Pelati di tutto il mondo uniamoci

«In tutti questi anni, nonostante la mia fronte ampia abbia subito una leggera retrocessione dell’attaccatura, ho vissuto nel terrore di perdere i capelli. Fino a quando l’algoritmo non mi ha suggerito una sezione di Reddit intitolata r/bald»

Telly Savalas, famoso per il personaggio dell'ispettore Kojak e pelato per antonomasia degli anni Settanta, fotografato nel 1979 per la miniserie di ABC “The French Atlantic Affair”. (Gene Stein /American Broadcasting Companies via Getty Images)
Telly Savalas, famoso per il personaggio dell'ispettore Kojak e pelato per antonomasia degli anni Settanta, fotografato nel 1979 per la miniserie di ABC “The French Atlantic Affair”. (Gene Stein /American Broadcasting Companies via Getty Images)
Paolo Valoppi
Paolo Valoppi

Nato a Roma nel 1990, lavora come editor per Einaudi Stile Libero. Precedentemente è stato editor e redattore per Voland e 66thand2nd. Il suo romanzo d'esordio, Mio padre avrà la vita eterna ma mia madre non ci crede, è stato pubblicato da Feltrinelli.

La mia paura di perdere i capelli ha avuto origine in un giorno indefinito del 2015, nel vivo dell’adolescenza, quando mio fratello, più grande di me di quasi vent’anni, mi diagnosticò arbitrariamente, e con ghigno beffardo, una calvizie precoce: «Stai a perde’ i capelli, eh. Guarda che stempiatura».

Ricordo ancora lo shock dovuto al dubbio che forse, fino a quel momento, nonostante avessi i capelli lunghi, lisci, che mi fasciavano il volto coprendo le orecchie e l’intera fronte, avessi sottovalutato un problema. La mia stempiatura era profonda, certo, ma l’avevo sempre ascritta al patrimonio genetico della famiglia di mia madre, alla fronte amplissima di mio nonno. Avevo guardato al ceppo sbagliato dei miei antenati, trascurando alcuni zii e cugini calvi di mio papà? Per anni, a causa di quel cattivo presagio, avrei vissuto come Vitangelo Moscarda in Uno, nessuno e centomila, quando Dida gli fa notare che il suo naso pende verso destra: «…la scoperta improvvisa e inattesa di quel difetto mi stizzì come un immeritato castigo».

Da quel giorno in poi, davanti a ogni prurito del cuoio capelluto, desquamazione, a ogni capello rintracciato sul cuscino, nel lavandino, nella doccia, ai millimetri di stempiatura che il tempo, fisiologicamente, si mangiava, mi sarebbe risultato impossibile non pensare al suddetto vaticinio fraterno: stai a perde’ i capelli, eh.

Mi capitò di pensarci durante gli ultimi anni di liceo, quando nei corridoi della mia scuola iniziarono a notarsi i primi, precoci, riporti; qualche “piazzola”; alcune rare, sconcertanti, teste calve. E, di conseguenza, i primi atti di tricobullismo:

«Belli ’sti capelli color carne»,
«Da quando c’hai un terzo ginocchio in testa?»,
«C’hai più assenze sul registro che capelli!».

E ci pensai qualche anno dopo, durante l’università, quando le capigliature iniziarono a sfibrarsi con decisione e le fronti a cedere millimetri, e perciò capitava che tra amici, in un gioco di sguardi da western, nella variante Il buono, il brutto, il pelato, ci si monitorasse in silenzio i rispettivi crani in cerca di segnali del sibilo della falce tricologica, pronti a fare i bilanci delle proprie zazzere di sopravvissuti e a godere delle detrazioni altrui.

Più volte, in quell’epoca, con la remissione di un condannato a morte, mi capitò di pensare: ecco, ci siamo. Infine, ho continuato a pensare alle parole di mio fratello anche da adulto, quando un numero sempre più elevato di parenti, amici, conoscenti – costretti ad alzare la bandiera bianca della capillizia – decideva di sottoporsi alle procedure chirurgiche di redistribuzione follicolare, i cosiddetti «trapianti di capelli».

Sarebbe arrivato anche per me quel momento?

Sigla di testa della serie TV dell’ispettore Kojak

In tutti questi anni, nonostante la mia fronte ampia si sia limitata a subire una leggera retrocessione dell’attaccatura dei capelli, ho vissuto come l’Edipo di Sofocle: macerandomi nell’angoscia e nel terrore che la profezia funesta che mi era stata fatta potesse finalmente compiersi.

Sono arrivato al punto di avere in antipatia gli specchi, come il conte Dracula e come Valerio Magrelli, poeta, nel suo libro Geologia di un padre:

«L’ho detto già altre volte: gli specchi nei camerini dei negozi di abbigliamento andrebbero vietati per legge. Ebbene, proprio lì, preda incolpevole di un perverso sistema di riflessi, scoprii tutto d’un tratto di avere, anche io!, la tonsura. Touché… In cima alla testa, in un punto solitamente invisibile ai miei occhi, si era pian piano spalancata “la piazza”».

Deve essere stato per questo che l’algoritmo del mio profilo Instagram, col tempo, ha iniziato a offrirmi sempre più contenuti a tema “protesi capillari”, “tricopigmentazione”, “calvizie”, “rimedi anticaduta”. Un palinsesto in grado di selezionare decine di video (e centinaia di commenti) che illustrano i limiti delle patch cutanee («Ho portato la patch per quattro mesi: è stato un incubo»), reel sui migliori dottori a cui rivolgersi per trapianti chirurgici in Turchia («…il Dr. Kaan Pekiner è il Cristiano Ronaldo degli interventi follicolari»), esperienze di chi ricorrendo alla protesi si è ritrovato con un pugno di mosche in mano («Se devi stare con una roba che sembra un topo morto in testa forse è più dignitoso rasarsi»), ma anche le prospettive di chi vive l’incalvimento con un approccio meno catastrofico e più fatalista («Se sei brutto con i capelli, sarai brutto calvo. Se sei attraente con i capelli, sarai attraente calvo»), o di chi gode di inaspettati risvolti («Non mentirò: ho avuto molto più successo con le donne dopo essermi rasato la testa per la prima volta»).

Oltre ai video, il mio feed ha cominciato a propormi articoli di magazine che sostenevano come non bisognasse più vergognarsi delle proprie chiome diradate, tipo “Effetto White Lotus: gli uomini stempiati adesso vanno di moda”, o anche “Ode alla stempiatura, un elemento di fascino che l’ossessione per il trapianto di capelli ci ha fatto dimenticare”. Eppure, che celebrassero i benefici della calvizie o ne biasimassero gli effetti, mi pareva che queste testimonianze trattassero la caduta dei capelli come uno stigma sociale da vivere con rassegnazione o rivendicare con orgoglio. In ogni caso, un argomento straordinario e divisivo.

Fino a quando, di recente, l’algoritmo non mi ha suggerito qualcosa di diverso: un post che mi informava dell’esistenza di una sezione di Reddit intitolata r/bald che offriva consigli, sostegno e incoraggiamento a coloro che avevano fatto o stavano pensando di fare “il grande passo”: radersi una volta per tutte gli scalpi spelacchiati già profondamente compromessi.

Il carosello dell’ispettore Rock per la Brillantina Linetti (che non fa ricrescere i capelli)

Una community fondata nel 2011 e che – avrei scoperto poco dopo iniziando a frequentarla compulsivamente quasi ogni giorno – oggi conta circa 145.000 membri, 1,3 milioni di visite settimanali, 120.000 nuovi contributi ogni mese e che dopo quindici anni di vita è ancora tra i forum più popolari di Reddit. Talmente popolare che alcuni articoli inglesi l’hanno definita «il luogo più sano della rete», «il posto più piacevole di internet», o ancora «l’antitesi della mascolinità tossica: uno spazio in cui gli uomini possono condividere le proprie vulnerabilità e comportarsi in modo cortese e amichevole». Una politica rispettosa e di mutuo aiuto che lo “statuto” di r/bald sintetizza così:

«Perdi i capelli, non la testa. Benvenuti su r/bald! La nostra filosofia è semplice: abbracciare la calvizie e impegnarci a rendere il mondo un posto più favorevole ai calvi. Spesso ci viene venduta l’idea che la calvizie sia un male. È una stronzata. Crescendo e maturando, ognuno vive il processo di invecchiamento in modo leggermente diverso, e per la maggior parte di noi questo include diversi gradi di perdita di capelli. È naturale. E non c’è nulla di cui vergognarsi: qui ci sosterremo a vicenda e impareremo a essere fieri della nostra calvizie».

Un sostegno che sulla pagina di solito si manifesta con gli utenti che caricano le fotografie della loro precaria attaccatura dei capelli o dei loro vistosi riporti abbinate a didascalie tipo «Dite che è finita?», «È ora, fratelli?», «Devo rassegnarmi?», «Lo faccio?», e la community che nella maggior parte dei casi risponde «Sì»; ma un caldo, empatico, accompagnato da commenti solidali e rispettosi. Alle volte invece i membri del gruppo si mostrano con foto del pre e del post rasatura, a operazione avvenuta, ricevendo in cambio decine, se non centinaia, di commenti ricolmi di approvazione e conforto. Come nel caso del messaggio pubblicato da un ragazzo di una trentina d’anni che si presentava come DanytheReaper:

«Ci ho pensato a lungo, e mi sono detto che era meglio diventare pelato che “aggrapparsi agli ultimi, radi capelli”. È stata una delle decisioni migliori della mia vita. Dopo circa un anno con la boccia, non ho avuto un rimpianto».

E in effetti il risultato della rasatura era piuttosto stupefacente: se prima Dany appariva come un ibrido tra Mr. Bean e una versione adulta, spelacchiata e con gli occhiali di Alfa Alfa di Piccole canaglie, nella sua versione calva si era trasformato nell’incrocio tra Michael Fassbender e Johnny Sins. Metamorfosi che gli utenti avevano accolto con grande entusiasmo e nessuna traccia di cyberbullismo o body shaming:

«Ti sei trasformato da un nerd dell’informatica al prototipo del pompiere hot, stai da paura!», «Ma come fanno tutte le persone a diventare così belle quando si radono?! Siete fantastici! E lo dico da non calvo», «OMG, sei passato da Hello Kitty a Tony the Tigerrrr, GRRR!», «Sei un’ispirazione per tutti gli uomini e le donne che frequentano questo gruppo». In replica, DanytheReaper scriveva: «Grazie, amici e amiche. Mi alimenterò di questi commenti fino alla morte».

In un’intervista all’HuffPost UK, uno dei moderatori del subreddit (si chiama Jack ma è noto anche come geekbro27) ha dichiarato:

«La gentilezza è diventata identitaria per r/bald. È importante perché chi accetta di diventare calvo è spesso vulnerabile al cambiamento. La gentilezza e l’accettazione da parte degli altri aiutano a rafforzare la fiducia in sé stessi e verso i nuovi look».

Parole che trovano riscontro anche nel regolamento del forum:

«Niente negatività nel parlare di calvizie», «Il comportamento offensivo non sarà tollerato», «È vietata la promozione di terapie di sostituzione dei capelli di qualsiasi tipo», «Tratta anche quelli con i capelli con rispetto».

Se ripenso a tutti i rimedi a cui si sono disperatamente aggrappati tanti dei miei amici – cappellini per nascondere gli scalpi defalcati, gel per rivitalizzare i pochi pelucchi sopravvissuti, “miracolosi” e costosi integratori a base di cheratina, shampoo agli estratti di olio di cocco; gite in Turchia in comitiva per farsi trapiantare – e a cui talvolta sono ricorso anch’io per moderare la risacca della mia stempiatura, l’idea che possa esserci un gruppo di persone che non si vergogna di condividere l’inarrestabile ritirata delle loro fronti mi sembra stupefacente.

Ma mentirei se dicessi che è bastata la bald positivity di r/bald, declinazione tricologica degli alcolisti anonimi, a decostruire la mia paura di diventare calvo. Eppure, considerata la bolla di solitudine in cui spesso si vive il processo di caduta dei capelli, anche nelle sue manifestazioni più lievi, quel forum da milioni di visite mensili, safe space per i calvi, mi è sembrato un meraviglioso posto in cui accettarsi, piacersi e in cui sentirsi meno soli.

– Leggi anche: La mia vita con le afte, di Paolo Valoppi

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