Gli effetti psicologici dei farmaci dimagranti

Quelli di ultima generazione, come l'Ozempic, riducono i pensieri sul cibo, e in alcune persone anche emozioni, desiderio e dipendenze

(John Keeble/Getty Images)
(John Keeble/Getty Images)

Una cosa che raccontano spesso le persone che assumono o hanno assunto farmaci dimagranti a base di semaglutide, come Ozempic o Wegovy, è di aver notato una riduzione del cosiddetto food noise. È una specie di pensiero fisso e intrusivo sul cibo che alcune persone hanno più di altre, e che può portare a mangiare più o meno del necessario, o in modo compulsivo.

Negli ultimi tre anni i farmaci dimagranti di ultima generazione, detti anche agonisti dei recettori GLP-1, si sono diffusi moltissimo nei paesi occidentali e in particolare negli Stati Uniti, dove lo scorso novembre 1 adulto su 8 diceva di assumerli. In questi anni un uso così allargato ha permesso di indagarne meglio gli effetti collaterali e tra questi quelli sulla mente sono tra quelli che hanno attirato maggiori attenzioni. Anche perché, secondo alcuni studi, questi farmaci potrebbero essere impiegati nella cura di diversi tipi di dipendenze.

Insieme alla riduzione del food noise, molte persone hanno raccontato che l’assunzione di farmaci dimagranti ha portato loro un generale appiattimento emotivo. Sui social si è cominciato a parlare di Ozempic personality: un umore grigio, scarso entusiasmo per i momenti mondani, poca soddisfazione per un successo, meno interesse per un hobby. Sera Lavelle, psicologa clinica di New York, ha raccontato a Vox di essersi interessata a questo fenomeno dopo aver avuto in una settimana la stessa conversazione con tre pazienti diversi, tutti in uno stato «come di apatia». Non era depressione, ha spiegato, più «una scintilla che mancava».

In parte questo distacco emotivo potrebbe non dipendere direttamente dal principio attivo del farmaco, che riduce la fame aumentando il senso di sazietà. Mangiare meno infatti cambia le abitudini alimentari, ma anche quelle sociali. Ed è probabile che cambiando il rapporto con il cibo cambi anche quello con gli altri, con se stessi e con il proprio tempo libero.

Esiste tuttavia anche una spiegazione biologica plausibile per questo effetto collaterale. Ozempic e Wegovy hanno come principio attivo la semaglutide. Questa molecola sintetica imita un ormone che il nostro corpo produce spontaneamente, il GLP-1, che contribuisce al controllo della glicemia e della sazietà: per questo i suoi effetti sembrano riguardare soprattutto fame, digestione e metabolismo.

Secondo studi più recenti, però, il GLP-1 e i suoi recettori sono coinvolti anche in aree cerebrali diverse, come i circuiti che governano il desiderio, l’anticipazione e la spinta a cercare una ricompensa. Quando si assume semaglutide la ricerca del piacere c’è ancora, ma potrebbe essere meno intensa. Come ha scritto il New Yorker, «calma l’acqua senza svuotare la piscina».

(Peter Dazeley/Getty Images)

Il neuroscienziato Kent Berridge ha passato decenni a studiare la distinzione tra wanting, desiderare qualcosa, e liking, trarne piacere. Le regioni del cervello su cui agisce GLP-1 regolano soprattutto il wanting, l’attrazione verso una ricompensa, come può essere una fetta di pizza. Quando invece la pizza la addentiamo proviamo il liking. Molte delle persone che assumono questi farmaci raccontano di riuscire a godersi un pasto (liking), ma di non desiderare cibo (wanting) se non lo stanno già consumando. Lo stesso meccanismo potrebbe spiegare il calo del desiderio che compare nei tratti della “Ozempic personality”.

Può anche succedere che il wanting non dipenda dal liking. Berridge ha dimostrato che si può innescare anche la ricerca di qualcosa che non è piacevole, e questa separazione può spiegare molte dipendenze. Se il problema non è quanto una sostanza piace, ma la sua forza di richiamo, allora intervenire sulla componente di desiderio potrebbe essere più efficace che agire soltanto sul piacere. Per questo la ricerca ora sta valutando se i farmaci a base di semaglutide possano essere usati anche per trattare le dipendenze.

Il New Yorker ha raccontato per esempio la storia di Mary, nome fittizio di una donna danese. Aveva un disturbo legato all’uso di alcol da decenni e aveva provato a trattarlo con riabilitazione, gruppi di supporto e farmaci specifici. Nulla però aveva funzionato abbastanza o l’aveva frenata dalle ricadute. Poi aveva letto di uno studio sulla semaglutide e si era candidata. Poche settimane dopo l’inizio del trattamento, aveva smesso di voler bere alcolici. «Le persone dicono che l’Ozempic elimina il food noise», ha detto, «a me, ha eliminato l’alcohol noise».

I dati degli effetti della semaglutide sull’alcol sono tra i più solidi. In un trial clinico sono stati misurati effetti positivi incoraggianti, anche rispetto ai farmaci oggi approvati per l’alcolismo. Uno studio su 83.825 pazienti pubblicato su Nature Communications ha trovato una riduzione importante del rischio di sviluppare o ricadere in un disturbo legato all’uso di alcol rispetto a chi usava altri farmaci contro l’obesità. Un altro, svedese, su 227.866 pazienti, ha osservato una riduzione del 36 per cento dei ricoveri per alcolismo.

Anche i risultati per le dipendenze da oppioidi sono promettenti, mentre per le dipendenze comportamentali come il gioco d’azzardo, lo shopping compulsivo o l’uso eccessivo dei social network al momento ci sono solo racconti aneddotici. «Questi farmaci potrebbero dirci che esiste una patologia universale alla base delle dipendenze», ha detto al New Yorker Heath Schmidt, neuroscienziato dell’università della Pennsylvania.

L’ipotesi suggerita da Schmidt è che dipendenze molto diverse siano tutte riconducibili allo stesso meccanismo cerebrale: il sistema della ricompensa, che non distingue tra una sostanza pericolosa e un hobby piacevole. Agendo su quel sistema con farmaci a base di semaglutide, si rischia di affievolire tanti altri stimoli che non hanno nulla di nocivo. Una revisione di studi uscita su Nature Mental Health nel 2025 ha ipotizzato che lo stesso effetto che in alcune persone smorza le compulsioni può, in altre, portare all’anedonia, cioè la capacità ridotta di provare piacere o soddisfazione.

Jessica, una quarantenne americana intervistata a sua volta dal New Yorker, aveva abusato di cibo e alcol per decenni. Dopo aver iniziato ad assumere semaglutide aveva perso nove chili, ma anche interesse verso le cose che amava. Prima del trattamento aveva pianificato di aggiungere sei aceri giapponesi al suo giardino, ma non riusciva più a trovare la motivazione per piantarli. Quando le altre sue piante avevano cominciato ad appassire l’unica cosa che era riuscita a fare era coprire le finestre per non vederle morire. Dopo quattro mesi, aveva deciso di smettere di prendere il farmaco. Ha ripreso peso, ma ha detto di essere tornata a sentirsi se stessa.

Gli effetti di molecole come la semaglutide sull’umore e sulla motivazione non erano imprevedibili. Più di dieci anni fa, per esempio, Karolina Skibicka, neuroscienziata dell’università di Göteborg, aveva mostrato in una serie di studi su roditori che il GLP-1 attenuava la risposta alle ricompense. Questi effetti, però, non erano stati misurati in modo sistematico nei trial clinici, che erano stati progettati per valutare prima la glicemia e poi il calo di peso, e non lo stato emotivo o la motivazione.

Ora che questi farmaci sono assunti da decine di milioni di persone, i loro effetti psicologici hanno iniziato a essere discussi nelle sale d’attesa come sui social media. Uno studio del 2023 ha analizzato più di quarantamila commenti su Reddit, YouTube e TikTok che menzionano i nomi dei farmaci GLP-1 più diffusi. Aveva trovato centinaia di racconti che riguardavano gli effetti sulla salute mentale. C’erano messaggi come «mi sento esausto, senza motivazione e incapace di concentrarmi», ma anche «la mia salute mentale è migliorata in modo drastico, mi sento quasi strana per quanto mi senta normale». Tornando alle testimonianze raccolte dal New Yorker, per Mary il “silenzio” era un sollievo, per Jessica, una perdita. La distanza tra queste due esperienze è dove sta indagando la ricerca in questo momento.

Una parte di questa variabilità, tuttavia, si può spiegare anche nel modo in cui è strutturato il processo di approvazione di un farmaco. Quando un prodotto viene commercializzato, chi lo assume può avere caratteristiche molto diverse dalle persone su cui è stato studiato in fase di approvazione. Per esempio, i pazienti con depressione maggiore o disturbi psichiatrici gravi erano stati esclusi dai trial di fase 3, quelli su cui si basa l’approvazione regolatoria dei farmaci. Anche per questo alcuni degli effetti psicologici sono emersi solo dopo la diffusione su larga scala del farmaco.