Fino a dove possono arrivare i farmaci per dimagrire

Le aziende farmaceutiche fanno a gara per lo sviluppo di molecole sempre più potenti per trattare l'obesità, ma c'è un limite?

(AP Photo/Patrick Sison)
(AP Photo/Patrick Sison)
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In un recente studio clinico, le persone che hanno assunto la dose più alta di retatrutide, un nuovo farmaco sperimentale per il dimagrimento, hanno perso in media più di un quarto del loro peso. Potrebbe diventare uno dei farmaci più efficaci per il trattamento dell’obesità, la classe di cui fanno parte i famosi Wegovy e Ozempic. La ricerca sta infatti progredendo velocemente in un settore farmaceutico che fino a pochi anni fa non esisteva, ma medici ed esperti iniziano a chiedersi fino a dove sia utile e abbia senso spingersi nella perdita di peso.

La prospettiva di una nuova generazione di farmaci per il dimagrimento pone infatti il problema di quali debbano essere gli obiettivi del trattamento dell’obesità. Una perdita di peso maggiore non comporta necessariamente benefici superiori e, oltre una certa soglia, può aumentare il rischio di perdita di massa muscolare, malnutrizione e fragilità. Per questo ogni novità, come quella della nuova molecola, è osservata con grande attenzione e con la consapevolezza di trovarsi in ambiti ancora inesplorati.

L’azienda che ha appena terminato i test clinici sulla retatrutide è la statunitense Eli Lilly, che compete con la danese Novo – famosa per Ozempic/Wegovy – per dimostrare di avere i farmaci più efficaci.

Nel crescente mercato dei farmaci dimagranti riuscire a dimostrare che una nuova molecola fa perdere più peso delle precedenti rappresenta un vantaggio commerciale importante. I risultati degli studi clinici sono diventati un elemento della competizione tra le aziende per conquistare quote sempre più grandi di un mercato molto ricco. Il rischio di questa forte concorrenza però è che si perdano di vista o diventino meno chiari gli obiettivi clinici.

Nel secondo trimestre del 2026 Eli Lilly ha ricavato da Mounjaro e Zepbound, rispettivamente per il trattamento del diabete di tipo 2 e dell’obesità, circa 13 miliardi di euro. Novo ha invece ricavato da Ozempic e Wegovy circa la metà. Eli Lilly ha chiuso il trimestre con quasi 20 miliardi di euro di ricavi, con un aumento del 48 per cento rispetto all’anno precedente. Una rapida approvazione della retatrutide potrebbe portare a un ulteriore aumento dei ricavi.

Nei test clinici la retatrutide ha comportato una perdita di peso maggiore di quella osservata negli studi sui farmaci già disponibili. Il test clinico di fase 3 (l’ultima prima di poter chiedere l’autorizzazione per commercializzare il farmaco) ha coinvolto 1.152 persone con obesità e diabete di tipo 2 per 80 settimane. Le persone che hanno ricevuto il dosaggio più alto hanno in media ridotto il loro peso corporeo del 20,8 per cento. In un altro test clinico, le persone obese senza diabete hanno perso in media il 28 per cento del loro peso corporeo.

Per una persona con obesità grave e con le complicazioni del caso (a cominciare da quelle cardiovascolari), una perdita fino al 20-25 per cento del peso può portare grandi benefici. Al tempo stesso, continuare a dimagrire dopo avere raggiunto quel risultato può essere controproducente e per questo i medici iniziano a chiedersi se sia sempre necessario arrivare alla massima perdita di peso possibile.

Un farmaco più potente può far perdere peso più rapidamente e in misura maggiore, ma non cambia i meccanismi che spingono l’organismo a recuperare il peso quando il trattamento viene interrotto.

Che siano più o meno potenti, nella maggior parte dei casi i farmaci per il dimagrimento devono essere infatti presi a vita, altrimenti i dati indicano che le persone tendono a recuperare il peso perso. Nel caso della tirzepatide (la molecola del Mounjaro e dello Zepbound), per esempio, uno studio ha segnalato che l’82 per cento delle persone aveva recuperato almeno un quarto del peso nell’anno successivo alla sospensione del farmaco. Questi farmaci funzionano del resto modificando i sistemi che regolano la fame e il metabolismo, che tornano però a funzionare come prima se si interrompe la loro assunzione.

Inoltre, la maggiore efficacia di un farmaco non coincide necessariamente con un maggiore beneficio per chi lo assume: se una persona ottiene già con una molecola meno potente una riduzione sufficiente a migliorare il diabete, la pressione o la mobilità, non è detto che perdere altro peso produca un vantaggio proporzionale. Il consiglio delle associazioni mediche è di considerare il calo percentuale come una misura dell’efficacia dei farmaci usati e non come un dato per valutare la conseguente salute di una persona.

La sede di Eli Lilly a Indianapolis, Indiana, Stati Uniti (AP Photo/Michael Conroy)

Dagli studi condotti su gruppi di persone che assumono questi farmaci è emerso che spesso la perdita di peso comporta non solo una riduzione della massa grassa, ma anche di quella priva di grasso che comprende soprattutto muscoli, ossa e organi. La proporzione varia molto da persona a persona e a seconda dei metodi che si usano per misurarla, ma sono stati rilevati casi in cui la perdita di peso ottenuta con i farmaci ha riguardato per il 30 per cento la massa priva di grasso. Non ci sono però ancora dati clinici molto solidi per capire se questa perdita possa incidere sulla funzionalità degli organi, la forza muscolare e la salute in generale.

Per contrastare la perdita muscolare sono state avviate alcune sperimentazioni, come quella dell’azienda farmaceutica statunitense Regeneron con il trevogrumab. Il farmaco è stato sperimentato in combinazione con la semaglutide, il principio attivo di Ozempic/Wegovy, e ha permesso di ridurre la perdita di massa muscolare rispetto al solo uso del dimagrante. I dati sono ancora in fase intermedia, ma mostrano come si stia sviluppando un approccio più ampio al trattamento con i farmaci dell’obesità. È uno sviluppo che riflette ciò che avviene già normalmente e in più ambiti sanitari, dove i benefici di un nuovo farmaco sono tali da giustificare l’affiancamento di altri farmaci per attenuarne gli effetti indesiderati.

Le molecole sviluppate finora determinano comunque in media una riduzione molto più significativa della massa grassa rispetto a quella magra, e i loro benefici non sono messi in discussione.

(Peter Dazeley via Getty Images)

La semaglutide imita l’azione del GLP-1, un ormone prodotto dall’intestino che dopo i pasti contribuisce al senso di sazietà e a rallentare lo svuotamento dello stomaco. La tirzepatide di Mounjaro/Zepbound è invece una molecola che imita sia il GLP-1 sia il GIP, un ormone che interviene nella regolazione della fame e del metabolismo. La retatrutide fa una cosa in più e aggiunge il glucagone, un ormone che ha vari effetti sulla regolazione del modo in cui l’organismo consuma energia. L’idea è che agisca contemporaneamente su tre meccanismi per ottenere una maggiore riduzione del peso.

La retatrutide comporta effetti indesiderati paragonabili a quelli delle altre molecole per il dimagrimento, come nausea, vomito e diarrea, che tendono ad attenuarsi con l’uso regolare e prolungato del farmaco. Alcuni partecipanti hanno interrotto il trattamento sia per via degli effetti avversi, sia per le preoccupazioni legate alla rapidità con cui sono dimagriti e ai potenziali rischi per la loro salute. Dimagrire troppo in fretta può infatti causare diversi problemi e per questo si discute sempre di più di limiti e gradualità delle terapie.

L’evoluzione data come più probabile è che la competizione tra le aziende si sposti via via sulle terapie di mantenimento nel lungo periodo. I trattamenti potranno essere sempre più personalizzati in base alla risposta dei pazienti, cercando per ciascuno la dose e la combinazione di farmaci necessarie per ottenere e mantenere un risultato sufficiente.