Il bar di Tokyo dove è previsto che i camerieri si dimentichino gli ordini
Perché sono anziani che soffrono di demenza senile, una condizione sempre più presente in un paese che invecchia inesorabilmente
di Flavio Parisi

Dopo aver ricevuto l’ordine dal cliente ed essere andata in cucina, Yoshiko Yamane torna al tavolo e chiede: «Aveva chiesto un caffè con latte?». Si è dimenticata, sebbene lo avesse segnato sul foglio, scritto a grandi caratteri. In qualsiasi altro locale questa svista le sarebbe costata una risposta stizzita dal cliente e un richiamo da parte del caposala, ma all’Orange Day di Tokyo il suo errore rappresenta il senso stesso del locale: Yamane soffre di demenza senile e sta facendo del suo meglio per partecipare alla vita sociale in un paese dove l’invecchiamento sta cambiando le dinamiche della società.
Nel 2025 tutti i nati prima del 1950 hanno raggiunto i 75 anni, e in Giappone si tratta di più di 20 milioni di persone. Sommando il numero degli ultra sessantacinquenni si arriva a 36,2 milioni, il 29,1% della popolazione totale. Queste cifre fanno del Giappone il paese con la popolazione più anziana del mondo, e un laboratorio per quanto riguarda l’invecchiamento massiccio della popolazione e i problemi che questo fenomeno presenta.
In particolare la questione che la società è costretta ad affrontare è l’aumento dei casi di demenza senile. Secondo i dati del ministero della Salute circa 7 milioni di individui convivono con questa condizione, grossomodo un anziano su cinque. Includendo le persone che presentano una “lieve compromissione cognitiva” il numero sale a 10-13 milioni.
Il fenomeno è decisamente rilevante e ormai compare con regolarità nell’agenda politica; infatti ogni anno esce il “Libro Bianco sull’invecchiamento della società”, un documento redatto dal gabinetto di governo e pubblicato sul sito dell’Istituto di statistica nazionale. La classe dirigente giapponese si trova a gestire una società in cui il numero di anziani salirà sempre di più, in percentuale, e il Libro Bianco individua tra le misure da adottare la creazione di comunità locali inclusive in cui gli anziani, specialmente se affetti da demenza senile, possano muoversi in sicurezza. Nel 2025 è stato presentato il nuovo “Quadro Generale delle misure in una società che invecchia”, una sorta di piano quinquennale inclusivo per preparare un ambiente sociale in cui l’età non rappresenti un limite per la partecipazione alle attività sociali.
Uno di questi progetti è l’Orange Day aperto a Sengawa, un sobborgo a ovest di Tokyo. Normalmente un ristorante aperto per pranzo e cena, viene preso in gestione per un giorno al mese dall’associazione di Akiko Kanna, che oltre al lavoro di nutrizionista di una scuola d’infanzia si occupa della gestione di questo “caffè degli ordini sbagliati” con un gruppo di volontari.
All’ingresso del locale si è accolti con calore dai camerieri, che salutano i clienti spesso mettendo la mano sulla loro spalla, un atteggiamento piuttosto raro in Giappone, dove il contatto fisico è generalmente evitato il più possibile. Appena seduti si capisce che il ritmo del servizio è lentissimo, specie paragonato a quelli forsennati di Tokyo, e l’impressione è straniante. Molti dei clienti sono familiari dei camerieri o in qualche modo hanno a che fare con la demenza senile, in casa o al lavoro.
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Toshio Morita ha 88 anni, ha lavorato come impiegato in un’agenzia di assicurazione fino a quando ne aveva 70, ha sempre amato la compagnia e le attività sociali ma da quando ha cominciato a manifestare i primi segni della demenza senile non ricorda ciò che ha fatto nei giorni e nelle ore precedenti, vivendo in un eterno presente. La moglie, Masako Morita, spiega che è come se il marito fosse il ragazzo che era a 20 anni, periodo di cui ricorda tutto, a differenza del presente. Spesso si aspetta di trovare la madre a casa, come se non fossero passati gli ultimi decenni della sua vita.

Toshio Morita (Flavio Parisi/il Post)
Le sue giornate prevedono l’uscita mattutina per andare al Day Service, una struttura dove, insieme ad altri anziani, svolge attività ricreative di vario tipo. Guidati dal personale, cantano al karaoke, fanno esercizi fisici, gli origami, giocano insieme al gioco da tavolo cinese del mahjong (un’antica passione di Toshio Morita). Gli eventi più piacevoli per lui sono le grandi feste in occasione del Capodanno o i picnic sotto i ciliegi da cui torna sempre soddisfatto, e allo stesso tempo triste perché la festa è finita. Il tempo condiviso con gli altri anziani in condizioni simili alla sua è vitale per rallentare il corso della demenza senile, dice Masako.
Miho Yamane è figlia di Yoshiko, la donna di 82 anni che lavora un giorno al mese all’Orange Day di Sengawa. Entrambe vengono ogni mese da Kamakura, qualche decina di chilometri fuori Tokyo, per svolgere il servizio e incontrare altre persone, clienti e volontari di cui sono diventate amiche. Durante il viaggio in treno la madre chiede alla figlia «Siamo arrivate? Dobbiamo scendere?» a ogni stazione. Miho Yamane per anni non ha voluto accettare il fatto di essere la figlia di una paziente di demenza e i problemi della madre l’hanno messa in una condizione di solitudine e di frustrazione. Nel tempo ha poi imparato a lasciare fare le cose sbagliate alla madre, come mangiare il riso con il coltello da burro, senza correggerla o sgridarla.
Come tutte le persone sopra i 65 anni in Giappone, anche Yoshiko Yamane effettua una volta l’anno la visita raccomandata dal sistema sanitario nazionale per verificare la condizione dei cittadini “silver”, come sono indicati gli anziani (si usa proprio il termine inglese, ma pronunciato alla giapponese shirubā). L’assicurazione per l’assistenza (Kaigo Hoken), introdotta nel 2000 per affrontare l’invecchiamento della popolazione, prevede l’inquadramento di chi ha necessità in una delle 7 categorie: le prime 2 forniscono delle misure di prevenzione all’invecchiamento precoce, le successive portano all’erogazione di assistenza attiva nelle strutture convenzionate.
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Una volta certificata la fascia di necessità, il sistema sanitario copre quasi tutte le spese, e l’utente contribuisce con una quota di solito corrispondente al 10% del costo totale. I servizi forniti sono assistenza a domicilio (per la quale però c’è una grave carenza di personale), servizi in centri specializzati nella modalità day care o con pernottamento, agevolazioni sull’acquisto di materiali come letti ospedalieri, deambulatori, ristrutturazione delle abitazioni per eliminare le barriere architettoniche.
Una figura fondamentale in questo sistema è il care manager, un impiegato comunale che valuta ogni caso in modo personalizzato, prevede un piano di assistenza, fa delle stime per le spese, pianifica un programma di prova nelle strutture e raccoglie le reazioni di pazienti e familiari. È grazie al suo care manager che Miho Yamane ha scoperto l’esistenza dell’Orange Day. La madre Yoshiko Yamane ha sempre lavorato e anche adesso vive le giornate qui come dei turni di lavoro, che peraltro sono pagati con dei contanti in una busta, un gesto molto più potente del pagamento elettronico, a cui le persone di quella generazione non sono ancora abituate.

«Il bar non è solo un posto dove essere accettati, è un’occasione per dimostrare che anche chi è affetto da demenza può ancora fare qualcosa per gli altri» dice Akiko Kanna, la promotrice del progetto. In realtà lei ha preso l’idea da un’iniziativa simile nata a Osaka nel 2010, ma spesso questi progetti si scontrano con profitti inevitabilmente negativi, oltre che con i problemi di sicurezza per quanto riguarda la somministrazione di cibo al pubblico. Il caffè è una buona soluzione, non utilizza la cucina che potrebbe rappresentare un rischio, e l’apertura a cadenza mensile lo rende un evento quasi di festa. L’idea era nata quando il padre diede i primi segni di demenza, e lei pensò di aprire un posto dove lui potesse rendersi utile e incontrare altre persone.
Alla fine non successe: il padre non vuole considerarsi anziano e non si fa nemmeno portare al day care, sostenendo che sia «pieno di vecchi». Akiko Kanna, nonostante sia ovviamente delusa dal rifiuto del padre, dopo una giornata passata ad aiutare i camerieri dell’Orange Day torna a casa e sente di essere più tollerante verso il suo genitore, riesce a non innervosirsi con lui.
In realtà la resistenza nei confronti della condizione di demenza è molto diffusa. Il nome stesso con cui la si indica in Giappone è relativamente recente: ninchishō è il termine medico (traducibile con “sindrome cognitiva”) introdotto dal Ministero della Salute nel 2004. Prima la parola usata era chihō, parola composta con caratteri denigratori che significano stoltezza e stupidità. Nonostante le linee-guida del ministero indichino la demenza come una condizione con cui convivere accettandola, per molte famiglie è ancora motivo di una vergogna inaffrontabile. Il numero delle persone scomparse a causa della demenza è in fortissimo aumento e dipende spesso da condizioni non diagnosticate o non accettate dai familiari.

Alcune dipendenti dell’Orange Day (Flavio Parisi/il Post)
La società giapponese è così in bilico tra l’alta considerazione per gli anziani (al rispetto per questa categoria è dedicato un giorno di festa nazionale, il terzo lunedì di settembre) e le resistenze anche culturali a una loro gestione più moderna e inclusiva, che superi lo stigma e la vergogna.
Alla fine del turno i camerieri dell’Orange Day si tolgono i grembiuli, salutano i volontari, passano a dire un “arrivederci” a tutti i clienti e sono accompagnati verso casa dai familiari che sono rimasti al tavolo come clienti per tutto il tempo del servizio. Yoshiko Yamane, per niente stanca dopo il turno di lavoro, prende la busta con la paga della giornata e dice a tutto lo staff: «Ci vediamo il mese prossimo, mi raccomando, non dimenticatelo eh!», mostrando il suo sorriso ironico contagioso.



