Il mistero del piano su cui Iran e Stati Uniti negozieranno la pace
Un testo di partenza sembra non esistere, e tra le parti c'è grande distanza: l'incontro è previsto sabato in Pakistan

Sabato cominceranno a Islamabad, la capitale del Pakistan, i negoziati per trovare una soluzione duratura alla guerra in Medio Oriente, dopo il cessate il fuoco raggiunto martedì. Attorno ai negoziati c’è però ancora molta confusione: i messaggi pubblici dell’amministrazione di Donald Trump e del regime iraniano sono molto diversi tra loro e apparentemente incompatibili. Proviamo a fare chiarezza, per quanto possibile.
Anzitutto, chi negozia. Mercoledì sera la portavoce della Casa Bianca Karoline Leavitt ha detto che la squadra di negoziatori degli Stati Uniti a Islamabad sarà guidata dal vicepresidente JD Vance. Questa potrebbe essere una buona notizia per l’Iran. In primo luogo perché inviando Vance il governo americano mostra che fa sul serio. Poi perché Vance ha sempre avuto una posizione politica isolazionista e nell’amministrazione è stato il più scettico nei confronti della guerra: questo potrebbe dare maggiori garanzie che intende trovare un accordo.
Un altro vantaggio per l’Iran è che Vance, pur essendo un politico abile, non è un negoziatore di professione, e non ha particolare esperienza su questioni come il nucleare e il programma missilistico iraniano. I negoziatori dell’Iran, invece, sono noti per la loro padronanza dei dettagli, con cui molto spesso riescono a confondere la controparte, ottenendo vantaggi che poi si manifestano soltanto ad accordo già concluso. Non è chiaro chi altro accompagnerà Vance nella delegazione statunitense, e quanta esperienza avrà sulle questioni iraniane.
Non è ancora chiaro invece chi guiderà la delegazione iraniana. Secondo alcuni media iraniani potrebbe essere Mohammad Bagher Ghalibaf, il presidente del parlamento che è oggi uno dei membri più importanti del regime. La presenza di Ghalibaf mostrerebbe che anche il regime è serio nei negoziati. Al tempo stesso, Ghalibaf ha spesso avuto un tono sprezzante e massimalista nei confronti degli Stati Uniti, soprattutto sui social media. Israele invece non parteciperà al negoziato, anche perché Israele e Iran non hanno contatti diplomatici diretti dalla rivoluzione iraniana del 1979.

Teheran, 9 aprile 2026 (AP Photo/Vahid Salemi)
La grande questione irrisolta è al momento su quale base si negozia. Martedì notte, al momento di annunciare l’accordo, Trump aveva scritto sul social Truth che gli Stati Uniti avevano ricevuto una «proposta in 10 punti dall’Iran», e che questa proposta era «una base di negoziato su cui si può lavorare».
Il giorno dopo, mercoledì mattina, l’Iran ha pubblicato quello che ha definito il suo piano in 10 punti, e c’è stato molto stupore perché il piano conteneva molte condizioni massimaliste, che gli Stati Uniti avevano già ritenuto inaccettabili in precedenza. Tra le altre cose, una garanzia che gli Stati Uniti non faranno future aggressioni, il controllo dell’Iran sullo stretto di Hormuz, il diritto iraniano ad arricchire uranio, l’abolizione di praticamente tutte le sanzioni contro l’Iran e risarcimenti per i danni provocati dalla guerra.
A quel punto è cominciata la confusione. Mercoledì Trump ha prima pubblicato un post su Truth in cui faceva riferimento a un piano a 15 punti, che è un vecchio piano proposto dagli Stati Uniti il mese scorso e già rifiutato dall’Iran.
Poi è tornato al piano a 10 punti, dicendo però che la versione iraniana era falsa, e che c’era un altro piano iraniano a 10 punti che era la vera base del negoziato. Trump ha detto che i media «hanno descritto un PIANO A DIECI PUNTI TOTALMENTE FALSO sui negoziati con l’Iran». In precedenza aveva scritto: «C’è soltanto un gruppo di “PUNTI” importanti che sono accettabili per gli Stati Uniti, e ne discuteremo a porte chiuse durante i Negoziati».
Anche Leavitt, la portavoce della Casa Bianca, ha detto che i negoziati si baseranno su un piano «molto più ragionevole e completamente differente» dai 10 punti dell’Iran, che sono stati «buttati nella spazzatura».
Quindi, al momento: l’Iran sostiene che la base del negoziato è un piano a 10 punti inaccettabile per gli Stati Uniti. Gli Stati Uniti invece sostengono che ci sarebbe un altro piano a 10 punti proposto sempre dall’Iran, ma di cui nessuno sembra sapere niente. È plausibile che sarà fatta più chiarezza nei prossimi giorni.

Donald Trump, 6 aprile 2026 (AP Photo/Mark Schiefelbein)
In questo contesto le posizioni di Stati Uniti e Iran sembrano rimanere ancora molto lontane su molte questioni.
Quella dello stretto di Hormuz è ancora la questione più rilevante. L’Iran vuole mantenerne il controllo e far pagare pedaggi alle navi che passano, ma non è chiaro se gli Stati Uniti lo accetteranno.
Sul programma nucleare iraniano rimangono ancora grosse differenze: l’Iran vuole vedere riconosciuto il suo diritto ad arricchire l’uranio (il regime ha sempre sostenuto di volerlo fare per scopi civili, ma ci sono ben fondati sospetti che stia anche lavorando a una bomba atomica). Trump continua a dire che l’Iran non deve avere la possibilità di arricchire uranio.
È anche difficile che l’Iran accetti limitazioni al suo programma di costruzione di missili e droni, che però è stato duramente danneggiato dai bombardamenti statunitensi e israeliani.
Possono esserci maggiori margini di manovra sul Libano: l’Iran vuole che Israele ponga fine ai suoi attacchi contro il paese, ed è plausibile che gli Stati Uniti convincano il loro alleato a farlo. Anche sulle sanzioni gli Stati Uniti potrebbero fare qualche concessione.



