Quello che ho imparato perdendo a scacchi
«Leggere come ragiona l’altro. Capire quali strutture preferisce, dove si sente a disagio, cosa lo spaventa e cosa invece lo attrae. Anticipare non la mossa, ma il pensiero dietro la mossa»

C’è una cosa che succede quando perdi una partita di scacchi che non succede quasi in nessun altro contesto della vita adulta: non puoi dare la colpa a niente e a nessuno. Non al campo, non all’arbitro, non al compagno che non ha fatto il suo. La posizione era sulla scacchiera, le mosse le hai fatte tu, e il momento in cui tutto è andato storto è lì, immobile, riproducibile mossa per mossa, disponibile all’analisi con una crudeltà che trovo ancora adesso, dopo cinquant’anni, insieme necessaria e difficile da guardare in faccia.
Ho iniziato a giocare che avevo sette anni, non per vocazione, o almeno non lo sapevo ancora. Qualcuno mi ha messo davanti a una scacchiera e mi ha spiegato come si muovono i pezzi, con la stessa metodicità con cui si insegnano le cose che sembrano semplici e non lo sono. Quello che nessuno mi ha insegnato, e che ho dovuto imparare da solo nel tempo necessario per imparare le cose che contano davvero, è che gli scacchi non sono un gioco sulla scacchiera. Sono un gioco sull’altro. Su come funziona, su cosa vuole, su dove ha paura di andare anche quando non lo sa ancora.
Nei circoli milanesi degli anni Ottanta, questo lo capivi in fretta o non lo capivi affatto. L’ambiente era quello che era: sale con una luce che non invitava a restare, orologi meccanici, giocatori che si conoscevano tutti e avevano già una storia reciproca fatta di partite precedenti e rancori e rispetti sedimentati nel tempo. Io ero giovane e non avevo storia, il che significava che nessuno mi temeva e nessuno mi rispettava, e che dovevo costruirmi entrambe le cose partita per partita.
Ricordo un giocatore, più vecchio di me di almeno quindici anni, che giocava con una sicurezza che non era tecnica ma quasi fisica, come se il corpo sapesse già dove stava andando la partita prima che la mente lo elaborasse. L’ho persa in ventitré mosse. Poi sono tornato a casa, ho ricostruito la partita e ho capito che il problema non era la risposta che avevo scelto alla terza mossa. Il problema era che non avevo mai smesso di pensare a cosa volevo fare io, e non avevo mai pensato davvero a cosa voleva fare lui.
Questa cosa mi ha cambiato il modo di giocare e mi ha fatto capire, ma solo molto più tardi, con un ritardo che ancora adesso trovo imbarazzante, che avrebbe dovuto cambiare anche il modo di lavorare con le persone.
C’è un paradosso al centro degli scacchi che continua a sembrarmi il più utile di tutti: è un gioco a somma zero, vince uno e perde l’altro, eppure le competenze che sviluppa sono quasi tutte competenze collaborative. Leggere come ragiona l’altro. Capire quali strutture preferisce, dove si sente a disagio, cosa lo spaventa e cosa invece lo attrae. Anticipare non la mossa, ma il pensiero dietro la mossa, che è una cosa diversa e molto più difficile e molto più utile.
I giocatori forti studiano le partite degli avversari prima di sedersi al tavolo, costruiscono un modello mentale di come funziona quella persona specifica, non quella apertura in astratto. È lo stesso lavoro di comprensione preliminare che nella vita professionale quasi nessuno fa, e che negli scacchi è semplicemente dato per scontato, come se fosse ovvio che per battere qualcuno devi prima capire come pensa.
Quello che gli scacchi mi hanno insegnato sul fallimento è però la cosa più difficile da trasferire, e non perché sia complicata in sé, ma perché richiede una disponibilità a guardarsi che la maggior parte delle persone, me compreso per molto tempo, evita con una creatività notevole. Perdere una partita fa male. Questo non cambia con l’esperienza, o almeno non cambia abbastanza da smettere di essere rilevante. Quello che cambia, se sei fortunato e abbastanza onesto con te stesso, è che impari a fare una cosa precisa: cercare il momento esatto in cui la partita si è rotta, non per punizione, ma perché quella informazione vale qualcosa, a condizione che tu sia disposto a usarla invece di archiviarla.
A volte non la trovi. A volte la posizione era persa da prima che te ne accorgessi, e il punto di non ritorno era tre o quattro mosse prima del momento in cui hai pensato di essere ancora in partita, e stavi costruendo un piano su una valutazione che era già sbagliata, e tutto quello che è venuto dopo era conseguenza di quell’errore iniziale che non avevi visto. Questo, stranamente, è il tipo di sconfitta più istruttivo. Non quello in cui hai fatto una mossa sbagliata in una posizione in cui stavi vincendo, ma quello in cui capisci che il tuo modello della posizione era errato alle fondamenta a causa di un momento che non riesci a individuare con precisione, e che quindi, senza saperlo, hai giocato con sicurezza in una direzione sbagliata.
Nelle collaborazioni professionali succede la stessa cosa con una frequenza che ho smesso di trovare sorprendente. Il momento in cui qualcosa smette di funzionare non coincide quasi mai con il momento in cui ce ne accorgiamo. Di solito lo capiamo dopo, e riguardando indietro vediamo i segnali che non avevamo letto, la divergenza di visione che avevamo interpretato come un problema di comunicazione, la mossa che sembrava neutra e invece stava già definendo una direzione, il momento in cui avremmo dovuto fermarci e non lo abbiamo fatto perché fermarsi avrebbe richiesto di ammettere qualcosa che non eravamo pronti ad ammettere.
Gli scacchi ti allenano a guardare indietro senza attenuanti. È un’abitudine mentale che fa male finché non diventa naturale, e poi quando diventa naturale fa ancora male, solo in modo più produttivo.



