Cos’ha di speciale chi sa fare le imitazioni?

Se alcuni sono dei fenomeni e altri sono negati è soprattutto questione di orecchio e di esercizio, ma non solo

Eddie Murphy, Robin Williams e Joe Piscopo sorridono e si abbracciano
Eddie Murphy, Robin Williams e Joe Piscopo durante le prove del Saturday Night Live, a New York, il 10 febbraio 1984 (Suzanne Vlamis/AP)
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Nel 2013 un gruppo di neuroscienziati dello University College London pubblicò uno studio pionieristico sulla capacità umana di imitare le voci. I ricercatori analizzarono l’attività cerebrale di 23 persone comuni quando veniva chiesto loro di simulare accenti regionali o fare l’imitazione di personaggi famosi come la regina Elisabetta, Elvis o Arnold Schwarzenegger. Scoprirono che durante le imitazioni, sia quelle riuscite sia quelle meno convincenti, una delle aree del cervello più attive era quella associata tra le altre cose alla percezione dei suoni e al riconoscimento di quelli familiari.

I risultati di quello studio furono la prima conferma indiretta di un’idea abbastanza comune: per saper fare bene le imitazioni occorrono buone capacità di ascolto in generale e di immaginazione. È come se prima di fare un’imitazione creassimo un’«immagine uditiva della voce della persona che vogliamo imitare», scrisse una delle autrici dello studio. E la capacità di immaginare la persona da imitare dipende ovviamente anche da quanto quella persona ci è familiare.

Con l’imitazione di Schwarzenegger se la cavarono bene in tanti, comprensibilmente: perché la sua parlata è molto riconoscibile, per via del suo marcato accento austriaco. L’altro fattore fondamentale è stato la popolarità del personaggio, appunto, che alla lunga carriera da attore di film d’azione ha poi aggiunto l’attività politica da governatore della California, con il risultato che il pubblico anglosassone era molto abituato ad ascoltare la sua voce in film, clip memorabili e interventi pubblici vari.

L’imitazione di Schwarzenegger era peraltro uno dei cavalli di battaglia di Robin Williams, l’attore e comico statunitense morto nel 2014 e famosissimo anche per le sue imitazioni, un’abilità che aveva affinato fin dai suoi esordi nella stand up comedy negli anni Settanta. Era così bravo a fare le imitazioni che le sue parti da protagonista nei film, soprattutto nella prima parte della sua carriera, spesso erano scritte dagli sceneggiatori apposta per lui, avendo in mente quella sua abilità e in generale la sua esuberanza. A lui pensarono per esempio i registi del film Disney del 1992 Aladdin quando scrissero la parte del genio, che infatti nel film imita le voci di molti altri personaggi noti al pubblico statunitense.

Una volta fu lo stesso Williams a fare capire che per fare una buona imitazione avere familiarità con la persona da imitare aiuta. A un utente che gli aveva chiesto su Reddit chi fosse il migliore imitatore di Robin Williams, lui rispose Dana Carvey, attore e comico statunitense con cui aveva lavorato negli anni Settanta e Ottanta, anche in alcuni sketch celebri del Saturday Night Live, il più famoso programma comico televisivo al mondo.

Un esperimento del 2021, condotto tra cantanti professionisti e persone comuni dallo stesso gruppo di ricerca dello studio del 2013, mostrò che fare bene le imitazioni richiede anche una capacità molto pratica: sapere modulare la propria voce. Rispetto alle persone comuni, i cantanti risultarono più abili a imitare il suono di parole le cui caratteristiche acustiche erano state alterate dai ricercatori. È una capacità senso-motoria che coinvolge la muscolatura laringea ed è migliorabile con l’esercizio.

Tenendo in considerazione anche i risultati dell’altro studio, i ricercatori e le ricercatrici conclusero che per sapere imitare altre voci e accenti serve sia un buon orecchio, sia un controllo dei muscoli vocali tipico dei cantanti e delle persone intonate. E questo probabilmente spiega anche perché i cantanti se la cavino di solito molto bene a imitare la voce di altri cantanti, inclusi quelli con un timbro completamente diverso. Secondo un altro studio, sanno anche imitare gli accenti stranieri meglio di chi suona uno strumento musicale e molto meglio di chi né canta né suona.

Rispetto ai cantanti, gli imitatori professionisti hanno una migliore capacità di fare le imitazioni senza bisogno di ascoltarsi. È un risultato emerso da uno studio del 2020 condotto da un gruppo di neuroscienziati e psicologi dell’università di Zurigo e di quella di Ginevra, in Svizzera, che coinvolsero un imitatore e sette cantanti professionisti.

Ai partecipanti era richiesto di ascoltare qualche secondo di canzoni famose e ricantarle subito dopo imitando timbro e tono della voce originale il meglio possibile. Se ai partecipanti veniva mandato in cuffia un rumore bianco durante la loro performance, l’accuratezza dell’imitazione diminuiva molto tra i cantanti ma non per l’imitatore professionista. Gli autori e le autrici dello studio ipotizzarono che questa abilità dipendesse dall’allenamento e dall’abitudine dell’imitatore a imitare suoni senza bisogno di riferimenti esterni.

Altri studi recenti hanno ipotizzato che la capacità di modulare la voce, indispensabile per fare bene le imitazioni, dipenda anche da un’empatia cognitiva superiore alla media. È un’ipotesi che servirebbe verificare attraverso ulteriori studi, ma in sé abbastanza plausibile. Fare bene un’imitazione non è soltanto questione di imitare un suono, ma di cogliere espressioni, posture e altre caratteristiche essenziali di persone diverse da noi. Ed è realistico che riuscire a riprodurle richieda una certa capacità di assumere prospettive diverse.