La rubinetteria italiana andava alla grande fino a due guerre fa

Ora con l'aumento dei costi e i progetti sospesi nei paesi del Golfo c'è più incertezza, soprattutto per le aziende del distretto piemontese

di Francesco Gaeta

(Francesco Gaeta/il Post)
(Francesco Gaeta/il Post)

La statale 229 che da Novara sale verso il lago d’Orta, in Piemonte, attraversa una pianura fatta di capannoni bassi, officine, insegne industriali. Intorno, nel raggio di pochi chilometri, si concentrano alcuni piccoli paesi – Castelletto, Suno, Gozzano, Pogno, San Maurizio d’Opaglio, Pella – in cui da decenni sanno fare molto bene una cosa: rubinetti. È una vocazione imprenditoriale che si trasmette secondo un copione che in molti qui riassumono più o meno così: nonno è partito da un magazzino, papà ha messo su un capannone, io adesso ho un’azienda.

L’azienda Nobili ha sede a Suno, in provincia di Novara, ed è tra le più rilevanti del distretto piemontese (Francesco Gaeta/il Post)

Le aziende di questo distretto sono poco più di ottanta, quasi tutte di famiglia, appunto. Producono rubinetti, miscelatori, docce e componenti idraulici per le case e gli alberghi di mezzo mondo, dagli Stati Uniti al Medio Oriente. Secondo la Fondazione Edison, nel 2023 (l’ultimo anno di cui si hanno dati) hanno avuto un fatturato aggregato di 2,3 miliardi, quasi un quinto dell’intero settore. Insieme a quello di Lumezzane (Brescia), il distretto piemontese ha portato negli anni i rubinetti italiani a essere molto apprezzati all’estero: per esportazioni di rubinetti (e di valvole) l’Italia è seconda solo alla Cina.

Proprio questa proiezione verso l’estero è diventata un fattore per le difficoltà del distretto, iniziate già ai tempi della guerra in Ucraina e che ora potrebbero proseguire con quella in Iran: dato il coinvolgimento di paesi come gli Emirati Arabi Uniti, l’Arabia Saudita e il Qatar, gli ordini e i progetti in corso sono sospesi.

Le aziende del distretto non sono tutte uguali. Ci sono Gessi, Fantini e Stella che sono ormai marchi del lusso, perché negli anni hanno chiamato architetti e designer a progettare rubinetti diventati oggetti da showroom. E altre come Paini, Paffoni e Nobili che hanno scelto una strada più da banco, come si dice in gergo, cioè una produzione da milioni di pezzi all’anno destinati agli idraulici che li vendono ai consumatori. Molte aziende lavorano anche in conto terzi, cioè forniscono i rubinetti a marchi noti: alla Franke, all’Ikea o a gruppi dell’arredamento di lusso, come l’azienda americana Waterworks. Nel complesso le persone che lavorano in questo settore nei paesi intorno alla statale 229 sono circa 11mila.

Le barre di ottone, la lega di rame e zinco che è la materia prima della rubinetteria. È preferito dalle aziende all’acciaio perché è più duttile e sostenibile, visto che gli scarti di lavorazione possono essere recuperati per lavorazioni successive (Francesco Gaeta/il Post)

Maurizio Bellosta, che guida l’azienda di famiglia ed è vicepresidente di AVR (Associazione italiana costruttori valvole e rubinetteria) spiega che «prima la guerra in Ucraina ha congelato il mercato russo, fatto da clienti con grandi capacità di spesa. Poi sono arrivati i dazi degli Stati Uniti. Ora la guerra in Medio Oriente sta rallentando la crescita immobiliare nei paesi coinvolti nel conflitto».

Il Medio Oriente è infatti un mercato che per questo settore è diventato sempre più importante. Nel primo semestre del 2025 l’Italia ha esportato in Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Qatar, Oman e Kuwait rubinetti (e valvole) per un valore di oltre 1,4 miliardi di euro. Erano destinati a hotel, strutture termali, residenze di pregio e ristrutturazioni di fascia alta.

Il reparto cromatura della Nobili: sono 11 le fasi produttive per dare vita a un rubinetto. La cromatura serve a dare brillantezza al pezzo e a proteggerlo dalla corrosione (Francesco Gaeta/il Post)

Insieme a sua sorella Francesca Paffoni guida l’azienda di famiglia, che per dimensioni è tra le più rilevanti del distretto. Dice che «il Medio Oriente è una fetta importante del nostro export, un’area su cui abbiamo lavorato a lungo per sostituire le commesse dell’Est Europa. Adesso i progetti si sono fermati».

Il blocco in quei paesi riguarda soprattutto gli alberghi di lusso. I clienti delle aziende di rubinetteria sono le società che curano la progettazione e l’esecuzione dei lavori e scelgono i fornitori, compresi quelli dei complementi di arredo. Federica Nobili è azionista e responsabile commerciale della Rubinetterie Stella, marchio fondato nel 1882. Dice che «il nostro intermediario sono gli architetti: una parte decisiva del lavoro consiste nel far conoscere i nostri prodotti a loro e ai progettisti delle catene alberghiere».

La Rubinetterie Stella rifornisce grandi alberghi come il Ritz di Parigi, il Gallia di Milano o La Palma di Capri. Tra i suoi collaboratori ci sono designer noti come Marco Piva, Angelo Mangiarotti, Norman Foster e Michele De Lucchi. Un suo rubinetto può arrivare a costare anche 1.600 euro. Nobili spiega che il costo è determinato non solo dal design e dai processi produttivi lunghi, ma anche dal fatto che un rubinetto è in ottone pieno (una lega di rame e zinco) e può pesare fino a 6 chili.

Rubinetti di questa fattura completano e «arricchiscono» un progetto architettonico: «Di un albergo i clienti ricordano i letti e gli arredi del bagno. Devono essere funzionali ma anche belli».

Rubinetti pronti per la fase di assemblaggio finale (Francesco Gaeta/il Post)

A pesare sull’economia del distretto piemontese non sono comunque soltanto le guerre. C’è anche un crescente aumento dei costi. Per anni una parte della rubinetteria italiana aveva esternalizzato in Cina gran parte della produzione: per i rubinetti meno pregiati si facevano là alcune lavorazioni, e in Italia arrivavano pezzi quasi finiti, da assemblare e rifinire. Oggi quel vantaggio di costo si è ridotto. Secondo alcuni produttori piemontesi, dall’inizio di quest’anno molti fornitori cinesi hanno deciso di incrementare i loro prezzi del 30 per cento senza nessun preavviso. Si deve al fatto che il costo della manodopera in Cina è salito, e anche il commercio marittimo è diventato più incerto e quindi più costoso. A questo si somma il rincaro dell’ottone: dal 2020 il suo prezzo è aumentato del 5 per cento all’anno è oggi supera in media gli 8 euro al chilo, il doppio rispetto a vent’anni fa.

Una delle macchine per la lavorazione (Francesco Gaeta/il Post)

Questo aumento dei costi sta spiazzando molte aziende del distretto, che oggi hanno intorno meno fornitori di un tempo: meno fonderie, meno tornerie, meno terzisti in grado di lucidare e cromare le parti a vista della rubinetteria. Esternalizzare queste operazioni sul territorio è diventato difficile perché negli ultimi vent’anni molte piccole imprese della filiera hanno chiuso, proprio per effetto della concorrenza dall’Asia. È una cosa che è avvenuta in molti altri distretti della manifattura italiana, tra cui il comparto tessile del Biellese, a pochi chilometri da qui.

Tutto ciò è problematico perché il processo di produzione di un rubinetto è piuttosto articolato, per arrivare al prodotto finito si passa per undici fasi diverse. L’ottone arriva in barre, ma a volte si preferisce partire dai panetti di rame e zinco, i due elementi della lega, e fonderli perché questo consente di dare forma a modelli più complessi dal punto di vista del design.

Il pezzo stampato viene poi lavato, pulito e smerigliato, e successivamente lucidato e cromato, infine rifinito, assemblato e testato. Alla Nobili, che con 25 milioni di pezzi prodotti ogni anno è una delle aziende più grosse, hanno scelto da anni di fare tutto al proprio interno. «È come avere undici fabbriche in una sola», dice Giorgio Nobili, responsabile del marketing e nipote del fondatore. «In questo modo siamo autonomi nel gestire i cicli di produzione, visto che i terzisti qui stanno sparendo».

Panetti di ottone, pronti per essere fusi e lavorati (Francesco Gaeta/il Post)

Per riuscirci la Nobili ha spinto molto sull’automazione del processo produttivo, che si nota a vista d’occhio entrando in fabbrica: c’è un operaio ogni otto macchine, la gran parte dei quali sono programmatori che le controllano. Alcune macchine sono in grado di continuare a lavorare per ore anche dopo che l’operaio ha finito il suo turno. Fare da soli richiede però investimenti cospicui, che molte aziende del settore non possono permettersi.