Le stramaledette feste dei bambini
«Nelle grandi città i compleanni dei figli hanno le forme malefiche della performance. E così parte la gara: pizzaioli per un giorno, marionette dedicate, parkour, laser tag, paintball ed escape room (e speriamo che non ne escano mai)»

«Facciamo una scampagnata insieme questa primavera, anche coi bambini?»
«Mh, il primo buco libero è il primo sabato di luglio».
«Ma scusami, neanche un attimo da qui a giugno?»
«Guarda, mi piacerebbe tanto, ma purtroppo tutti e venti i compagni dei nostri due figli sono nati. E compiono gli anni. A primavera. E tutti li festeggiano. Li festeggiano adesso anche i pochi che sono nati in inverno o in estate. Ritardano, anticipano. I volenterosi si accorpano pure a gruppetti di tre. Ma non c’è scampo. Ogni sabato, ogni domenica. Mattina, pomeriggio. Facendo i turni con mia moglie per non perderne una e non offendere nessuno. Sempre agli stessi giardinetti, sempre con le canzoni di Elettra Lamborghini e Achille Lauro, coi palloncini comprati allo stesso discount che scoppiano causando crisi isteriche, con la solita animazione microfonata suggerita col passaparola da mamma a mamma. La quota regalo fissa di cinque euro pro capite. I riti delle candele e della carta strappata sotto gli sguardi lussuriosi che si riservavano alle impiccagioni. Le ore sonnolente tra le 10 e le 13, tra le 16 e le 19».
«Va bene, va bene, ho capito. Ci vediamo a settembre».
«I bambini nascono anche in autunno. In realtà, nascono un sacco in autunno!»
«Okay, addio».
Una volta, gli sporadici ritrovi per i compleanni dei bambini erano un’occasione per passare un po’ di tempo insieme in modo sregolato, magari tra amici di famiglia. Oggi, le feste con tutta la classe (più gli ex compagni d’asilo e la squadra di basket) sono diventate il flagello del genitore trenta-quarantenne contemporaneo, che si abbatte sul suo tempo libero trascinandolo in modo ricattatorio in un girone infernale di divertimento coatto, tempi scanditi, noia dissimulata.
Molte volte, quando già ci si è infognati nella colletta e nella firma sul biglietto d’auguri, sono gli stessi bambini, talvolta addirittura i festeggiati, a dover essere trascinati a sberle a questi simpaticissimi banchetti di focacce secche: non hanno voglia neanche loro.
Poi, a forza di dài, gli adulti queste feste se le fanno anche andare bene. Fingono di aver scelto loro di passare così i fine settimana. Basta che ci sia almeno una coppia o una persona compatibile, tra gli invitati. Una con cui si abbia anche solo mezzo argomento in comune, oltre ai troppi compiti. Ho visto professionisti e professioniste cinquantenni riorganizzare di buon grado la loro rete sociale attorno alle famiglie degli amici dei figli, rassegnati al fatto che avrebbero condiviso coi malcapitati dai cinque agli undici anni scolastici. E allora tanto valeva. Come in ogni gruppo umano, ci sono poi quelli che appaiono sempre scomodi nei loro panni. Per gli uni e gli altri, alle feste, arriva l’alcol a sistemare le cose. È vero: arriva a ogni età e a ogni tipo di festa. Arriva quando andiamo a un’inaugurazione e vogliamo che le conversazioni scorrano più fluide e calde. Però, l’alcol alle tre del pomeriggio sotto il sole, tra gli scivoli e i panini alla nutella – le birrette non tanto fredde estratte dalle borse frigo, quegli spritz già imbottigliati dalla Aperol – hanno una punta di malinconia in più. Tra l’altro, ci rendono meno reattivi agli incidenti frontali in altalena, e tutto sommato la cosa più triste è che un tempo bevevamo per scioglierci di fronte alle persone che ci eravamo scelte per una notte, e ora per ottunderci in pieno giorno e trovare simpatici i genitori di Enrichetto.
C’è stato un tempo, quando i figli erano neonati, in cui è stato bello sballottarli in marsupio alle feste dei grandi. Bocciofile, circoli ex combattenti, casine bohémien fumogene, concerti privati in appartamento. La sera del loro primo compleanno abbiamo brindato nel bar dove usavamo trovarci prima di essere genitori e poi ci siamo spostati nel nostro trilocale in affitto, con un disco di elettronica che girava, circondati da bottiglie azzurre e dai nostri vecchi amici dell’università, e la festa era alcolica, e il festeggiato buttato a dormire a pelle d’orso in un angolino, magari leccato da un cane, e noi tutti belli e giovani e dannati.
Poi un giorno, il bambino non sta più in tasca come un gatto, e allora niente più pranzi al sole improvvisati di sabato nei giardini ingombri di posacenere, niente serate che trascolorano in mattine, niente più domeniche a letto tra pagine fruscianti, niente più film il pomeriggio che non siano cartoni animati. Un venerdì sera, ci ritroviamo senza sapere come a incastrare una bici col passeggino nel bagagliaio.
E così gli amici si allontanano, non del tutto ma inesorabilmente, un sabato alla volta senza accorgersi di niente, e che nel malefico intervallo di sei-sette anni le serate di promiscuità, belle speranze e confidenze profonde vengano distrutte, come in una valanga gentile, dalle partite di calcio del bambino, dai suoi impegni da chierichetto e – oggi sopra ogni cosa – dalle maledette feste di compleanno.
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Nelle grandi città, l’imperativo sociale della celebrazione dei figli prende anche le forme malefiche della performance e del mercato dell’intrattenimento. E così, parte la gara alla festa più originale: pizzaioli per un giorno, spettacolo di marionette dedicato, festa a tema parkour, laser tag, paintball, nell’escape room (speriamo non ne escano mai). A tema Star Wars, Harry Potter, Super Mario, Dragon Trainer. Con le bolle, coi trampolieri, sui castelli gonfiabili, sui pattini, all’acquapark.
Io, dopo questi eventi dall’alto tasso di inquinamento acustico, dall’incredibile densità di frasi fatte e dalla dolorosa tensione mascellare dei sorrisi tirati, avrei tanta voglia che Yasmina Reza scrivesse una nuova pièce come il Dio del massacro ma scaturita dallo scoppio di un palloncino al bowling di Milanofiori; e che Roman Polanski ne traesse il nuovo Carnage su uno psicodramma genitoriale durante il decimo compleanno di Matilde da Zero-Gravity.
Me ne vado ricominciando a percepirmi le orecchie, spengo subito l’autoradio e lancio direttamente in un bidone il “regalino” di fine festa: una barbara usanza americana che qui produce meste nature morte di Goleador e Chupa Chups doppiamente avvolti nella plastica. Rido tra me pensando a un monologo di Francesco Piccolo in cui lui è il padre snaturato che cerca di fuggire alla chetichella da una di queste situazioni e lo bloccano col subdolo: «Che fai, non ti fermi per la torta?!»
Un giorno, voi che ghignate e giurate di non organizzare mai niente di simile, avrete un figlio che giocoforza compirà gli anni e vorrà tutto questo, tutto uguale, come gli altri. In eterno. Come in un girone infernale. Nel mio piccolo, io una soluzione l’ho trovata. Organizzo feste in un soggiorno dove c’è posto a esagerare per venti bambini magri ma assolutamente non per i loro genitori. Me li lasciano sulla porta senza togliersi le scarpe e tornano due ore dopo. Loro felicissimi di poter andare a fare la spesa o a bere uno spritz vero mixato sotto i loro occhi dal barista. Io sollevata che almeno, oltre a versare bicchieri di succo, non devo anche fare small talk. Sì, troverò per giorni popcorn sotto ai mobili, pezzi di slime attaccati al tappeto e il gatto terrorizzato. Ma almeno nessun essere adulto pensante sarà stato sacrificato sull’altare di un piccolo tiranno in vena di baby dance.
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