A tutti noi che disegniamo da schifo

«La ragione della mia e della vostra incapacità di disegnare è nitida. E c’è un test infallibile per capire se il problema è proprio quello (ma io mi rifiuto di farlo, perché sono fuori scala nella mia inettitudine)»

Roberto Morelli
Roberto Morelli

È nato a Trieste nel 1964, si spartisce tra il giornalismo (già con il Corriere della Sera, poi con quotidiani e tv del Nordest), la saggistica (recentemente con Laterza) e il ruolo di dirigente d’azienda (illycaffè, Trieste Convention Center).

Mettiamola così. Non conosco nessuno, ma proprio nessuno, che disegni peggio di me. Sono semplicemente negato. Me la posso cavare con un disegno geometrico, ché le linee diritte e le misure precise mi danno un appiglio, un punto di riferimento a cui ancorare la mia matita. Quando nei giornali si disegnavano a mano i menabò, cioè i progetti grafici delle pagine, ero piuttosto bravo, avevo un ottimo senso per gli spazi e le forme, e i colleghi mi chiedevano spesso una mano. Adoravo l’architettura grafica di Repubblica anni Novanta, quella in cui la prima e l’ultima colonna di un articolo avevano sempre la stessa misura e altezza. Ma a mano libera, sono un disastro.

Non so da dove cominciare. La gomma per cancellare mi salva dall’imbarazzo fin dai primi tratti, non riesco a rappresentare neppure sommariamente quel che vorrei. Mi paralizzo. Mentre guardo Beatrice, che ha cinque anni e mi ha sfidato, disegnare disinvolta, il pennarello che viaggia sicuro, le figure che prendono forma, io ho la mano impietrita dall’inettitudine. E che te ne frega, mi si potrebbe dire. Devi disegnare per lavoro? No. Non lo sai fare e quindi di sicuro non ti ci metti nel tempo libero, giusto? Dov’è il problema?

Il problema è che io non mi arrendo. Non mi arrendo a cercar di capire – a 62 anni – perché sono così, perché lo sono sempre stato, perché ho una passione per le penne e la mia vita è la scrittura, ma il disegno la mia vergogna. Una vergogna di lunga data, con qualche piccolo trauma che ogni tanto riaffiora. Come quando l’insegnante delle medie, abituata a darmi dieci a ogni tema in classe, guardò con orrore il mio misero tentativo di rappresentare un panorama e mi disse solo: «Mi cadono le braccia».

Da allora non sono migliorato, ma mi sono messo alla ricerca. La prima, superficiale scoperta è stata sconfortante. Si stima che il 99,99 per cento della popolazione mondiale sia in grado di riprodurre le forme più semplici. Alzando l’asticella, i numeri cambiano. Sostiene un sondaggio che il 13 per cento della popolazione degli Stati Uniti si diletti a disegnare e che la gran parte di chi non lo fa sarebbe comunque in grado di farlo. Sicché è stimabile che il “mio” problema, cioè la totale assenza delle competenze di base nel disegno, riguardi comunque molte decine di milioni di persone nel mondo.

Ancor più interessante è stato scoprire che la dissociazione creativa da cui mi sento affetto non è per nulla rara perché chi è creativo nell’uso delle parole può essere incapace nelle raffigurazioni, mentre è meno frequente il contrario. Ancor più potrà stupire che quest’incapacità (quantomeno percepita e dichiarata come tale) riguardi anche fumettisti e illustratori molto noti. Marjane Satrapi, regista, sceneggiatrice e fumettista iraniana-francese, autrice e poi regista del film d’animazione Persepolis, candidato agli Oscar nel 2008, la esprime in forma di duplice negazione: «Scrivo quel che non so disegnare e disegno quel che non so scrivere». L’autore e sceneggiatore di fumetti americano Matthew Rosenberg, che scrive per la Marvel e la DC (X-Men, Spider-Man, Joker), racconta di essersi dedicato alla scrittura dei testi poiché non era capace di illustrarli: «Ho voluto scrivere perché non so minimamente disegnare».

Persino Lewis Carroll avrebbe voluto disegnare, e ci provò. Tentò di illustrare Le avventure di Alice nel paese delle meraviglie con 37 disegni eppure fallì, nonostante i talenti non gli mancassero (oltre che prete anglicano fu scrittore, poeta, fotografo, matematico). Le sue illustrazioni non erano all’altezza di una pubblicazione e così, nel 1865, l’editore decise di affidarsi al grande illustratore John Tenniel, a cui si deve l’Alice che noi conosciamo.

Lewis Carroll disegna il personaggio di Alice (a sinistra) e la vera Alice Liddell (a destra). (Via Public Domain Review)

Purtroppo l’incapacità comune non è un mezzo gaudio, tutt’altro. L’essere in buona compagnia non cambia le cose e soprattutto non mi dà una spiegazione. Per fortuna, rovistando tra studi scientifici, ho fatto una terza scoperta che sembra condurre al cuore del problema. Non esiste “una” creatività. Non è che l’attitudine generativa zampilli tra molteplici estri in ogni singola persona. Anzi, la creatività e il modo in cui si dirama in ciascuno sono parte della meravigliosa diversità dell’universo. Spiritus ubi vult spirat, il vento soffia dove vuole: la citazione è biblica ma si laicizza nella quotidianità. Tra il cavarsela nella scrittura e con le parole (creatività linguistica) ed essere negati nel disegno (creatività visuale-spaziale) non c’è alcuna contraddizione. È persino probabile che ciò accada.

Quella che a me appare come una frustrante incoerenza, sembra essere infatti una specializzazione del cervello. La spiegazione, che oggi è universalmente accettata, deve molto a Betty Edwards, autrice ormai quasi centenaria (è nata il 19 aprile 1926) di Drawing on the Right Side of the Brain, il maggiore bestseller in materia, pubblicato nel 1979. A lungo docente dell’università della California a Long Beach, Edwards ricondusse l’attitudine al disegno alla differenza tra gli emisferi destro e sinistro del cervello, rispettivamente intuitivo e razionale, una categorizzazione superata dagli studi successivi, ma in qualche misura anticipatrice della nozione ormai consolidata secondo cui il nostro cervello percepisce ed elabora la realtà in due modi: l’uno verbale e analitico (la parola, la scrittura), l’altro visuale e percettivo (il disegno).

Chi disegna bene, seguendo questa teoria, ha quattro capacità distinte:

  1. percepisce le proporzioni e le relazioni di spazio;
  2. inibisce i concetti e guarda a linee e curve (non disegna un tavolo, ma quel tavolo);
  3. controlla accuratamente il gesto della mano;
  4. traduce ciò che vede in un segno grafico.

È una catena neurocognitiva completamente diversa da quella della scrittura. Le persone “linguistiche”, e più in generale chi non disegna bene, seguono un altro percorso:

  1. categorizzano rapidamente e costruiscono significati;
  2. sintetizzano;
  3. astraggono;

In altre parole trasformano immediatamente ciò che vedono in concetto, invece di rappresentarlo come appare. Interpretano e simbolizzano le forme anziché “vederle”, e così le perdono.

Da appassionato di filosofia, mi sono consolato. La spiegazione sarebbe infatti piaciuta a Platone: io, e gli scarabocchiatori sfigati come me, passiamo rapidamente dal tavolo – senza star lì a studiarne le linee – all’idea di tavolo. Un’idea che forse sarebbe piaciuta pure ad Aristotele: è in virtù della forma (il concetto di tavolo, quello a cui salto subito io e quelli come me) che la materia (il legno di cui è fatto) è qualcosa di definito. Ma ancor più mi ha consolato ChatGPT, che trova sempre il modo di dirti quel che vorresti sentire: «L’adulto colto disegna male perché pensa troppo bene».

La ragione della mia e della vostra incapacità di disegnare ne esce in ogni caso nitida. Io e voi che siete come me non guardiamo la realtà nelle sue linee e nelle sue curve, ma la inscatoliamo in concetti, forse rassicuranti: non osserviamo veramente, ma saltiamo alle conclusioni. E così siamo incapaci di rappresentarlo.

C’è un test che dicono infallibile per capire se segui un approccio concettuale (io mi rifiuto di farlo, perché mi ritengo fuori scala nella mia inettitudine): se il disegnatore scarso prova a copiare una fotografia, supponiamo di una bicicletta, il risultato sarà scarso; se invece rovescia la fotografia e disegna la bicicletta capovolta, il risultato sarà molto migliore. La ragione è che di fronte all’immagine rovesciata non riesce più a saltare al concetto e deve concentrarsi sulle forme: la bici rovesciata non è un oggetto noto, non ha significato, è solo un insieme di linee e curve, non è nulla. Per me una bici è una bici. Per un disegnatore è l’insieme di segni da raffigurare, la peculiare configurazione di tratti che compongono la meraviglia del mondo. Come lo invidio.

Lo stesso accade senza foto. Chiedete all’incapace di disegnare un occhio, e lui traccerà una mandorla simmetrica: iride centrata, contorni netti. Ma in un occhio vero il bordo superiore è più pesante, l’iride è in parte coperta, la mandorla è irregolare, la forma è nel suo insieme asimmetrica. Il disegnatore lo vede veramente e, in un certo senso, disobbedisce all’idea a priori che se ne è fatto il cervello. Chiaro che ChatGPT mi ha detto una bugia: non penso affatto bene, penso in modo più rigido.

Per fortuna parrebbe che questo modo di guardare, e quindi di disegnare, possa essere appreso, e che anche il peggior caprone possa diventare un disegnatore accettabile. Su questo concordano ChatGPT, Betty Edwards e molti altri studiosi del campo. È questione di allenamento, pazienza, capacità di dissociarsi dai concetti interpretati, dall’ansia di categorizzare tutto subito per non farsi spaventare dall’infinita varietà del mondo.

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