In guerra mandiamoci i vecchi
«È una proposta di semplice attuazione. Si tratta di eliminare il limite di età per l’arruolamento così da evitare che noi boomer – spesso precocemente e a volte pure lautamente pensionati – si sia di peso e non di beneficio ai nostri figli e nipoti, oltre che al Paese»

Mi ero iscritto, alla fine, ma con un certo imbarazzo. Sarei stato il più vecchio della palestra: sessantotto anni. Mi sbagliavo. Ho trovato persone che hanno anche dieci anni più di me. E non li dimostrano. Ce ne sono che stanno un’ora e più sul tapis roulant alla velocità media di una marcia militare. E sollevano manubri di dieci chili con le alzate laterali, e 30-40 col bilanciere. Per dare un’idea, un FGM 148 Javelin, completo di missile anticarro, pesa una ventina di chili.
All’inizio di quest’anno il ministro della Difesa Guido Crosetto ha riaperto il dibattito sul ripristino della leva, proponendo la creazione di una riserva di diecimila uomini, e quindi si è molto discusso attorno all’obbligatorietà, alla volontarietà, alla durata del servizio. Ma la possibilità di ampliare il bacino di reclutamento includendo gli anziani in buona salute, senza limiti di età, è stata del tutto ignorata benché le ragioni per prenderla quanto meno in considerazione siano sotto gli occhi di tutti: i giovani scarseggiano, i vecchi abbondano. Il sistema pensionistico rischia il collasso, mentre gli anziani sono tanti, stanno sempre meglio e vivono più a lungo.
In Italia (dati Istat 2024), il 23,3 per cento delle persone tra 65 e 74 anni pratica qualche attività sportiva. Dopo i 75 anni, continua a fare sport un notevole 8,1 per cento. Si tratta di 2,7 milioni di donne e uomini. Anche effettuando la più severa delle selezioni, difficile immaginare che da una tale moltitudine non saltino fuori diecimila anziani in grado di andare a comporre l’auspicata riserva. E se anche fossero solo mille, corrisponderebbero a mille giovani restituiti al lavoro, alla procreazione, al futuro, in cambio di altrettanti vecchi sottratti ai manubri e al bench press, che poi sarebbe la panca.
Più che forza fisica la guerra moderna – droni, comunicazioni, cyberwarfare – richiede competenze tecniche, coordinamento, specializzazione. Il fatto che negli ultimi tempi la guerra pare tornata all’antico, alle trincee e ai massacri, dà ulteriore forza alle ragioni etiche ed economiche della modesta proposta che andiamo a illustrare per evitare che noi boomer – spesso precocemente e a volte pure lautamente pensionati – si sia di peso e non di beneficio ai nostri figli e nipoti, oltre che al Paese.
È una proposta di semplice attuazione. Si tratta di eliminare il limite di età per l’arruolamento e mantenere il solo limite dell’idoneità fisica. Quindi, individuare diversi livelli di idoneità abbinandoli ai compiti e alle mansioni. Come per la leva ordinaria, la questione più delicata è quella dell’obbligatorietà o della volontarietà del servizio. Fronte sul quale andrà adottato un criterio speciale: prestazione volontaria, ma visita medica obbligatoria. Meccanismo che avrebbe, tra l’altro, benefici sulla salute pubblica – quanti malanni potrebbe prevenire uno screening di massa di tutta la popolazione ultrasessantacinquenne? – e anche sulla gestione della cosa pubblica. Con che faccia potrebbe proporsi come rappresentante del Paese uno che, pur avendone la possibilità, non contribuisce alla salvaguardia delle giovani generazioni, le migliori risorse del Paese?
Le ragioni tecniche e demografiche dell’eliminazione dei limiti di età per l’arruolamento erano già tutte presenti un quarto di secolo fa, ma non si è fatto nulla. Con la fine dell’Urss e della Guerra Fredda ci si era illusi che non esistesse più il problema di difendere i confini nazionali ed europei. Le guerre erano lontane e il nemico altrove: in Afghanistan, in Iraq, in Somalia. Non servivano più masse di soldati, ma avanguardie di specialisti selezionati per agire all’estero. Così abbiamo archiviato, era il 2004, l’idea della difesa di massa e quindi la leva obbligatoria. Una decina di anni dopo, con l’occupazione della Crimea, abbiamo cominciato a sospettare d’esserci sbagliati. L’aggressione all’Ucraina ce ne ha dato la certezza.
«Bisogna tornare a prepararsi per il peggiore scenario possibile». Crosetto ha motivato così la necessità di adeguarci «a scenari di guerra prolungata». In questa prospettiva negli Stati più esposti si è cominciato a prendere in considerazione l’arruolamento degli anziani. La Finlandia ha deciso di alzare l’età dei riservisti fino a 65 anni; in Ucraina sono stati segnalati casi di ultrasessantacinquenni in prima linea. Invece, nella riserva di diecimila soldati ipotizzata da Crosetto, l’età massima sarebbe cinquant’anni. E il servizio militare obbligatorio proposto dalla Lega prevede il reclutamento di giovani fino ai ventisei anni, non uno di più. Cioè gli stessi che sarebbero richiamati se la guerra scoppiasse davvero perché, ricordiamolo, nel 2004 il servizio militare obbligatorio è stato sospeso, non abolito.
Il soldato Bordin in La Grande Guerra di Mario Monicelli, 1959
La confusa situazione internazionale non consente di fare previsioni sul destino dei riservisti. Potrebbero appassirsi imbelli e annoiati come il tenente Drogo nel Fortezza Bastiani del Deserto dei tartari di Buzzati o all’opposto trovarsi a combattere una “guerra d’attrito”, come abbiamo imparato a chiamare la guerra d’Ucraina dopo il massacro di Bakhmut. Quando l’inimmaginabile è diventato immaginabile.
Immaginiamo, allora, che la Russia invada l’Estonia, che scatti l’articolo 5 della Nato e l’Italia debba inviare un suo contingente. E che questo contingente si trovi a dover difendere una linea, una posizione. Guerra d’attrito, perdite enormi. Si tratterà, allora, di decidere chi sacrificare. Non disponendo, come Putin, di proletari siberiani, di avanzi di galera e nemmeno, come il generale Cadorna, di fanti sardignoli da mandare al macello, il governo e gli stati maggiori dovranno seguire il codice non scritto delle guerre d’attrito: far cadere il peso sulle periferie, sui poveri. Magari con l’incentivo di una paghetta. È qua che la proposta chiama in causa i boomer, a cui mi pregio di appartenere.
Ha l’ambizione di essere una proposta, come si dice, bipartisan. Si può ritenere che noi, la generazione più fortunata della Storia, ci siamo comportati malissimo verso le generazioni future e considerare doveroso un risarcimento, finché siamo in tempo. Oppure lo si può negare – si può addirittura negare il cambiamento climatico – affermando che ciò che conta è restituire alla Nazione l’antica grandezza. E dunque, difendere la Patria. Ebbene, la nostra modesta proposta tiene conto di entrambi questi opposti punti di vista. Mette assieme il Viva la muerte e il Riprendiamoci la vita. Il risarcimento, infatti, coincide con la difesa della Patria.
All’atto dell’arruolamento, i riservisti dovranno dichiarare se sono disposti a partire per i fronti di guerra ad alto rischio di morte. Per gli invii al fronte andrà definita una graduatoria seguendo il criterio più funzionale al benessere delle generazioni future: ordine decrescente in base all’ammontare della pensione. Immaginando perdite analoghe a quelle stimate per la guerra d’Ucraina – 600mila morti secondo l’ultimo rapporto del Center for Strategic and International Studies – nel giro di un paio d’anni si arriverebbe all’eliminazione di tutti o quasi i pensionati over 5 mila euro mensili con un rilevante risparmio per le casse previdenziali: si parla di 350-400mila soggetti – meno del 3 per cento del totale dei pensionati – che si accaparrano il 10 per cento della spesa pensionistica annuale.
Per incentivare le adesioni – e rendere plasticamente evidente la finalità di tutela delle future generazioni – si dovrà poi riconoscere ai volontari il diritto di sostituirsi – indicandoli nominativamente – a giovani richiamati al fronte. Prevedendo, nel caso in cui il giovane richiamato sia stato assegnato a mansioni tanto impegnative da essere impossibili per un solo anziano, che la sostituzione possa essere effettuata da due anziani, per esempio dal nonno e dalla nonna.
La proposta riforma avrebbe anche ricadute positive sui costi sociali e umani differiti della guerra – invalidità permanenti, perdita totale della capacità lavorativa – per due ordini di ragioni. In primo luogo, perché la stessa offesa che lascia invalido un giovane, spesso è fatale per un anziano. Pertanto, il rapporto morti/feriti dovrebbe crescere significativamente a favore dei primi con i conseguenti risparmi per la Sanità pubblica. Poca roba, comunque, rispetto all’abissale differenza di durata nell’erogazione delle pensioni di invalidità.
Se mandassimo i nostri giovani in prima linea, ci troveremmo a riprodurre qualcosa di simile alle pensioni baby, con la sola differenza che a beneficiarne non sarebbero dei boomer giovanissimi, come negli anni Settanta e Ottanta del XX secolo, ma i loro figli mutilati nel terzo decennio del XXI. Per rendere perfetto il riequilibrio sarebbe opportuno prevedere che in caso di guerra d’attrito prolungata, concluso lo sterminio dei titolari di pensioni superiori ai 5 mila euro, vengano destinati al sacrificio i pensionati baby, già costati una cifra tra i 110 e i 150 miliardi, che ancora gravano sulla spesa pensionistica per 3 miliardi l’anno.
Sappia la politica che l’opinione pubblica è pronta. Secondo il Future Risks Report 2025, che analizza le paure più percepite a livello mondiale, sono gli italiani a essere più preoccupati di un collasso del sistema previdenziale (92% a fronte di una media globale dell’80%) e di quello sanitario (84% vs 74%). Tra i giovani, poi, enorme è la preoccupazione per la casa. La scomparsa dei pensionati ricchi, quasi tutti residenti in appartamenti di proprietà, produrrebbe un repentino aumento dell’offerta immobiliare col conseguente calo dei prezzi.
L’idea di poter sacrificare delle vite umane in nome della sostenibilità è inoltre ampiamente diffusa e accettata: il fatto che nel Mediterraneo negli ultimi vent’anni siano morte annegate più di cinquantamila persone non ha prodotto alcun effetto negativo sul turismo balneare. Al contrario, il valore delle prorogate concessioni è cresciuto. Ricordiamo che proprio quest’anno ricorre il trentesimo anniversario del cosiddetto “naufragio di Natale” (1996): più di 300 morti, all’epoca la più grave sciagura navale del Mediterraneo dalla fine della Seconda guerra mondiale, ignorata, se non addirittura nascosta, da un governo di centrosinistra.
Ignorata come la recentissima strage causata dal ciclone Harry: un migliaio di vittime tra il 14 e il 21 gennaio, secondo le stime della Ong Mediterranea. Ma niente. Un’indifferenza che ha suscitato sorpresa. In Germania. Ecco cosa ha scritto Michael Braun sul Die Tageszeitung (articolo ripreso da Internazionale):
«L’opinione pubblica italiana ha continuato a girarsi dall’altra parte. Sono passati sotto silenzio anche i cadaveri ritrovati sulle spiagge. Il 18 febbraio l’edizione cartacea di Repubblica non faceva cenno del morto trovato a Tropea. Il Corriere della Sera gli dedicava un trafiletto a pagina 23. Nemmeno una parola nei telegiornali. Ecco un altro modo per affrontare le stragi nel Mediterraneo: ignorarle».
E proprio in questi giorni il governo di centrodestra in carica ha ribadito che, in presenza di una pressione migratoria insostenibile, le navi di salvataggio devono tenersi alla larga, come peraltro fecero a Cutro il 26 febbraio 2023, producendo così 94 morti, tra i quali 34 minori.
Con la nostra proposta di riforma non si tratta solo di lasciar morire donne e bambini africani o asiatici. Si tratta di andare a morire. E lasciare il mondo – sia pure dopo un’esistenza lunga, sana e agiata, e ricevendo come contropartita la riconoscenza eterna di figli e nipoti – è comunque un fatto sgradevole. Per questa ragione sono legittimati ad avanzare la proposta solo quanti hanno i requisiti per il sacrificio e si impegnino – come faccio qui e ora – a fare domanda d’arruolamento nella riserva e, in caso di necessità, nei battaglioni dei volontari della morte.
Esaminando i dati disponibili della legislatura in corso, si ricava che 58 senatori hanno tra i sessanta e i sessantanove anni e 21 più di settant’anni, mentre i deputati della prima fascia sono 75 e della seconda 24. Le fasce non coincidono esattamente con l’arco di tempo della venuta al mondo dei boomer (1946-1964), ma si può prudentemente affermare che nel Parlamento in carica i legittimati al sacrificio siano tra i 150 e i 170. Per presentare la proposta di riforma ne basta uno. A meno che il governo non la faccia propria, traducendola in un disegno di legge.
Sarebbe la strada maestra. I boomer sono un quarto del totale dei parlamentari, ma sono due terzi del totale dei ministri. E che ministri! Esteri, Difesa, Interni, Giustizia. Se alla guida dell’esecutivo non ci fosse Giorgia Meloni, e all’economia Giorgetti (che non è un boomer per un soffio), saremmo in presenza del governo dei boomer.
La questione è delicatissima perché saremmo anche in presenza di un disegno di legge che potenzialmente manda a morire i suoi presentatori. I quali – in caso di guerra d’attrito – potrebbero scamparla solo per certificata inidoneità fisica. L’alternativa sarebbe una pubblica confessione di egoismo e di ignavia. Impensabile.
A far sperare che la riforma venga comunque fatta propria dal governo, c’è anche l’evidenza di un suo legame di continuità con alcune delle battaglie politiche care ai suoi ministri più autorevoli: come Guido Crosetto, per competenza e professione; Eugenia Roccella che, sostituendosi a un giovane soldato, magari un nipote, darebbe una dimostrazione luminosa della volontà di difendere la famiglia tradizionale; Giuseppe Valditara che, sacrificandosi per i suoi studenti, con una sola mossa rimetterebbe al centro della didattica la storia dell’Occidente, la cultura classica, il latino: «Memento audere semper»; Roberto Calderoli che, grazie all’avvio del risanamento del sistema pensionistico, avrebbe una straordinaria opportunità per onorare, sia pure in forma postuma, l’impegno di cancellare la legge Fornero.
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