Perché al referendum sulla giustizia non servirà il quorum

Se andasse a votare anche una sola persona il risultato sarebbe valido, e questo di solito ha conseguenze sull'affluenza

Un seggio elettorale a Milano durante il referendum dell'8 e del 9 giugno 2025 (Claudio Furlan/Lapresse)
Un seggio elettorale a Milano durante il referendum dell'8 e del 9 giugno 2025 (Claudio Furlan/Lapresse)

Il referendum sulla riforma della magistratura per il quale si voterà il 22 e il 23 marzo non avrà bisogno del quorum, cioè non sarà necessario che vada a votare più della metà degli aventi diritto. Il risultato sarà valido a prescindere dal numero di persone che andranno a votare: la riforma sarà per forza approvata o respinta, in base a quale delle due opzioni – il Sì o il No – otterrà la maggioranza dei voti. La mancanza del quorum dipende dal fatto che il referendum è di tipo confermativo (anche detto “costituzionale”), cioè serve affinché gli elettori confermino una riforma della Costituzione già approvata dal parlamento.

In questo caso il referendum è uno dei passaggi previsti dalla procedura per approvare le leggi costituzionali, cioè quelle che integrano o modificano la Costituzione, che è più complessa di quella per le leggi ordinarie: il parlamento può approvarle direttamente se in entrambe le camere raggiunge una maggioranza superiore ai due terzi degli aventi diritto (400 deputati e 200 senatori); se invece raggiunge solo una maggioranza semplice (cioè più della metà dei membri di ogni camera), allora può essere richiesto un referendum confermativo. Il quorum, invece, è necessario nei referendum abrogativi, cioè quelli che servono ad abrogare una legge intera o una sua parte.

Questa differenza è stata decisa dai costituenti con una motivazione: il referendum costituzionale non ha il quorum perché interviene alla fine di un processo parlamentare già concluso, costruito in modo da assicurare che la modifica della Costituzione sia fatta in modo ponderato e non avventato. Il referendum è uno strumento in più, che fa intervenire cittadine e cittadini solo in caso di richiesta (quando la riforma è approvata dal parlamento senza un’ampia maggioranza), per tutelare la Costituzione.

Il referendum abrogativo, invece, sta all’inizio del procedimento di abrogazione: il potere affidato a chi vota è molto più ampio e i limiti messi alla validità della votazione servono a fare in modo che una legge approvata dal parlamento (che dovrebbe essere espressione della maggioranza degli elettori) non possa essere modificata o eliminata da una minoranza di persone. Da qui l’introduzione del quorum e, ancora prima, la maggiore difficoltà prevista per chiedere quel tipo di referendum: sia quello abrogativo che quello confermativo possono essere chiesti da 500mila elettori o da cinque consigli regionali, ma quello confermativo può essere chiesto anche da un quinto dei parlamentari di una camera (che è una soglia raggiungibile piuttosto facilmente).

La presenza o meno del quorum influenza molto il comportamento degli elettori durante le votazioni. Nei referendum che lo prevedono, infatti, non votare equivale più o meno a votare No. Nel referendum abrogativo un elettore può insomma non andare a votare per respingere la modifica proposta (perché in questo modo non contribuisce al raggiungimento del quorum e quindi alla validazione del risultato, qualsiasi esso sia, anche se il Sì è in vantaggio).

Nel referendum costituzionale, invece, l’astensione potrebbe favorire la parte già in vantaggio. Se un elettore vuole respingere la riforma e non vota, con la sua astensione potrebbe avvantaggiare il Sì, se il Sì è in vantaggio. Andando a votare No, invece, favorisce il No in ogni caso, che sia già in vantaggio o che non lo sia. A chi è favorevole all’abrogazione di una legge o all’approvazione di una riforma sottoposta a referendum, invece, conviene andare a votare in ogni caso.

Il quorum ha delle conseguenze sull’affluenza: incentiva il voto tra i favorevoli e parallelamente lo scoraggia tra i contrari. Questo a sua volta può generare in chi è favorevole la percezione che il proprio voto sia inutile, quando sembra difficile raggiungere il quorum, e spingere anche chi voterebbe Sì a non andare proprio a votare.

Si generano così situazioni paradossali, diventate evidenti con l’aumento progressivo dell’astensione negli ultimi anni. Il quorum fu appunto pensato con funzione di garanzia in un’epoca in cui la partecipazione elettorale, con la fine del fascismo, era piuttosto alta: fino al 1995, infatti, il quorum venne sempre superato tranne in un caso, e l’esito del referendum dipese solo dalla scelta della maggioranza.

Degli ultimi dieci referendum abrogativi, invece, che si sono svolti tra il 1997 e il 2025, solo in un caso si è superato il quorum: nel 2011, nel cosiddetto referendum su acqua pubblica, nucleare e legittimo impedimento (si votò a larghissima maggioranza contro la “privatizzazione dell’acqua”, contro la riapertura di un programma nucleare e contro la possibilità che ministri e presidenti del Consiglio non si presentassero ai processi a loro carico per impegni istituzionali).

In questi anni il quorum è diventato uno strumento politico, e gli stessi partiti schierati per il No hanno iniziato a promuovere l’astensione nelle loro campagne referendarie. C’entrano anche altri problemi, più strutturali: l’aumento generale dell’astensionismo in tutte le votazioni e i temi dei quesiti molto tecnici, percepiti dagli elettori come più distanti e difficili rispetto ai primi referendum.

Tutto questo ha delle conseguenze anche sul tipo di campagna elettorale dei partiti schierati per il Sì o per il No: in assenza di quorum, nei referendum confermativi, entrambe le parti devono mobilitare i loro sostenitori per convincerli a votare. Per questo le campagne elettorali sono tendenzialmente più combattive e polarizzate. Nei referendum abrogativi, invece, i partiti contrari non hanno bisogno di convincere chi ha intenzione di astenersi a votare (semmai hanno interesse a far parlare il meno possibile del referendum in questione).

L’assenza di quorum, d’altra parte, ha anche altre conseguenze: per esempio il fatto che le modifiche importanti come quelle della Costituzione, la legge fondamentale dello Stato, possono essere approvate con una maggioranza che in numeri assoluti corrisponde solo a una piccola minoranza degli aventi diritto. È un’eventualità che nelle intenzioni dei costituenti era compensata, appunto, dal fatto che la riforma era comunque già stata approvata dal parlamento, e con una procedura piuttosto complessa.