada è il quarto produttore mondiale di greggio e il quinto di gas naturale: possiede riserve naturali per circa 163 miliardi di barili di petrolio e più di 2mila miliardi di metri cubi di gas. Secondo Carney, queste risorse possono trasformare il paese in una «superpotenza energetica globale», posizionandolo come un’alternativa stabile ai fornitori in Medio Oriente.

La fretta di realizzare il progetto del Pacific Link risponde quindi a due necessità: mitigare gli effetti della guerra commerciale con gli Stati Uniti ed espandere la propria posizione sul mercato energetico globale in un momento storico in cui i clienti asiatici ed europei sono interessati a diversificare le loro catene di approvvigionamento.

– Leggi anche: Mark Carney contro Trump, ancora più di prima

Questa ambizione del Canada si sta scontrando con limiti infrastrutturali. Per ora, tre su quattro degli oleodotti principali del paese sono costruiti in funzione del trasporto verso gli Stati Uniti, e il più esteso tra loro, l’Enbridge Canadian Mainline, da solo trasporta il 58 per cento del petrolio canadese. 

Una linea che porta il petrolio canadese verso la costa pacifica e i mercati asiatici c’è già: si chiama Trans Mountain Pipeline, e non ha grandi margini di espansione. È già stata potenziata nel 2024 e oggi opera quasi a capacità massima. Inoltre la conformazione naturale del porto d’arrivo consente l’attracco soltanto di petroliere fino a 800mila barili, e non delle superpetroliere da 2 milioni di barili: questo riduce molto la sua efficienza. 

Da qui l’idea del Pacific Link, una seconda linea quasi parallela alla Trans Mountain Pipeline ma con uno sbocco sull’oceano più strategico: il progetto finale dovrebbe essere presentato entro il 1° settembre 2027. Il governo ha detto che la costruzione dell’oleodotto creerà 140mila posti di lavoro e ridurrà la dipendenza del settore dal mercato statunitense di circa il 30 per cento, quota che dovrebbe essere assorbita soprattutto dai mercati asiatici.

Ci sono però alcuni problemi. Per far funzionare a pieno regime il nuovo oleodotto, scrive Reuters, la produzione di petrolio dovrebbe aumentare di oltre un terzo entro il 2034, crescendo al doppio del ritmo attuale. Questo richiederebbe lo sfruttamento di nuovi giacimenti, un’operazione che comporta investimenti ingenti e rischiosi, che poche società sono disposte a sobbarcarsi. Il governo è poi ancora alla ricerca di privati che vogliano comprare quote dell’oleodotto, alleggerendo il suo impatto sulla spesa pubblica canadese. Gli unici investitori, per ora, sono la canadese Pembina Pipeline, il governo centrale e quello della provincia da cui partirà l’oleodotto, l’Alberta. 

L’Alberta ospita i più grandi giacimenti di petrolio e di gas naturale del paese, e da sola estrae oltre l’80 per cento del greggio canadese. In Alberta c’è anche un forte movimento che chiede l’indipendenza dal Canada e che si è rafforzato negli anni scorsi a causa delle polemiche tra l’ex primo ministro Justin Trudeau, che sosteneva politiche ambientaliste, e le autorità locali dell’Alberta, la cui economia dipende da gas e petrolio. 

L’attuale premier conservatrice dell’Alberta Danielle Smith si dichiara contraria alla secessione, ma ha comunque indetto un referendum preliminare sull’indipendenza: il 19 ottobre gli abitanti dell’Alberta voteranno per stabilire se, in secondo momento, vogliono votare per decidere se rimanere nel Canada. Per ora sembra che i separatisti siano una minoranza, anche se non trascurabile: tra il 23 e il 27 per cento dei votanti, secondo gli ultimi sondaggi riportati dall’emittente pubblica nazionale CBC.

È in questo contesto che il governo di Carney ha deciso di sostenere il progetto del Pacific Link, bloccato da anni per motivi economici e ambientali. Carney l’ha annunciato in pubblico, in Alberta, al fianco della premier Smith, spendendosi molto a livello di immagine personale. Carney fa parte dello stesso partito di Trudeau, il Partito Liberale, ma rispetto al suo predecessore è molto più centrista e ha una posizione di maggiore apertura verso i combustibili fossili. L’approvazione dell’oleodotto è vista dal governo anche come un modo per rafforzare le relazioni con l’Alberta e indebolire le posizioni separatiste.

La politica energetica di Mark Carney tuttavia non sta piacendo a diversi segmenti progressisti della società canadese, che temono le ripercussioni ambientali dell’espansione dell’industria dei combustibili fossili e nuove discriminazioni contro le comunità indigene canadesi, sui cui territori passerà gran parte del nuovo oleodotto. 

Per mitigare i rischi ambientali del Pacific Link, il governo centrale ha chiesto all’Alberta di sviluppare un programma di cattura e stoccaggio nel sottosuolo dell’anidride carbonica, denominato Oil Sands Alliance. I critici del progetto, però, hanno obiettato che il programma è troppo ambizioso per essere logisticamente ed economicamente realizzabile, e che comunque l’Alberta non è legalmente obbligata a rispettare questo impegno.

Per quanto riguarda le comunità indigene, il governo ha detto che almeno il 10 per cento della proprietà dell’oleodotto sarà riservato ai gruppi indigeni dell’Alberta e della Columbia Britannica. Benché qualche gruppo si sia mostrato interessato, molti altri si sono espressi contro la sua realizzazione e hanno minacciato azioni legali.

«Abbiamo il dovere e l’obbligo di proteggere i nostri diritti nella misura massima consentita dalla legge e abbiamo tutta l’intenzione di farlo», ha detto il Grande capo Stewart Phillip, presidente dell’Unione dei capi indiani della Columbia Britannica (UBCIC), un’organizzazione politica che rappresenta più di 100 gruppi indigeni della provincia in cui dovrebbe terminare il Pacific Link. «Non sarà una passeggiata, non sarà una vittoria scontata, ci batteremo duramente nelle aule di tribunale e, se necessario, con la mobilitazione sul territorio».