Volete sapere cosa mi accadde il 16 marzo 1978?

«Mentre si placavano il ronzio nelle orecchie, vidi lo squalo allontanarsi, percepii il sudore sul collo asciugarsi e mi figurai il boia disattivare la ghigliottina prendendo sotto il braccio il cesto che non avrebbe più contenuto la mia testa mozzata»

Il protagonista e narratore in una foto giovanile collocabile nel periodo narrato (archivio Marco Cassini)
Il protagonista e narratore in una foto giovanile collocabile nel periodo narrato (archivio Marco Cassini)
Marco Cassini
Marco Cassini

Ha fondato le case editrici SUR (nel 2011) e minimum fax (nel 1994). Dirige la Scuola del libro e, con Gianmario Pilo, il festival “La grande invasione” a Ivrea. Con Martina Testa ha curato l’antologia Burned Children of America (minimum fax 2001, Penguin 2003). La sua ultima traduzione è Fotografie del mondo perduto di Lawrence Ferlinghetti (2025).

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La mattina di giovedì 16 marzo del 1978, a due terzi del suo cammino, la Prima Repubblica si preparava ad affrontare uno dei suoi momenti più drammatici. In quegli stessi istanti un altro avvenimento – che la Storia non ha registrato – rischiò di incrinare anche la levigata superficie della mia carriera scolastica, ancora ai suoi primordi ma fino a quel momento fulgida, esemplare, incorrotta. Pochi giorni prima dell’equinozio di primavera, qualcosa rese indimenticabile l’anno della mia terza elementare (anch’esso, in quel momento, a due terzi del suo cammino), ed è questo il motivo fondamentale per cui ricordo benissimo quella data, che da allora è stampata nella mia memoria.

Questa storia inizia però con un flashback di ventiquattro ore, la mattina del 15 marzo.

Eravamo usciti di casa come al solito di fretta: il nostro attardarci aveva reso mia madre nervosa al punto che quella mattina, sul pianerottolo, in attesa di un ascensore perennemente occupato, le sentimmo pronunciare il più terribile improperio mai uscito dalla sua bocca, ancorché camuffato nel tardivo e, bisogna ammettere, ben congegnato eufemismo di «E che ca…ppio!» A distanza di mezzo secolo, quella frase ancora si usa nella mia famiglia quando qualcosa sta andando davvero irrimediabilmente storto.

Mia mamma lavorava quell’anno nella segreteria della scuola, delle cui chiavi era depositaria, motivo per il quale era necessario che lei fosse a scuola – e noi con lei – con un congruo anticipo rispetto alla prima campana. Quando l’aula e forse l’intero istituto erano ancora deserti, io posavo il piede sul satellite scolastico: un Neil Armstrong dell’istruzione obbligatoria.

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Entravo nello stanzone vuoto, appendevo il giacchetto primaverile come fosse la mia bandiera sul suolo lunare, toglievo dallo zaino i libri per sistemarli sul banco, e prendevo posto, seduto al centro del mio Mare della Tranquillità, fino al momento in cui sarebbe arrivata la seconda persona della classe a riempire quel vuoto interstellare. Così andava ogni mattina, dal giorno in cui mia madre era stata assunta alla segreteria del Sacro Cuore.

Quel 15 marzo, subito dopo il «che cappio!», conquistato l’ascensore e – nell’eterno tragitto fino al piano terra – nascosto sotto baffi ancora solo metaforici il fraterno sorriso complice tra me e mio fratello Dario per l’esclamazione ascoltata poco prima, quando ormai credevamo di averla scampata e potevamo dirigerci sereni verso la scuola, ecco la sorpresa.

Guardando mia madre guardare la macchina, la vidi avere un crollo di nervi, anche se a sette anni non avrei saputo descriverlo con questa sintesi. Osservai i suoi occhiali scenderle appena lungo il naso. Le cadde la borsa di mano. La vidi mettersi nei capelli la mano che aveva lasciato la presa della borsa. Mi girai verso la nostra macchina, e la vidi simmetricamente adagiata su quattro pilette di mattoni da costruzione, che sostituivano le ruote dell’utilitaria. A me sembrava anche una bella immagine, un esercizio di equilibrismo non da poco.

Ci misi un po’ a comprendere il senso di quel gruppo scultoreo: era indubbiamente la nostra macchina ma qualcosa non quadrava; anche il didascalico grido arrochito della signora Zollo affacciata a fumare già a quell’ora del mattino alla finestra del suo appartamento al piano terra

«v’hann’ futtut’e rrote, signò!»

(seguito da un accesso di tosse catarrosa che forse non sbagliammo a interpretare come un modo per nascondere una risata diabolica) non mi aiutò molto, perché il dialetto a casa mia era bandito: qualcuno ci aveva, appunto, rubato i – ma allora al Sacro Cuore ci insegnavano che si doveva dire gli – pneumatici.

La Fiat 127 azzurro cielo targata NA 885515 era stata compagna di mille avventure familiari e di lì a poco avrebbe ceduto il passo, consentendo alla nostra famiglia un upgrade automobilistico e sociale, a una modernissima 127 Top: un’auto dotata – come diceva, sciorinandone le caratteristiche a mo’ di radiocronista alle prese con una formazione appena scesa in campo, mio fratello Riccardo – di un avveniristico tettuccio apribile, poggiatesta di serie regolabili, lunotto termico, tappo del serbatoio con chiave, carrozzeria metallizzata e un’autoradio grazie a cui l’anno successivo avremmo cantato in coro a ripetizione l’album eponimo di Lucio Dalla.

Quell’auto ci avrebbe dato il lasciapassare verso la contemporaneità, abbandonando il limbo delle targhe fatte di soli numeri e facendoci accedere trionfalmente a un’epoca in cui le targhe avevano una lettera a precedere i numeri: NA E17427.

Ma adesso, nel marzo del 1978, e precisamente il 15 di quel mese, la nostra macchina era ancora la vecchia 127 azzurro cielo, non metallizzata, con sedili in vinile e senza tettuccio apribile, senza lunotto termico, senza autoradio. E, in quel preciso momento, senza nemmeno le ruote.

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Il portiere del palazzo ci suggerì, a parziale risarcimento morale, che il fato ci era sì decisamente avverso, ma nondimeno comune a quello dei proprietari degli appartamenti 4, 13 e 17 a nome dei quali si faceva, pur non autorizzato, portavoce per esprimere sentita solidarietà condominiale. E con questo erano quattro i furti di gomme tra gli occupanti i posti auto del nostro stesso civico solo nell’ultimo mese. Senza contare le altre decine che avevano funestato l’intero quartiere.

«Vabbuò signò» – concluse Tonino – «quelle di dietro erano lisce, le dovevate cambiare comunque. Tra una settimana è Pasqua, voi vi volevate fare il viaggio a Castel Volturno con quelle ruote?» E, quando ci allungò una schedina del Totocalcio della settimana precedente su cui aveva appuntato il numero del suo cugino gommista, qualche sospetto su chi potesse essere il mandante morale di quegli impuniti furti seriali avrebbe potuto iniziare a serpeggiare, se solo non avessimo avuto un’impellenza ben più importante: arrivare a scuola.

Il desiderio, o la volontà, di mia madre di non apparire debole e sconfitta agli occhi dei suoi figli e dei vicini di casa che ora si affacciavano più numerosi con rollare di serrande mattutine, corrispondeva specularmente alla mia incapacità di vedere il mio supereroe preferito vacillare. Mi concentrai quindi sui mattoni, mentre mia madre, coadiuvata dal parlamento di vicini, curiosi e passanti, raggiungeva una decisione storica: «Prendiamo un taxi!»

Nella cerchia ristretta della nostra famiglia, a quanto ne sapessi allora, nessuno aveva mai preso un taxi. Era roba da ricchi, da occasioni speciali, non certo un modo per raggiungere il posto di lavoro (per lei) o, per noi figli, la scuola. Il portiere si offrì di chiamarlo, forse per assumere un ruolo di comprimario all’interno di un aneddoto di cui certo si sarebbe parlato per settimane nel condominio (o chissà per guadagnare punti-fiducia quando si fosse trattato di scegliere il gommista cui affidare la riparazione del danno).

Alcuni dei protagonisti dei fatti in posa per la foto di carnevale dell’Istituto Sacro Cuore di Napoli. La data è 7 febbraio 1978 e niente ancora poteva far presagire gli eventi (archivio Vincenzo Guida)

A ogni modo, riuscimmo infine ad arrivare a scuola dentro questa auto gialla della quale, a distanza di quasi cinquant’anni, l’unico ricordo che conservo è un nauseabondo tanfo di fumo stantio, di cui erano intrisi i sedili. Le emozioni accumulate fino a quel punto della mattinata erano già parecchie, ma ebbero il loro apice nella scena che mi trovai di fronte entrando a scuola.

Quando Madre Romano, che mi aveva accompagnato alla porta della mia classe, dopo aver bussato con un tocco leggero di nocche, ne aprì uno spiraglio sufficiente a farmi entrare, vidi un mondo a me sconosciuto, inaccettabile. L’aula era la stessa di sempre, le finestre ampie che davano sugli eucalipti del giardino, col frr-frrr della brezza primaverile sulle veneziane verde-stinto; la cattedra sollevata sulla sua pedana, sovrastata dal crocifisso austero che a volte, quando lo fissavo durante le interrogazioni, mi sembrava sanguinare davvero; il cestino grigio-ministeriale accanto alla cattedra che conteneva già fazzolettini usati e trucioli di matite temperate e fogli appallottolati altrui.

Tutto aveva un aspetto familiare, eppure per colpa del mio ritardo tutto era diverso, irreale, inconcepibile: i banchi erano abitati, pieni di persone e di cose; ovunque era pieno di libri, cartelle e zaini; righelli, squadre e goniometri; gomme da cancellare bicolori o ottagonali; confezioni di pastelli Giotto, evidenziatori fluorescenti, astucci con la zip lungo il margine; barattoli metallici di coccoina prodiga di esalazioni inebrianti e fogli da disegno Fabriano A4; soprattutto: sedie che scricchiolavano sotto il peso di persone gravitanti nello spazio che, fino a quel giorno, ogni mattina ero sempre stato io il primo a occupare e che ora mi era stato usurpato. Il mio piccolo passo era stato già percorso da tutta l’umanità. Tutto per colpa di quel furto di ruote a causa del quale io, mia madre e mio fratello avevamo dovuto – che cappio! – prendere un taxi dai sedili puzzolenti…

Al ricordo di quel tanfo, qualcosa mi si era mosso nello stomaco e avevo dovuto raggiungere in due salti il cestino grigio per eruttare nel suo centro esatto, con precisione millimetrica, un fiotto di vomito.

Mi misi a piangere e non sapendo cosa fosse quel dolore che mi attanagliava sussurrai all’orecchio di Madre Romano, che ancora non aveva richiuso la porta dell’aula, che avevo mal di pancia; lei mi disse che mi avrebbe accompagnato in infermeria al secondo piano, ma io le chiesi di poter salire al terzo, da mia madre.

Seduto accanto a lei, un po’ alla volta mi ripresi e la nausea mi passò. Aspettai il cambio dell’ora, e poi di quella successiva, finché mia madre mi concesse l’onore più ambito, supremo, di suonare il campanaccio bronzeo pesantissimo, simbolo del potere temporale, con cui all’Istituto Sacro Cuore di Napoli veniva segnalato manualmente – e a costo di grandi sforzi d’avambraccio da parte del campanaro di turno – l’inizio della ricreazione.

E così, dato il segnale, scesi al piano di mia competenza, e mentre tutta la scolaresca sfrecciava verso il cortile per l’intervallo, io sfidai la corrente umana in senso contrario e mi sedetti al mio posto per ricomporre il mondo come lo conoscevo.

Ora nell’aula c’ero di nuovo solo io, e potevo veder rifluire il tempo e l’ordine delle cose della vita come erano sempre state: io seduto al mio posto e loro che allo scampanellio successivo di fine ricreazione sarebbero entrati trovandomi lì, seduto al mio posto, solo a presidiare la fortezza. Il mondo ricominciava ad assomigliare a come doveva essere.

Era il 15 marzo del 1978.

Forse fu a causa di quella sequenza di eventi disorientanti che, nel recuperare da qualche compagno le informazioni salienti sulla parte di giornata alla quale ero mancato, dovevo aver segnato male sul diario i compiti assegnatici per l’indomani (una poesia da imparare a memoria). E fu questo piccolo incidente che il giorno successivo alla seconda ora avrebbe messo a repentaglio la mia carriera scolastica.

All’inizio della seconda ora di lezione di giovedì 16 marzo, dunque, dopo Religione con Madre Chines, iniziava Italiano con Madre Pennarola.

La suora, che dell’Istituto Sacro Cuore di Napoli in quegli anni ricopriva anche il ruolo di preside, mi portava in palmo di mano. Effettivamente ero bravo: vuoi per propensione naturale alla secchionaggine, vuoi per la semplice impossibilità che io fossi meno che eccellente, giacché mia mamma era stata assunta dalla scuola proprio per un atto di generosità – così narrano le leggende familiari – di quella medesima mia insegnante di Italiano, impietosita dal suo stato di vedova con quattro figli a carico.

Convinto com’ero che il protrarsi del contratto di lavoro di mia madre dipendesse dai miei risultati scolastici, il giudizio della suora pendeva come una ghigliottina sulla mia testa e su quella dei miei cari: erano dunque le mie doti di allievo modello, evidentemente, a fermare la mano del boia.

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La verifica dei compiti da parte dell’insegnante consisteva nel far recitare a memoria la poesia a ciascun componente la classe, in ordine di banco dal primo a sinistra della prima fila, con andamento bustrofedico, fino all’ultimo a destra al vertice opposto dell’aula: la geometria della nostra classe era composta da tre file di dodici banchi ciascuna. Io sedevo al posto centrale della fila centrale, spartiacque umano tra due metà della classe.

Quando la litania iniziò dalla prima casella di questa scacchiera, compiansi immediatamente la povera Lizzy Cataldi, per aver declamato un verso che evidentemente non apparteneva alla poesia giusta. Repressi il mio moto di dileggio sorprendendomi nel constatare che Madre Pennarola non solo non interrompeva il flusso cantilenante della mia compagna, ma seguiva il ritmo dondolando appena la testa con gli occhi socchiusi e ripeteva a fior di labbra le parole per aiutare mentalmente Lizzy a sbloccarsi laddove il suo incedere perdeva sicurezza.

Quando la poesia ricominciò con la voce della seconda interrogata, Maria Grazia Mazzeo, iniziai ad agitarmi e chiesi lumi al mio compagno di banco Lello Bile, indicandogli il diario che avevo freneticamente sfogliato e su cui era indicato il numero di pagina della poesia da imparare. Lui senza scomporsi aprì il suo diario e mi indicò con occhi spiritati, intuendo il mio tragico errore, il numero di pagina che aveva appuntato, e che era diverso dal mio.

Era ormai chiaro che avevo imparato a memoria il sonetto sbagliato.

Mi feci un rapido calcolo per capire quanto tempo avrei impiegato per memorizzare il componimento che tutti gli altri avevano già studiato. Mi sarei fatto aiutare, pensavo, dalla ripetizione ad alta voce della quindicina di compagni che mi precedevano ma mi accorsi che in realtà quel rumore di fondo disturbava il mio apprendimento. Come nei film in cui la tensione è rappresentata dal conto alla rovescia di una bomba a orologeria, col timer rosso che scandisce tutta la drammaticità della trama, anche la mia vita era in pericolo.

La lama mortale azionata da Madre Pennarola mi avrebbe decapitato facendo rotolare nell’apposito cesto la mia testa recisa, mostrando a tutto il mondo quanto fosse ridicolo, anche separato dal resto del corpo, il mio taglio di capelli.

Quello che più di tutto mi terrorizzava, però, era l’insufficienza, che stava per imbrattare il mio curriculum scolastico immacolato e determinare il licenziamento immediato di mia madre, con conseguenze sinistre per la famiglia.

L’ansia saliva in un crescendo di agitazione che mi riportava nello stomaco sensazioni simili a quelle del giorno precedente. E il sudore che sentivo sul collo non era dettato dalla primavera.

Mi ripetevo in testa i versi, forse ormai possedevo bene i primi tre, che confrontavo con quelli declamati ad alta voce intorno a me. Ne mancavano ancora altri undici, non ce l’avrei mai fatta. Mi veniva da piangere e davo la colpa ai ladri di pneumatici, al tassista fumatore, al mio barbiere Benito, alla risata satanica della signora Zollo, al cugino gommista del portiere: il mondo mi odiava e si era coalizzato contro di me, io avevo solo sette anni e come potevo cavarmela contro tutta questa umanità ostile?

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Guardavo l’orologio sulla parete ma solo per rendermi conto che le 9 appena passate di quel 16 marzo 1978 erano ancora troppo lontane dalla fine dell’ora e che in nessun modo l’eco della campana suonata da mia madre due piani più su mi avrebbe potuto salvare.

L’interrogazione si avvicinava sempre più alla sua vittima designata, io, come nel mio incubo ricorrente faceva lo squalo del film di Spielberg che avevo visto all’arena estiva di Castel Volturno l’estate precedente e che mi riproponeva in testa la sua angosciosa musichina indicando l’approssimarsi del dentuto predatore.

Mi sembrava di dover improvvisamente andare in bagno, e al tempo stesso sentivo un ronzio nelle orecchie, dove il battito del cuore impazzito si manifestava con quel suo ritmo che a me faceva sempre pensare ai passi cadenzati di un battaglione militare che mi fronteggia minaccioso. Nel frattempo il sonetto mi dava la nausea, avevo conquistato altri tre versi, che mi sembrava di padroneggiare, ma ancora non ero nemmeno al giro di boa della seconda quartina. Forse avrei potuto oppormi all’inesorabile scorrere del tempo se avessi prolungato a dismisura la recitazione, scandendo con pause teatrali ognuna della undici sillabe di ognuno dei versi che adesso conoscevo, come nella storiella di Achille e la tartaruga che avevamo appreso pochi giorni prima dall’insegnante di matematica per capire meglio le frazioni. Intanto mancavano ormai solo altre tre declamazioni prima che il mio fato si compisse e in quei pochi secondi dovevo decidere quale strategia adottare: se ammettere l’errore determinando il crollo di ogni mio principio morale e il possibile licenziamento di mia madre, ma forse meritando la clemenza del plotone monacale di esecuzione; o se invece tentare il tutto per tutto col rischio di fare peggio. In pratica non avevo scampo, la mia giovane vita era ormai giunta al suo capolinea e non potevo far altro che consegnarmi al Destino.

E il Destino si manifestò nuovamente sotto le sembianze nerovestite di Madre Romano che questa volta spalancò la porta senza annunciarsi, spalancando simultaneamente anche la bocca in un grido soffocato per annunciare alla madre superiora intenta a interrogarci:

«Hanno rapito Aldo Moro! C’è stato un agguato delle…»

e pronunciò qualche altra parola che non capimmo, intenti come eravamo a interpretare cosa avesse detto: mi ricordo che Lello si girò verso di me chiedendomi stupito:

«Che?! Hanno rapito una suora?»

Madre Pennarola batté un paio di volte la mano aperta sulla cattedra per ottenere silenzio e, facendo un impercettibile gesto ninja rivolto alla vicepreside, disse stentorea:

«Madre Romano vi darà un gettone ciascuno per fare una telefonata, così i vostri genitori potranno venire a prendervi in anticipo».

Mentre si placavano il ronzio e la marcia dell’esercito nelle orecchie, vidi lo squalo allontanarsi e percepii il sudore sul collo asciugarsi, non sentii più il bisogno di fare pipì, e mi figurai il boia disattivare la ghigliottina prendendo sotto il braccio il cesto che non avrebbe più contenuto la mia testa mozzata.

Alzai la mano e, quando un cenno del mento della preside mi concesse la parola, trovai lo stratagemma per evitare che, nell’attesa dei gettoni telefonici, potesse malauguratamente riprendere l’interrogazione: memore dell’aver riparato appena ventiquattro ore prima verso la postazione di mia madre, mi alzai in piedi e dissi con il più angelico dei toni, confortato dal mio altrettanto angelico caschetto biondo a cui in quel momento ero immensamente grato, dissi:

«Madre, sono certo che in un momento drammatico come questo mia mamma mi vorrebbe accanto a sé. Ho il permesso di raggiungerla al terzo piano?»

Anche se non avevo capito chi fossero e perché avessero quello strano nome, mentre mi arrampicavo – ancora ansimante per il pericolo appena schivato – sulla doppia rampa regale che mi permetteva di trovare nuovamente rifugio presso la scrivania di mia madre, quella mattina del 16 marzo 1978 ringraziai cento volte in cuor mio per avermi salvato dal rischio di ricevere una prima infame insufficienza sul registro di classe, quelle misteriose, generose, tempestive figure menzionate poco prima da Madre Romano, le «obbligate rosse».

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