Avevamo sempre sbagliato, sulle allergie alimentari?

Dieci anni fa i pediatri statunitensi ribaltarono le linee guida sull'esposizione dei lattanti alle arachidi: da allora i casi sono crollati

(AP Photo/Patrick Sison, File)
(AP Photo/Patrick Sison, File)
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Secondo uno studio statunitense pubblicato lo scorso ottobre, dopo il 2017 le diagnosi di allergia alle arachidi nei bambini sotto i tre anni sono diminuite del 43 per cento. Altre stime sono più caute e ancora discusse, ma la ragione della diminuzione non è che le arachidi sono state bandite dai supermercati o lo sviluppo di un nuovo farmaco. Lo studio ipotizza che il merito sia di un singolo documento: Aggiornamento delle linee guida per la prevenzione dell’allergia alle arachidi negli Stati Uniti. Il 5 gennaio del 2017 l’Istituto nazionale statunitense per le allergie e le malattie infettive aggiornò infatti le proprie raccomandazioni: nei bambini a rischio, introdurre le arachidi fin dai primi mesi di vita può aiutare a prevenire l’allergia.

Era un ribaltamento di ciò che i pediatri avevano consigliato quasi vent’anni prima. Nel 2000 l’American Academy of Pediatrics aveva sostenuto che per i bambini a rischio la strategia più prudente fosse evitare gli allergeni nei primi mesi di vita. Alle famiglie veniva suggerito di attendere un anno dopo la nascita prima di introdurre il latte vaccino, due per le uova, tre per le arachidi e il pesce. L’idea sembrava ragionevole: posticipare l’introduzione degli allergeni per ridurre il rischio di una reazione immunitaria indesiderata.

Le linee guida del 2000 erano una risposta a quella che veniva percepita come una “epidemia di allergie”. Nelle scuole americane erano comparse le “peanut-free zone”, le dosi di adrenalina abbondavano nei cassetti degli insegnanti, le epi-pen negli zaini degli studenti, per rispondere a eventuali crisi allergiche. Tra il 1997 e il 2008, la prevalenza di allergia alle arachidi era più che triplicata nei bambini statunitensi, passando dallo 0,4 all’1,4 per cento. Tendenze simili erano state osservate anche nel Regno Unito, in Australia e in altri paesi occidentali.

Tra gli esperti preoccupati da questo aumento c’era un immunologo pediatrico del King’s College di Londra. Gideon Lack nel 2000 stava tenendo una conferenza a Tel Aviv, in Israele. Domandò alla platea di allergologi e pediatri quanti avessero visto almeno un paziente con allergia alle arachidi nell’ultimo anno. In un auditorium statunitense o londinese, quasi tutte le mani si sarebbero alzate. A Tel Aviv, Lack ne contò due, forse tre. Meno bambini in Israele sviluppavano quell’allergia? E perché?

Per provare a rispondere, il suo gruppo di ricerca mise a confronto più di diecimila bambini di origini ebraiche: metà dal Regno Unito, metà da Israele. Molte famiglie ebree britanniche e israeliane avevano infatti un retaggio ancestrale simile. Confrontando questi due campioni, i ricercatori potevano capire quanto il rischio di sviluppare l’allergia dipendesse dai geni o da altri fattori. Trovarono che nel Regno Unito la percentuale di bambini allergici era dell’1,85 per cento, in Israele dello 0,17. Si concentrarono quindi sulle abitudini alimentari: in Israele i bambini mangiavano Bamba, uno snack a base di arachidi; nel Regno Unito, invece, generalmente non consumavano arachidi prima dei tre anni, in linea con le raccomandazioni.

Lo studio, pubblicato nel 2008 sul Journal of Allergy and Clinical Immunology, mostrava un consumo precoce di arachidi e una minore frequenza di allergie, ma non bastava a trarre conclusioni di causa ed effetto. Lack progettò allora il trial LEAP, Learning Early About Peanut Allergy. Furono scelti 640 lattanti allergici alle uova o con problemi di infiammazione alla pelle, due condizioni che studi precedenti avevano associato a un rischio più alto di sviluppare un’allergia alle arachidi. Vennero poi divisi in due gruppi: metà le avrebbe mangiate regolarmente fin dai primi mesi di vita, l’altra metà le avrebbe evitate fino ai cinque anni. Fu dimostrato che consumare sei grammi di proteine di arachide a settimana diminuiva il rischio di sviluppare l’allergia dell’81 per cento. Gli studi successivi mostrarono che questo effetto persisteva: nell’adolescenza, i bambini che avevano mangiato arachidi nei primi cinque anni di vita avevano ancora il 71 per cento in meno di probabilità di essere allergici.

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La questione non è che le arachidi “curano” le allergie. Il fatto che l’esperimento abbia funzionato potrebbe dipendere piuttosto dal modo in cui il sistema immunitario di un neonato impara a distinguere un alimento da una minaccia. Alla nascita, infatti, non sa ancora cosa è pericoloso e cosa no. Il processo di apprendimento dipende da molti fattori, come i batteri intestinali che colonizzano il neonato durante e dopo il parto o in che stato sia la pelle del neonato. Quando qualcosa disturba questo apprendimento, il sistema immunitario può fare un errore di classificazione e riconoscere una proteina innocua come minaccia.

Secondo l’ipotesi della doppia esposizione agli allergeni, sostenuta da Lack stesso, la via con cui il sistema immunitario incontra per la prima volta una proteina può determinare come viene classificata. Quando una proteina alimentare arriva nell’intestino, le cellule che la incontrano la riconoscono come cibo e ne favoriscono la tolleranza. Ma l’incontro con quella proteina potrebbe avvenire prima e altrove, portando invece alla sensibilizzazione, un processo che rende l’organismo sensibile o reattivo a un particolare allergene.

La sensibilizzazione può avvenire, per esempio, attraverso la pelle infiammata. La pelle, se intatta, forma una struttura che impedisce l’ingresso alle sostanze estranee. Sulla sua superficie possono depositarsi batteri, o anche le proteine che si disperdono nell’aria quando cuciniamo. Quando però la struttura viene compromessa, come accade con l’eczema, quel che normalmente rimarrebbe fuori può attraversare la barriera cutanea. La pelle si infiamma e il sistema immunitario va in stato di allerta. Se le proteine alimentari incontrano l’organismo in questo stato, possono essere classificate come una minaccia e contro di esse il nostro organismo costruisce anticorpi specifici.

Il secondo incontro con quella proteina alimentare, allora, innesca il rilascio degli anticorpi, che a loro volta attivano i meccanismi che portano  gonfiore, infiammazione e tutti gli altri sintomi di una reazione allergica. Il bambino non ha ancora mai assaggiato quel particolare alimento, ma è già immunologicamente pronto a reagire. «Per anni abbiamo pensato che fossero le allergie alimentari a causare l’eczema», ha detto Lack a CNN. «Ora sappiamo che è il contrario», anche se la questione non è completamente risolta.

Dopo i risultati del LEAP molti paesi hanno aggiornato le linee guida sulla prevenzione delle allergie. A distanza di anni, gli effetti di questi cambiamenti continuano a essere studiati: un test clinico come il LEAP può dimostrare che una strategia funziona in condizioni controllate; ma quando quella strategia entra nella pratica clinica, nelle famiglie e nelle culture alimentari non è detto che abbia gli stessi risultati.

Il calo del 43 per cento registrato dallo studio americano va letto con cautela. Alcuni ricercatori hanno sottolineato che questo numero potrebbe riflettere diversi fattori, anche metodologici. Per esempio, nello studio sono state considerate solo le forme di allergia più gravi. A giustificare un certo scetticismo sulle reali conseguenze delle nuove raccomandazioni ci sono anche altri dati. Un’indagine su larga scala, per esempio, ha mostrato che solo il 29 per cento dei pediatri statunitensi dichiara di aver messo in atto completamente le linee guida. Inoltre in Australia e in Svezia, dove le raccomandazioni sono cambiate in modo simile, il calo nelle diagnosi è stato molto più contenuto. Una possibile spiegazione potrebbe venire da un altro studio: nelle famiglie australiane che avevano introdotto le arachidi nel primo anno di vita, meno del 30 per cento dei bambini le mangiava più di una volta a settimana, come invece accadeva nel LEAP trial.

Queste differenze potrebbero dipendere anche da altro, come la diversa diffusione di quella specifica allergia, le abitudini alimentari o l’ambiente domestico. Anche per questo le linee guida non hanno lo stesso peso ovunque. Quelle europee specificano che introdurre precocemente le arachidi è particolarmente raccomandato nei paesi dove l’allergia è molto diffusa. E l’Italia non è tra questi.

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In Italia, infatti, le arachidi non sono un alimento così comune, per cui le occasioni di sensibilizzazione sono più rare e il numero di casi di conseguenza è più basso. Inoltre, non abbiamo avuto la stessa storia di evitamento dell’esposizione precoce alle arachidi che ha caratterizzato gli Stati Uniti o il Regno Unito.

Per capire cosa sta succedendo oggi in Italia, un punto di riferimento è EPIFA, lo studio pubblicato nel 2024 e coordinato da Roberto Berni Canani, pediatra e ricercatore dell’università Federico II di Napoli. Analizzando i dati raccolti in Campania tra il 2009 e il 2021 su oltre 105mila bambini e ragazzi, i ricercatori hanno documentato che il numero complessivo di bambini con allergia alimentare è aumentato di circa un terzo, mentre i nuovi casi sono più che raddoppiati. Gli allergeni più comuni sono il latte vaccino, le uova e la frutta a guscio.

Gli autori spiegano che dietro questo aumento potrebbero esserci più cause, anche una maggiore attenzione di genitori e medici, diagnosi migliori, cambiamenti nelle abitudini alimentari e ambientali. Le allergie alimentari nei bambini stanno diventando più visibili e probabilmente più frequenti; molto meno chiaro è quanto pesino, uno per uno, i diversi fattori dietro a questo aumento.

Oggi abbiamo anche strumenti di desensibilizzazione. L’immunoterapia orale funziona così: ogni giorno il bambino ingerisce una piccola dose dell’allergene che viene aumentata lentamente, ogni poche settimane, per mesi. Non si “guarisce” l’allergia, ma si alza la soglia oltre la quale il sistema immunitario reagisce. Per molte famiglie questa differenza è enorme: significa vivere con meno paura dell’esposizione accidentale, sapere che una traccia in un biscotto non porterà a una reazione grave.

Restano ancora molte incertezze. Sappiamo però che il sistema immunitario può essere modulato e che i primi mesi di vita rappresentano una fase cruciale per questo processo. È un punto di partenza molto più solido di quello di vent’anni fa.