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  • Domenica 13 settembre 2026

Un turismo diverso nel centro storico di Napoli

Alcune cooperative di giovani delle zone più disagiate stanno riaprendo chiese che erano chiuse da molti anni, cambiando i quartieri

di Angelo Mastrandrea, foto di Mauro Pagnano, da Napoli

Roberta, della cooperativa sociale La Paranza, accompagna un gruppo di visitatori all’interno del Cimitero delle Fontanelle, nella zona del Calvario. Napoli, 8 settembre 2026 (Mauro Pagnano per il Post)
Roberta, della cooperativa sociale La Paranza, accompagna un gruppo di visitatori all’interno del Cimitero delle Fontanelle, nella zona del Calvario. Napoli, 8 settembre 2026 (Mauro Pagnano per il Post)
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Sui tetti del Duomo di Napoli i turisti vengono fatti salire a piccoli gruppi, accompagnati da giovani guide locali. Una di queste si chiama Luigi Genovesi, ha 23 anni e viene dal rione Sanità, uno dei quartieri più difficili di Napoli, a nord del centro storico, con una forte presenza della criminalità organizzata. Una volta su, indica le numerose chiese del centro storico, spiegando che già nel 1700 Napoli era chiamata «la città delle 500 cupole». Racconta che un gruppo di giovani sta cercando di riaprirle tutte, e che grazie alle visite guidate è riuscito ad avere un impiego regolare, mentre molti suoi coetanei al rione Sanità sono arruolati dalla camorra o lavorano sottopagati e senza garanzie.

Alla fine di marzo i tetti del Duomo sono stati riaperti e dati in gestione alla cooperativa sociale La Sorte, composta da giovani dei quartieri più disagiati di Napoli. La diocesi di Napoli ha chiesto ad Antonio Loffredo, ex parroco della chiesa di Santa Maria della Sanità, di estendere a tutto il centro storico di Napoli il «modello» creato nel rione Sanità: in estrema sintesi, un sistema di cooperative giovanili che gestiscono i monumenti storici e numerose attività culturali.

Un gruppo di visitatori sui tetti del Duomo durante una visita guidata dai giovani della cooperativa La Sorte, Napoli, 8 settembre 2026 (Mauro Pagnano per il Post)

Luigi Genovesi, della cooperativa La Sorte, al lavoro sui tetti del Duomo durante una visita guidata con un gruppo di turisti stranieri, Napoli, 8 settembre 2026 (Mauro Pagnano per il Post)

La diocesi vuole risistemare e rendere visitabili tutte le strutture religiose della città, spesso abbandonate o chiuse da anni per mancanza di manutenzione, di guardiani o di preti. Il progetto si chiama MUDD (Museo Diocesano Diffuso). Secondo i dati della curia, nel centro storico di Napoli ci sono in totale 203 chiese, di cui 79 attive, 75 chiuse e 49 adibite ad altri usi. A queste si aggiungono decine di cappelle, chiostri, cripte, edifici sconsacrati e altre strutture religiose. In alcuni casi i beni sono di proprietà del Comune.

La fondazione “Napoli C’entro”, creata dalla diocesi, fa restaurare le chiese e i beni artistici. Poi le affida ad alcune cooperative di giovani, che le gestiscono e organizzano le visite guidate. «Siamo tutti di qui, lavoriamo grazie alle bellezze della nostra città, la maggior parte degli incassi li facciamo con le visite guidate, ma partecipiamo anche a progetti per l’innovazione sociale e allo sviluppo delle comunità fondato sulla cultura», dice il presidente della fondazione Enzo Porzio, arrivato insieme ad Antonio Loffredo dall’esperienza del rione Sanità.

Per ora nelle tre cooperative impegnate nel progetto lavorano complessivamente 150 persone. L’età media è di 26 anni e tutti hanno un regolare contratto di assunzione. La maggior parte di loro è arrivata con il passaparola nei quartieri. «Alcuni sono stati presi attraverso le parrocchie, altri si avvicinano per curiosità», dice Porzio. Altri ancora sono arrivati con il servizio civile o attraverso corsi di formazione organizzati dalla Regione Campania.

Luigi Genovesi prima di accompagnare un gruppo di turisti sui tetti del Duomo, Napoli, 8 settembre 2026 (Mauro Pagnano per il Post)

Padre Loffredo definisce il sistema di reclutamento «pasta e patate»: «vuol dire che, come nella celebre ricetta napoletana, mettiamo insieme i ragazzi che hanno una storia difficile e quelli che invece hanno studiato, selezionando le persone più motivate».

Il modello economico si regge soprattutto sulle donazioni: la gran parte delle visite è gratuita e alla fine di ogni giro le guide raccontano le loro storie e il progetto, chiedendo alle persone di sostenerlo con un’offerta libera. Dato che in questo modo i ricavi coprivano solo il 60 per cento degli stipendi, si è poi deciso di far pagare il biglietto per alcune visite particolari, come quella ai tetti del Duomo. «La nostra filosofia è che comunque l’accesso alle chiese deve rimanere libero e che tutte le strutture diventino dei luoghi per la comunità, dove si possono organizzare conferenze, concerti o altri eventi», dice Loffredo.

Finora è stata riaperta una decina di strutture religiose. La prima è stata la chiesa sconsacrata di Sant’Aniello a Caponapoli, dove è stato costruito un pavimento a vetri per consentire di vedere i resti delle mura greche, di alcune strutture romane e delle sepolture medievali su cui l’edificio fu costruito. Le ultime, il 10 settembre, sono state la trecentesca Donnaregina Vecchia e la vicina Donnaregina Nuova, del Seicento.

Alla fine di giugno sono stati riaperti al pubblico la sacrestia vasariana della chiesa di San Giovanni a Carbonara e i chiostri monumentali del vicino convento agostiniano, nel quartiere San Lorenzo. Ci hanno messo un bar e organizzano presentazioni di libri e altri eventi. Lungo le pareti ci sono dei pannelli degli street artist Tono Cruz e Mono Gonzalez.

Simona Miotti, della cooperativa La Sorte, accompagna un gruppo di turisti all’interno di una delle cappelle della chiesa di San Giovanni a Carbonara, uno dei complessi monumentali inseriti nel percorso del MUDD, Napoli, 8 settembre 2026 (Mauro Pagnano per il Post)

Il Mausoleo di Ladislao d’Angiò-Durazzo nella chiesa di San Giovanni a Carbonara. Il sepolcro del re di Napoli, morto nel 1414, fu voluto dalla sorella Giovanna II ed è una delle opere più importanti conservate nel complesso. Napoli, 8 settembre 2026 (Mauro Pagnano per il Post)

Simona Miotti, laureata all’Accademia di Belle Arti, mostra ai turisti i «tesori» della chiesa, come l’imponente monumento funebre a re Ladislao di Durazzo, un pavimento maiolicato del 1400, e poi le opere di alcuni pittori molto famosi: le sedici tavole più la Crocifissione di Giorgio Vasari, una Bibbia illustrata di Salvador Dalí e un paio di stampe di Marc Chagall.

Il luogo dove queste riaperture sono più visibili, perché sono cominciate già da qualche anno, è appunto il rione Sanità. Alla chiesa di Sant’Aspreno ai Crociferi è stato aperto un museo dedicato a Jago, scultore italiano molto quotato a livello internazionale. Nella Chiesa blu dei Cristallini, chiusa da quarant’anni, un gruppo di giovani artisti ha ritratto alcuni abitanti del quartiere in diverse tonalità di blu.

Simona Gallucci, socia della cooperativa di comunità La Sorte, accompagna una turista tra le opere dello Jago Museum, nel rione Sanità, Napoli, 8 settembre 2026 (Mauro Pagnano per il Post)

Queste iniziative hanno trasformato il rione: fino ad alcuni anni fa non ci andava nessuno per paura della microcriminalità e delle «stese», le sparatorie dimostrative con colpi in aria dalle moto in corsa, ora invece per strada si vedono molti turisti, e hanno aperto pizzerie e ristoranti. Il modello è molto diverso dal cosiddetto overtourism, il sovraffollamento turistico che si vede in alcune zone del centro e dei Quartieri Spagnoli: alla Sanità ci sono pochissimi bed&breakfast e il turismo è soprattutto culturale. Porzio dice che «difficilmente le folle che vanno a visitare il murale di Maradona poi vengono a visitare anche le catacombe di San Gaudioso o gli altri monumenti della Sanità».

– Leggi anche: Il turismo sta cambiando Napoli

A maggio è stato riaperto anche il cimitero delle Fontanelle, dove furono sepolti i morti della pestilenza del 1656 e poi quelli del colera del 1837. Il cimitero si trova nella parte più alta del rione Sanità, in una zona che gli abitanti del posto chiamano «’o paese» perché è molto isolata e fatta di casette basse che arrivano fin sotto il costone di tufo. Il progetto di riqualificazione è stato curato dal noto architetto Renzo Piano con alcuni giovani del dipartimento di Architettura dell’Università Federico II di Napoli.

La strada che conduce al Cimitero delle Fontanelle, Napoli, 8 settembre 2026 (Mauro Pagnano per il Post)

«Qui non passava mai nessuno, è un quartiere molto separato dal resto della città e non c’era nulla, ci sono ancora degli allevatori di capre, ora invece cominciamo a vedere turisti da tutto il mondo», racconta Titty Pascale, una guida che è nata a pochi passi da qui e ricorda com’era quando i suoi nonni avevano un bar poco lontano.

Il cimitero è una grande cava di tufo con migliaia di teschi e ossa accatastati lungo le pareti: quelli più vecchi sono messi in fondo a una grotta, in un’area che viene denominata «il tribunale» per il modo in cui sono disposti i resti. Molti crani, le cosiddette «capuzzelle», sono conservati in teche, cappelle votive, altarini e persino vecchie scatole di biscotti: fino agli anni Cinquanta c’era l’usanza di adottarli come delle specie di angeli custodi a cui chiedere salute e grazia.

Il Cimitero delle Fontanelle, Napoli, 8 settembre 2026 (Mauro Pagnano per il Post)

Il teschio di Donna Concetta, una delle “capuzzelle” più venerate del cimitero delle Fontanelle, conosciuta come “’a capa che suda”. La sua caratteristica umidità, dovuta alle condizioni della cava, veniva interpretata dalla devozione popolare come il sudore dell’anima e come segno di una grazia concessa. A Donna Concetta si rivolgevano soprattutto le donne che desideravano una gravidanza. Napoli, 8 settembre 2026 (Mauro Pagnano per il Post)

Ognuno ne prendeva in consegna uno come poteva: i più ricchi costruendogli attorno degli altari, i meno ricchi anche mettendoli in scatole di latta. Il più noto è quello di Donna Concetta, reso celebre da una canzone di Pino Daniele. Un altro è sistemato in maniera sbilenca. Pascale spiega ai visitatori che evidentemente chi l’ha adottato non ha visto esaudite le sue richieste, e così lo ha abbandonato.

– Leggi anche: Come sta cambiando il rione Sanità