Per la frana di Niscemi sono indagate 13 persone
Tra loro il presidente della Sicilia Renato Schifani e altri tre ex presidenti regionali, tra cui il ministro Nello Musumeci

Il procuratore di Gela Salvatore Vella ha detto che 13 persone sono indagate per disastro colposo e danneggiamento per la frana che il 25 gennaio ha colpito Niscemi, in Sicilia, e che ha fatto collassare parte del centro storico: tra loro ci sono il presidente della Regione Renato Schifani, il ministro per la Protezione civile Nello Musumeci in quanto presidente della Sicilia dal 2017 al 2022, e altri due ex presidenti regionali, Raffaele Lombardo e Rosario Crocetta.
Oltre a loro sono indagati anche i responsabili della Protezione civile regionale dal 2010 al 2026, tra cui Pietro Lo Monaco, Calogero Foti e l’attuale Salvatore Cocina, i direttori generali dell’ufficio regionale che si occupa di dissesto idrogeologico e il responsabile dell’associazione temporanea di imprese (Ati) che avrebbe dovuto eseguire le opere di mitigazione del rischio frana appaltate nei primi anni Duemila.
La frana di gennaio ha messo a repentaglio soprattutto i quartieri di Sante Croci, Trappeto e la zona di via del Popolo, lungo i circa 4 chilometri di lunghezza del fronte. Da decenni però a Niscemi si sapeva che buona parte del centro storico era stata costruita in un’area a rischio: nel 1997 c’era stata una frana simile e da anni il comune chiedeva soldi alla regione per mettere in sicurezza il fronte sud occidentale dell’altopiano che si affaccia sulla piana di Gela.
Il procuratore Vella ha spiegato durante una conferenza stampa che l’indagine si è concentrata su quanto è stato fatto dal 1997 in poi. Nel 1999 la Regione Siciliana aveva firmato un contratto d’appalto con l’Ati che avrebbe dovuto realizzare gli interventi necessari per ridurre il rischio di frana a Niscemi. Le risorse stanziate ammontavano a 23 miliardi di lire, circa 12 milioni di euro. Il procuratore ha spiegato che le contestazioni non riguardano il primo periodo dopo il contratto, ma criticità emerse dopo il 2010.
Nel 2010 il contratto tra l’Ati e la regione venne risolto a causa dei ritardi accumulati. Ne seguì una causa legale, proseguita fino al 2016. Nel frattempo secondo la procura nessuno si occupò più degli interventi che avrebbero potuto prevenire la frana di gennaio 2026. «Nulla è stato fatto», ha detto Vella.
Vella ha detto anche che la procura punta a ricostruire gli interventi fatti o mancanti sul sistema di raccolta delle acque bianche e nere, che si sospetta abbiano contribuito all’innesco della frana. Le indagini serviranno poi ad accertare perché le abitazioni nella cosiddetta “zona rossa”, quella più colpita dalla frana e già in parte interessata dalla frana del 1997, non siano state sgomberate e demolite, e perché siano stati costruiti lì altri edifici in seguito.
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