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  • Mercoledì 16 settembre 2026

Come vendere lo stesso quadro a tre persone

È una delle storie raccontate in “Quel che luccica”, il nuovo libro di Altrecose da oggi in libreria, sulle opacità del mercato dell'arte contemporanea

Foto del quadro di Rudolf Stingel, da Christie's
Foto del quadro di Rudolf Stingel, da Christie's
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Nel 2016 Inigo Philbrick, un giovane e promettente mercante d’arte, entrò in possesso di un grande ritratto di Picasso dipinto dall’artista altoatesino Rudolf Stingel. Era un quadro imponente, alto quasi due metri e mezzo, realizzato a partire da una fotografia inedita di Picasso fornita dalla famiglia dell’artista. L’opera non apparteneva a Philbrick, almeno non interamente, ma per qualche anno ne ebbe il controllo fisico, che nel mercato dell’arte contemporanea può voler dire molte cose.

Philbrick vendette metà della proprietà del quadro a un socio, Sasha Pesko, per 3,35 milioni di dollari. Poi, senza dirlo a Pesko, ne vendette altre quote a un fondo d’investimento, per 7,1 milioni. Diciotto mesi più tardi lo fece di nuovo, questa volta con una collezionista, per altri sei milioni. Nessuno dei tre acquirenti sapeva davvero degli altri. Fatti i conti, Philbrick aveva venduto il 220 per cento di un’opera sola.

La cosa diventò complicata, come era prevedibile, quando due dei compratori vollero avere il quadro nel proprio magazzino. La soluzione di Philbrick fu di spedire in uno dei magazzini una tela vuota, delle stesse dimensioni dell’originale, dentro una cassa. Contava sul fatto che nessuno l’avrebbe aperta.

Questa storia è raccontata in Quel che luccica, il nuovo libro di Altrecose, uscito oggi nelle librerie e nello shop online del Post. L’ha scritto Orlando Whitfield, a sua volta ex mercante d’arte, amico ed ex socio in affari di Philbrick, che nel libro ricostruisce la loro lunga relazione, le truffe milionarie di Philbrick, la sua fuga e poi l’arresto, spiegando nel frattempo il funzionamento opaco del mercato dell’arte contemporanea. 

Qui Whitfield racconta come Philbrick riuscì a vendere lo stesso quadro a più persone (ma vi consigliamo di non provarci: a Inigo Philbrick non andò benissimo).

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Questo dipinto di Rudolf Stingel che ritrae Picasso in realtà si chiama (o non si chiama) Untitled. Con i suoi quasi due metri e mezzo di altezza per due di larghezza, il dipinto è a dir poco imponente, anche senza prendere in considerazione il buon vecchio sguardo arcigno e imperioso di Pablo alla “cos’è ’sta roba sotto la suola della mia scarpa”. Con il doppiopetto sgualcito e la sigaretta ardente come gli occhi, pare più un capitano d’industria che un artista. Come dipinto, sembra segnare una sorta di apogeo. Stingel cominciò a dipingere opere fotorealistiche nel 2005 ritraendo una sua gallerista, Paula Cooper. Per il ritratto di Picasso, Stingel partì da una fotografia inedita fornita dalla famiglia dell’artista: dettaglio non banale, perché, anche se il dipinto in sé sembra identico a una fotografia, ci si rende comunque conto che non è l’originale, ma solo l’interpretazione di Stingel, che al momento di dipingere Untitled aveva la stessa età di Picasso all’epoca in cui venne scattata la foto. È il ritratto di un ritratto, un memento mori del genio artistico, un promemoria, forse, di come il talento sfuma ma l’arte durerà più di tutti noi.

Il prossimo passaggio è un complicato labirinto finanziario, quindi per essere chiari il riassunto è questo: Inigo ebbe il controllo fisico (ma non la proprietà) del ritratto di Picasso di Rudolf Stingel dall’inizio del 2016 al maggio del 2019. In questo periodo ebbe vari soci a cui vendette delle quote del dipinto. Alcuni di loro sapevano che c’erano altre persone coinvolte e ne erano felici, altri non ne avevano idea. Nel complesso, Inigo vendette il 220 per cento del dipinto, cioè, ovviamente, il 120 per cento in più del totale esistente.

Adesso, comunque, arrivano i numeri.

Nel gennaio del 2016 Inigo vendette il cinquanta per cento del dipinto a Sasha Pesko per 3,35 milioni di dollari e poco dopo lo vendette anche alla FAP, che accettò un prezzo di 7,1 milioni di dollari con l’obiettivo stabilito di rivenderlo a nove milioni. La FAP pagò a Inigo 2,485 milioni di dollari, il trentacinque per cento del prezzo d’acquisto, e accettò di corrispondere il restante sessantacinque per cento una volta che il dipinto fosse stato rivenduto. Inigo informò la FAP che era coinvolto anche un altro investitore che possedeva metà delle quote e fornì loro una nota manoscritta, che a suo dire proveniva da quest’altro investitore ed esprimeva il consenso per il coinvolgimento della FAP. Il nome venne oscurato, quindi la FAP non aveva idea di chi fosse, mentre Pesko ignorava totalmente che nel dipinto ci fosse un altro investitore.

Saltiamo in avanti di diciotto mesi e Inigo vende di nuovo il dipinto: questa volta a Lisa Reuben tramite la Guzzini Properties Ltd, l’azienda controllata dal padre di lei («Il problema di Lisa», mi ha raccontato Inigo, «è che le piaceva sedersi al tavolo a discutere, ma in realtà a sedersi al tavolo era suo padre»). Dunque lei lo compra, insieme ad altre due opere d’arte tra cui l’ennesimo dipinto di Christopher Wool, per sei milioni di dollari. In realtà l’affare con Reuben era di fatto un prestito e i dipinti fungevano da garanzie: Inigo aveva un anno per rivendere i dipinti o versare a Reuben una somma di 599 mila dollari. Passato l’anno in questione, Inigo rinnovò il prestito pagando a Reuben i 599 mila dollari, ma sapeva di non poter andare avanti così. L’unico modo per ripagare i sei milioni di dollari era vendere le opere, il che ovviamente era un problema perché Reuben era una delle tre persone che credevano di possedere lo Stingel, nonché una delle due (l’altra era Pesko, che possedeva anche una parte di uno degli altri dipinti, l’altro Wool, che rientrava nei beni di garanzia del prestito di Reuben) convinte di avere il controllo fisico dell’opera nel loro magazzino. A questo punto, come avrebbero poi attestato le carte processuali, «Pesko, FAP e Guzzini pagarono o accettarono di pagare all’imputato complessivamente più di quindici milioni per il Picasso di Stingel ed erano reciprocamente ignari delle rispettive rivendicazioni economiche». Questo è il resoconto più semplice possibile di quanto stava accadendo: nessun imbroglio è concepito per essere capito e questo imbroglio stava avvenendo in un mercato ossessionato dalla segretezza. Non sorprende che quasi tutte le persone coinvolte ci si smarrirono.

Finora questa storia ha riguardato solo grandi somme e plutocrati, ma per liberarsi dal caos che aveva generato, Inigo dovette diventare creativo. C’era già, mi disse, «una certa sfiducia» nel rapporto tra lui e Pesko, e quindi si decise che i lavori posseduti in comproprietà, tra cui il Wool, sarebbero stati messi in un deposito comune in Svizzera. Ma anche Reuben era convinta di possedere il Wool e quindi, in maniera del tutto ragionevole, voleva tenerlo nel suo deposito, sempre in Svizzera. Come fare in modo, quindi, che lo stesso dipinto sia al contempo in due magazzini diversi? Semplice: metti una tela vuota delle dimensioni giuste in una cassa e la spedisci al magazzino in cui il nuovo proprietario attende di ricevere la consegna. Perché queste persone alla fine mica stanno comprando arte: stanno facendo soldi, e le casse non le aprono.

Come fece Inigo a rimpiazzare la tela vuota con il vero dipinto non arrivò mai a raccontarmelo e all’epoca specificò che si trattava solo di «un affluente» della narrazione principale. C’erano innumerevoli storie mancate come questa, così tanti aneddoti assurdi rimasti fuori dalle nostre conversazioni che vorrei che le nostre telefonate fossero durate anni.

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Quel che luccica, di Orlando Whitfield, tradotto da Luca Bernardi, è uscito oggi in libreria ed è ancora disponibile nello shop online del Post, con spedizione gratuita. È il tredicesimo libro pubblicato da Altrecose, il progetto editoriale del Post insieme a Iperborea e dedicato a libri che raccontano e spiegano la realtà.