• Mondo
  • Martedì 8 settembre 2026

Gli abitanti di Gaza provano a dimostrare di avere una casa

Per riprenderne possesso dopo i bombardamenti, anche se ne restano solo macerie: ma trovare i documenti è complicato

Striscia di Gaza, settembre 2026 (AP Photo/Abdel Kareem Hana)
Striscia di Gaza, settembre 2026 (AP Photo/Abdel Kareem Hana)
Caricamento player

Negli ultimi tre anni, nella Striscia di Gaza tra l’80 e il 90 per cento circa degli edifici è stato distrutto o danneggiato dai bombardamenti e dalle demolizioni forzate di Israele. Assieme agli edifici, quasi sempre sono stati distrutti anche i documenti: contratti, atti di proprietà, bollette. Ora che il grosso dei bombardamenti è terminato (anche se le violenze di Israele continuano) migliaia di persone stanno cercando di recuperare o ricostruire quei documenti, per dimostrare che la terra su cui un tempo si ergeva la propria casa distrutta è davvero loro.

Come ha raccontato il Financial Times – ma come spiegano da tempo vari studi anche delle Nazioni Unite – ricostruire il diritto di proprietà della terra nella Striscia di Gaza è urgente. Circa il 65 per cento del territorio è ancora occupato militarmente da Israele, e negli ultimi mesi sono stati avanzati vari piani dagli Stati Uniti e da altri paesi per costruire a Gaza basi militari, strutture di sorveglianza e perfino resort di lusso.

Il rischio, temono gli abitanti, è che approfittando della confusione, delle rovine e dell’assenza di documenti molti di loro siano espropriati o costretti ad andarsene senza poter reagire, perché non sono in grado di provare la proprietà della terra.

L’amministrazione statunitense di Donald Trump in particolare ha più volte dato prova di non considerare il diritto dei gazawi alla loro terra nei propri progetti. Il Financial Times ha scritto che nel Centro di coordinamento civile-militare, un ufficio gestito dagli Stati Uniti in Israele che si occupa tra le altre cose di gestire e monitorare il cessate il fuoco, vari funzionari «hanno reagito con sgomento» quando i palestinesi hanno detto loro che era necessario verificare chi possiede la terra a Gaza prima di andare avanti con nuovi progetti di costruzione.

A questo si aggiunge il fatto che molto spesso i quartieri sono stati devastati a tal punto che è ormai difficile stabilire dove finisce il proprio terreno e dove inizia quello del vicino: recuperare i documenti di proprietà e quelli catastali è necessario anche per portare avanti una ricostruzione equa, ma non è facile. Oltre alle case, sono stati bombardati gli archivi. Molti dei faldoni di documenti dei catasti e degli altri uffici pubblici sono poi stati bruciati negli anni passati da persone disperate che cercavano qualcosa con cui fare un fuoco per proteggersi dal freddo.

La struttura catastale e patrimoniale a Gaza è poi estremamente complicata: alcuni documenti risalgono all’impero Ottomano, altri al periodo in cui la regione era amministrata da un governatore egiziano (1948-1967). Molti atti di compravendita sono detenuti negli uffici degli avvocati, o in tribunali, che a loro volta sono stati distrutti. Si stima inoltre che circa un terzo delle proprietà non sia registrato presso il catasto, per ragioni fiscali.

Alcuni uffici avevano digitalizzato i propri archivi prima della guerra, compreso il catasto pubblico, ma molti altri no. Le associazioni e gli avvocati stanno dunque cercando metodi alternativi per provare la proprietà della terra. Per esempio presentano vecchie bollette, abbonamenti a internet, sentenze di tribunali, perfino le multe: se qualcuno è stato multato per aver gettato la spazzatura nel posto sbagliato, significa che abitava in quel luogo.