I miei vicini Airbnb

«Il turista è così irritante non perché riflette uno specifico, e in fondo trascurabile, comportamento sociale, ma perché è l’incarnazione di un irritante tipo umano che in fondo tutti incarniamo»

Barcellona, 21 febbraio 2026 (© Jordi Boixareu/ZUMA Press Wire)
Barcellona, 21 febbraio 2026 (© Jordi Boixareu/ZUMA Press Wire)
Roberta Bennato
Roberta Bennato

Redattrice a Roma, ha studiato e si interessa di filosofia, cinema e tante altre cose. Si ritrova spesso a essere «easily amused and hardly impressed».

Tutti i sabati mattina un signore pulisce le scale del mio palazzo, mentre noi condomini ancora dormiamo. Lo so perché lascia dietro di sé tre inequivocabili segni del suo passaggio: il lucido luccicante che rende i gradini più scivolosi; un profumo aleggiante che sgrassa le narici (tipo piscina di un qualche albergo della riviera romagnola dove facevo i tuffi in un qualche anno alla fine degli anni Novanta); gli zerbini davanti alle porte che non son più distesi ma arrotolati.

L’appartamento adiacente a quello dove vivo da qualche tempo è diventato un Airbnb, e i turisti che vi si avvicendano lasciano tracce dietro di sé, proprio come il signore delle pulizie. 

Ce n’è una in particolare, di traccia, che mi piace rinvenire perché ne ricavo segnali per il mio personale futuro. È quella che con precisione millimetrica segnala non la loro presenza ma la loro assenza: e cioè, lo zerbino davanti alla loro porta d’ingresso che rimane arrotolato. Quel tappetino brutto e marrone è diventato il mio aruspice personale: predice una giornata buona se nella notte se ne è restato arrotolato come una pacifica chiocciola; ma se nella notte si è disteso come una malefica serpe, segnala l’inizio di una giornata cattiva, funestata dalla vicinanza con esseri erratici dal comportamento imprevedibile (ma probabilmente rumoroso). 

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Altri segni della loro presenza sono stati: un cagnolino (che fosse “ino” lo si capiva dall’abbaiare che iniziava appena il portone scattava tre piani più in basso); la spazzatura lasciata fuori dall’ascensore che prima mi ha tolto il sonno, e poi è sparita procurandomi un sollievo degno di ben più serie situazioni; conversazioni in spagnolo all’una di notte ben udibili attraverso il muro; una madre tedesca sulle scale che urlava minacciosa addosso a una figlia in costume, pure tedesca; un turista-molestatore che ha insistito a suonare un campanello sbagliato, il mio, e che al mio sguardo fulminante ha reagito non con un «sono mortificato, i miei ossequi» e un inchino, ma con un «oh cazzo».

Insomma, eventi in fondo trascurabili, che non disturbano davvero la mia vita di condomina. E che, però, trovo assai fastidiosi. Come se a irritarmi non fossero i vicini-turisti, ma l’idea di avere dei vicini-turisti – ai quali finisco per attribuire qualsiasi tonfo o cigolio o vocio con una certezza tanto granitica quanto infondata (è più probabile che il suono ovattato della tv venga dal signore anziano un po’ sordo del piano di sopra, che qualche abbaiata venga non da cani forestieri ma dalla coppia di barboncini gemelli che ogni tanto la signora del piano basso fa uscire per l’ora d’aria sul terrazzo infestato di gelsomini).

Eppure, non sono la sola a considerare i turisti da Airbnb una calamità tipo cavallette. Massimo Torelli di “Salviamo Firenze per Viverci”, comitato che vorrebbe preservare la città dalla speculazione immobiliare, mi dice che la convivenza con loro è, semplicemente, «impossibile». «È una guerra», dice facendosi trasportare, anche troppo. «Le persone stanno solamente due o tre giorni, e a ogni nuovo arrivo si rinnovano i problemi: non trovano le chiavi e allora suonano i campanelli, i consumi per l’ascensore o per lo svuotamento delle fosse biologiche superano quelli coperti dalle spese condominiali. E poi chi fa il turista ha orari e ritmi diversi e incompatibili con quelli dei residenti, che alla mattina si devono alzare alle 6 e mezza o alle 7 per andare a lavorare e accompagnare i figli a scuola». 

La convivenza suscita fastidi spiccioli, concreti, ma quel che è più interessante è la crescita di un’insofferenza più generale, il cui oggetto è – io credo – il panorama che cambia: ci si sente guardati come animali allo zoo da turisti sciabattanti, i luoghi del lavoro e della vita, dignitosi, vengono declassati a curiosità da sfaccendati colonizzatori e instagrammatori della cultura altrui. Lo scrittore Francesco Pacifico, in un lungo articolo in inglese su The Dial, scrive dei turisti statunitensi: «Mi rendono nervoso […]. Quando la famiglia americana si prende tutto il tempo che vuole per discettare sul gusto [del gelato che sta per comprare, ndr] al gianduia, o al pistacchio, o alle arachidi salate, sembra che non stia riflettendo su quei gusti con noi, ma che ci stiano parlando come se fossimo curiosità della storia, stranezze, eccentricità, praline esotiche con il dono della parola».

Pacifico abita da 15 anni al Pigneto, quartiere di Roma semi centrale con un’identità popolare ancora molto forte: ci si è rifugiato perché se restava nel più borghese quartiere di piazza Bologna «mi ammazzavo». Al Pigneto ha trovato gente meno «imbruttita», che se ha un problema con i vicini ne parla, invece di «sbroccare» subito e chiamare gli avvocati. Ma i turisti stanno arrivando anche lì. E con loro bar ed enoteche e locali pensati per intrattenerli, che prendono il posto di negozi utili a chi ci abita, stravolgendo l’economia di quartiere.

Ad Airbnb Italia ci tengono a sottolineare di non ricavare nessun piacere nel venire additati come quelli che snaturano il tessuto urbano e sociale delle città o che rendono invivibili condomini e pianerottoli. E per smarcarsi dalla nomea di «cattivi», molto pragmaticamente, si appellano ai numeri. Matteo Sarzana, country manager per l’Italia e il sud-est Europa, fa notare che, per esempio, «a Roma gli annunci di intere abitazioni prenotate per più di 120 notti rappresentavano nel 2025 solo lo 0,6 per cento dello stock abitativo complessivo, e la situazione nelle altre città d’arte è simile». In realtà il numero di annunci per affitti brevi, su Airbnb e su altri siti, riguarda il 13% del totale delle case nel Municipio I, il 16,9% delle abitazioni nel centro storico di Firenze, il 4,9% di tutte le case di Venezia.

Altri dati che mi presentano (vengono da uno studio commissionato a Nomisma da Airbnb, basato su dati forniti dall’azienda e dall’Agenzia delle entrate relativi al 2023):

  • nel 2023 meno del 4 per cento dei visitatori di Venezia ha dormito in un Airbnb (però questa percentuale si ottiene considerando anche chi non ci ha passato la notte);
  • a Milano ci sono, a spanne, più di 500mila immobili a uso residenziale e abitativo, e gli annunci su Airbnb sono circa 20mila.
  • «Solo l’1,1% del patrimonio abitativo italiano è destinato agli affitti brevi», scrivono su Airbnb Newsroom. Solo. (Ma ha senso usare questo avverbio per dire che una casa su 100 – quando va bene – è destinata ai turisti?)

Poco prima dell’inizio delle Olimpiadi, a Milano sono apparsi cartelloni pubblicitari con scritto «Benvenuti a Milano dagli host Airbnb». Un messaggio tutto sommato neutro. Ma che, comunque, qualcuno ha preso male. Sebastiano Leddi, editore della rivista Perimetro, l’ha fotografato e postato sui suoi account social, commentandolo così: «[…] Milano non ti accoglie più come città. Ti accoglie come piattaforma». Il post è circolato un po’ online, e ha raccolto la solidarietà che al solito trova chi critica Airbnb, ormai da tempo annoverato tra i rappresentanti degeneri del capitalismo.

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Mi pare però che l’azienda non riesca a spiegarsi questa crisi reputazionale – che condivide con tanti colossi della gig economy – e che anzi si rifiuti di riconoscerne l’esistenza. Si limitano a dire che trovare un equilibrio tra turisti e residenti è compito della politica, e che loro semplicemente rispondono a un bisogno del mercato. Funziona, è legale, e tanto basta.

Nel paese da cui vengo, quasi di montagna, ai piedi delle Prealpi, la generazione dei miei genitori attendeva con impazienza – così mi pare dai loro racconti – l’arrivo dei villeggianti d’estate. Esotiche ragazze francesi, milanesi incapaci alla guida (perché quando prendevano i tornanti a gomito, sconosciuti in città, invadevano la corsia opposta). Li si vedeva alle sagre, alle messe patronali, alle finestre di case che d’inverno restavano serrate, e li si tollerava con benevolenza.

Anche se rimaneva un corpo estraneo – da trattare con ironico distacco –, il turista aveva un senso, arrivava al cambio di stagione come un animale selvatico che rispunta alla primavera, si inseriva in un ciclo se non naturale almeno sociale, che dava concretezza all’identità di un posto perché non lo fraintendeva ma lo riconosceva – come il paese di montagna con una sua propria logica irriducibile, dal quale perciò era ovvio e giusto andarsene a fine vacanza. Venivano accolti con allegria, li si attendeva con impazienza malcelata, perché scuotevano ma non mettevano in discussione. E portavano soldi, ovviamente.

La mia impressione, insomma, è che un tempo i turisti si adeguassero ai territori, oggi è il territorio che si adegua a loro.

Forse per questo non riesco ad aspettarli con allegria? È questa la ragione per cui i turisti sono diventati miei (nostri) nemici?

Eppure a volte da residente impettita anch’io mi trasformo in turista, persino sciabattante (in infradito rosa, di gomma, molto comode, comprate in un fu borgo di pescatori ligure diventato meta di bagnanti in cerca di focaccia). Ma anche nella città dove abito mi capita di infilarmi in certi baracci solo perché mi sembrano “autentici” e per il minuto e mezzo necessario a bermi il caffè bruciato servito dal barista vecchio e in camicia vengo osservata da pensionati perplessi. Oppure a Murano, quando con la macchina fotografica pronta guardo i bambini giocare in un campo manco fossero foche al circo (chissà come mai poi mi arriva – mi tirano – una pallonata). Al tavolo del bar dove sto scrivendo questo articolo e da dove posto sullo stato WhatsApp la foto del cappuccino all’avena che sto bevendo.

Qualche anno fa mi ritrovai a scegliere se vivere a Milano o a Roma, e scelsi Roma. Non per romanticismo verso i suoi muri gialli, il Colosseo, la carbonara e tutte le altre stupidate che piacciono agli americani. Anzi: malsopportavo la cadenza stravaccata e unapologetic dei romani (che invece ora, per la Weltanschauung che sottintende, invidio). Ma Roma mi sembrò parzialmente immune dall’estetizzazione, da quella vita di seconda mano che mi sembrava si fosse attaccata addosso ai più svariati ambiti dell’esistenza milanese, anche a quelli in teoria più pragmatici e senza fronzoli – e questo nonostante Roma sia una città senza industrie, dove l’economia gira intorno alla rappresentazione, del potere (con la politica), dell’immaginario (con il cinema, la Rai).

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Ne sto facendo una dicotomia tra città, ed è una semplificazione, ma credo sia reale ovunque questa tendenza a mettere in scena la vita. Il turista allora è così irritante (per me) non perché riflette uno specifico, e in fondo trascurabile, comportamento sociale, ma perché è l’incarnazione di un irritante tipo umano che in fondo tutti incarniamo un po’: il tipo dell’homo turisticus. E non perché siamo sempre in vacanza (magari). Ma perché non sappiamo più bene come viverci, in questi spazi comuni che sono le città. Né io né i poveri turisti (con cui sto cominciando a empatizzare).

Li gentrifichiamo (trasferendoci dal centro ai quartieri popolari), ci sostiamo (ai tavolini dei locali, dove si inanella una serie infinita di aperitivi e spritz e cene), li fotografiamo (per i social), ci passeggiamo (per andare dove?), come se fossimo su un set di qualche film, di cui però sentiamo di non essere i protagonisti ma le comparse, la folla sullo sfondo che riempie la scena senza fare granché.

Gli inquilini di Airbnb sono solo l’estremizzazione visibile di questo fenomeno, del non saper bene che farsene del tempo libero, dell’essere sempre in cerca di intrattenimento e di experiences (Airbnb ha proposto 26 “esperienze” concomitanti alle Olimpiadi, a pagamento, tipo cucinare piatti valtellinesi con Deborah Compagnoni). È la vita di tutti a essere turistificata, non solo quella dei turisti. Me ne dovrò ricordare quando mi imbatterò nella nuova infornata di temporanei vicini di pianerottolo: quel che io sono loro erano, quel che loro sono io sarò (parafrasando un’incoraggiante frase che ho letto incisa su una lapide del Verano).

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