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  • Domenica 29 marzo 2026

Quanti soldati servono per invadere un paese?

I movimenti di soldati statunitensi verso il Medio Oriente indicano che potrebbe essere decisa un'invasione parziale dell'Iran, ma con grandi rischi

Marines statunitensi durante un'operazione militare in Iraq nel novembre del 2004 (Scott Peterson/Getty Images)
Marines statunitensi durante un'operazione militare in Iraq nel novembre del 2004 (Scott Peterson/Getty Images)

Gli Stati Uniti stanno spostando una quantità importante di soldati specializzati in combattimenti a terra verso il Medio Oriente e questo fa pensare che nei prossimi giorni o nelle prossime settimane potrebbero invadere un pezzo di territorio iraniano. Non è la sola cosa che potrebbero fare e hanno anche altre opzioni, ma se spostano così tanti soldati vuol dire che hanno pronti dei piani d’intervento a terra, in particolare per provare a riaprire lo stretto di Hormuz bloccato dal regime iraniano. 

Per ora hanno inviato circa cinquemila marines, che sono truppe specializzate negli assalti, e duemila uomini delle truppe aviotrasportate, che sono sempre pronti a muoversi con un preavviso di poche ore. Inoltre stanno per mandare altri diecimila soldati, secondo il Wall Street Journal.

Sono numeri ancora incerti, ma possiamo dire che per adesso il totale del contingente sarà inferiore ai ventimila soldati. 

Le ipotesi che circolano, come abbiamo detto, parlano di operazioni limitate da parte degli Stati Uniti per prendere il controllo di una o di alcune isole nello stretto di Hormuz oppure, nel caso più ambizioso, della costa iraniana che affaccia su quel tratto di mare. Da quando è cominciata la guerra gli iraniani fanno passare le navi dei paesi che considerano alleati o neutrali e attaccano le altre. 

I soldati americani potrebbero sbarcare sull’isola di Kharg, in fondo al golfo Persico, che è il terminal da dove parte più del 90 per cento delle esportazioni di petrolio iraniano. In questo modo gli Stati Uniti potrebbero bloccare alla fonte la vendita del petrolio iraniano e così provare a fare pressione sul regime. Oppure i soldati potrebbero sbarcare sulle tre piccole isole chiamate Grande Tunb, Piccola Tunb e Abu Musa, che sono proprio dove il Golfo si restringe e le navi diventano più vulnerabili agli attacchi dell’Iran. O ancora potrebbero invadere l’isola di Larak, dalla quale i Guardiani della rivoluzione iraniani tengono sotto tiro il passaggio delle navi. 

Inoltre c’è anche l’ipotesi che gli Stati Uniti vogliano prendere con un blitz delle forze speciali i circa 400 chilogrammi di uranio arricchito a disposizione dell’Iran, che sono considerati troppo vicini alla soglia di arricchimento necessaria a produrre armi atomiche. Anche questa operazione richiederebbe molti soldati, che dovrebbero sbarcare nell’Iran centrale e poi restare sul posto finché non trovano l’uranio. È un’ipotesi da prendere con cautela.

Ventimila soldati è un numero decisamente lontano dalla quantità necessaria a conquistare un paese in generale e ancora di più un paese grande come l’Iran. Il loro arrivo in Medio Oriente esclude che gli Stati Uniti vogliano intraprendere una guerra di terra contro il regime iraniano. I preparativi per un conflitto del genere durerebbero molti mesi, come è successo tra la fine del 2021 e l’inizio del 2022 quando la Russia ammassò uomini e mezzi al confine dell’Ucraina prima di cominciare l’invasione su larga scala il 24 febbraio del 2022. 

Vediamo i numeri delle invasioni statunitensi più recenti, che sono utili per farsi un’idea.  

Quando gli Stati Uniti invasero l’Iraq, nel marzo 2003, inviarono centomila soldati. Il paese è grande soltanto un quinto dell’Iran, aveva all’epoca 25 milioni di abitanti e il suo territorio dal punto di vista militare era più semplice da conquistare e controllare. La maggior parte delle truppe americane arrivò dal Kuwait, da sud, e si spostò in linea retta attraverso un paesaggio piatto e senza alberi verso la capitale Baghdad al centro del paese. 

La guerra convenzionale in Iraq finì in meno di sei settimane, ma poi iniziarono otto anni di guerriglia brutale che, soprattutto nella prima metà, furono peggiori. Nel maggio 2003 il presidente George W. Bush pronunciò un discorso celebrativo della fine del regime del dittatore Saddam Hussein sotto uno striscione che diceva «missione compiuta!». Ma l’anno con più soldati americani uccisi (oltre 900) in Iraq fu il 2007.

L’allora presidente degli Stati Uniti, George W. Bush, sulla portaerei Abraham Lincoln, 1 maggio 2003 (AP Photo/J. Scott Applewhite, File)

Il numero dei soldati americani in Iraq crebbe fino a 180mila e poi scese con lentezza senza mai arrivare a zero, nemmeno oggi (ma la loro presenza è consentita da un accordo con il governo iracheno, per operazioni contro lo Stato Islamico). 

Quando gli Stati Uniti invasero l’Afghanistan e cominciarono la guerra contro i talebani, nell’ottobre del 2001 dopo gli attentati dell’11 settembre a New York e Washington, inviarono un contingente ridotto di circa mille uomini. Era formato soprattutto da forze speciali e squadre dell’intelligence, che però erano appoggiate dalle milizie afghane appartenenti alla cosiddetta Alleanza del nord, nemiche storiche dei talebani. 

I bombardamenti americani in Afghanistan cominciarono il 7 ottobre. I soldati americani assieme alle milizie presero quasi senza combattere la capitale Kabul il 13 novembre. Dopo la conquista apparente anche del resto del paese, che all’epoca aveva venti milioni di abitanti, cominciò una lunga fase di guerriglia che costrinse gli Stati Uniti a inviare sempre più uomini.

Nel 2009, durante il mandato del presidente Barack Obama, che pure in campagna elettorale aveva promesso di far finire le guerre degli Stati Uniti, il numero di soldati americani in Afghanistan salì a 90mila. Se si contavano anche le truppe inviate dai paesi Nato, il totale era di 130mila. Vent’anni dopo l’invasione, gli Stati Uniti si ritirarono e i talebani ripresero il controllo di Kabul e dell’intero Afghanistan. 

In Iran lo scenario è diverso rispetto all’Iraq: ci sono catene montuose e grandi città, che sono luoghi difficili da controllare per gli eserciti. Anche il tratto di costa che affaccia sul golfo Persico è montuoso, offre nascondigli a chi si difende e molte fortificazioni naturali. Gli iraniani sono novanta milioni e sebbene una grande parte sia stanca del regime e voglia la sua fine c’è da considerare che una percentuale di loro, stimata sotto al venti per cento, è invece pronta a combattere per salvarlo.