Mio zio al festival di Sanremo
«Mio cugino Gustavo mi dice che uno dei suoi testi più famosi fu scritto a bordo piscina di un circolo canottieri romano in una manciata di minuti. Ma di quali canzoni stiamo parlando, dunque?»

Il 2026 segna l’arrivo della festività del 4 ottobre per celebrare il santo patrono d’Italia; ma è chiaro che se c’è un santo e una celebrazione che davvero unisce tutto il Paese questo è solo Sanremo, inteso ovviamente come festival della canzone. (È noto altresì a chiunque che la parola festival, che va pronunciata con l’accento sulla e, può subire un’eccezione: è quella che abbiamo per decenni consentito a Pippo Baudo, per meriti acquisiti sul campo: è l’unico ad aver condotto ben tredici edizioni, e tra i pochi a pronunciare festivàl alla francese, con l’accento sulla a).
Nella disfida laica fra questi tre santi nazionali – l’umbro Francesco, il ligure Remo e il siciliano Giuseppe detto Pippo – vorrei inserire come outsider una figura che credo meriti una canonizzazione; se non in senso religioso, almeno nel senso dell’abbonamento Rai: ritengo infatti gli spetti (come da vecchio slogan per promuovere il pagamento del canone tv) un ideale posto in prima fila durante le serate dell’imminente «kermesse canora».
Faccio qui debita ammenda per l’evidente conflitto di interessi, trattandosi di un membro della mia famiglia. Sto parlando del fratello maggiore di mia madre, Verde Edoardo detto Dino, e per me «zio Dino», anche se questo appellativo fa pensare a una familiarità e una frequentazione che – vuoi per questioni anagrafiche (mezzo secolo di distanza) vuoi per l’esplosivo connubio tra la mia insuperabile timidezza in contesto familiare e la leggendaria burberità dello zio in questione – non ci sono, di fatto, mai state.
Rispetto alle sue rarissime apparizioni ai pranzi di famiglia – se scandaglio bene nella memoria ne ricordo al massimo due – ho visto senz’altro più spesso mio zio in tv: specie negli anni della mia adolescenza, quando – dopo una vita professionale dietro le quinte – si lanciò in una rara presenza al di qua della telecamera in quel programma di enorme notorietà che fu Amurri & Verde News, un antesignano nobile di Striscia la notizia e tanti altri notiziari satirici.
Nato nel 1922, aveva esordito sulla carta stampata nell’immediato dopoguerra, in quella fucina di talenti umoristici che è stato il Marc’Aurelio (sulle cui pagine scrivevano fra gli altri Cesare Zavattini, Ettore Scola e Marcello Marchesi – e disegnava vignette Federico Fellini) per poi diventare autore di riviste – intese nel senso di spettacoli teatrali di varietà; anche se negli anni Sessanta, proprio nel tentativo di rivivere quegli anni d’oro del Marc’Aurelio, avrebbe sperperato una fortuna per rilevare una rivista, nel senso stavolta di un mensile satirico: Il Travaso delle Idee, la cui nuova serie dovette però chiudere dopo circa un anno per mancanza di fondi.
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La lettera del direttore Dino Verde ai lettori del Travaso (archivio Verde, foto Marco Cassini)
Dopo quelle prime prove scritte, passò all’orale, iniziando a lavorare per la radio. Esordì come autore radiofonico nel 1948, a venticinque anni, con Non dire quattro!, firmato insieme a Steno (che avrebbe lavorato negli anni a venire in coppia con Monicelli, finendo poi col dirigere in carriera decine di film) e Agenore Incrocci (che con il diminutivo Age firmerà più di cento film, spesso in coppia con Scarpelli). Per la radio, Verde avrebbe sfornato programmi per un trentennio, fino a Settantottissimo, ennesimo titolo di una serie per così dire «superlativa»: Urgentissimo, Cordialissimo, Simpaticissimo, A.A.A. Affaronissimo, Spensieratissimo, Piacevolissimo, La bellissima Epoque, Divertentissimo. Avrebbe usato il superlativo anche per Scanzonatissimo (secondo Wikipedia «il primo vero spettacolo di satira realizzato in Italia») di tale successo da diventare prima un film e poi un longevo spettacolo teatrale. Stesso titolo, stesso cast, stesso autore: sempre lui, mio zio. Un vezzo o un portafortuna, in ogni caso una formula vincente.
Nel frattempo però è arrivata la tv. La sua prima firma televisiva (anche se insieme a ben nove altri nomi) è Mari, monti e fantasia, un varietà del 1954: l’anno stesso in cui quella che era la Rai – Radio Audizioni Italiane prende il nome di Rai – Radiotelevisione italiana e dà l’avvio, alle ore 11 di domenica 3 gennaio, alle trasmissioni del Programma Nazionale. Il Secondo Programma nascerà solo qualche anno più tardi, nel 1961; cosicché nel ’54 l’intera programmazione della tv di Stato è di appena quattro ore al giorno: firmare anche un solo programma significa essere un nome di rilievo nel panorama culturale. E di programmi tv mio zio ne sforna invece a profusione: una lista di titoli che appartengono alla storia dell’intrattenimento leggero nazionale come Canzonissima (altro superlativo, altro successo), Studio Uno, Bambole non c’è una lira, Doppia coppia, Formula Due, G.B. Show. Quest’ultimo, firmato insieme al figlio Gustavo Verde, ancora oggi e da più di cinquant’anni autore per tv, radio e teatro.
È proprio mio cugino Gustavo che ho interpellato – in un piovoso sabato di febbraio in cui il maltempo lo costringe lontano dagli amati campi da tennis – per ottenere prove documentali necessarie alla mia richiesta di canonizzazione di Dino Verde.
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Metto piede per la prima volta nel suo appartamento del quartiere romano di Montesacro: entrando non si può non notare subito una parete interamente occupata da una biblioteca di volumi rilegati, simili a tesi di laurea. Gustavo me li mostra: sono i copioni di tutti i testi scritti da mio zio – alcuni dei quali mai realizzati. Tra le prime cose che mi fa sfogliare c’è un profetico copione teatrale, Hanno rapito il presidente, 1965. Si noti che quell’anno il presidente del Consiglio, di cui nella pièce si favoleggia in maniera satirica l’assai improbabile sequestro, è l’onorevole Aldo Moro. La censura della Democrazia Cristiana e la trascurabile interpretazione di Amedeo Nazzari nel ruolo del «presidente rapito» fanno archiviare ben presto la commedia. Lo spettacolo gli costò un’interpellanza parlamentare per aver osato l’inimmaginabile: che qualcuno potesse mai rapire Moro.

Il frontespizio di “Hanno rapito il presidente”, ottobre 1965 (archivio Gustavo Verde, foto Marco Cassini)
Ma sono qui, alla vigilia del festival di Sanremo, per chiedere notizie in particolare sulle canzoni di Dino.
La prima curiosità è sapere se corrisponde a vero un aneddoto raccontatomi anni fa da mia madre, secondo la quale suo fratello era così veloce a inventare testi dalla metrica e dall’intreccio narrativo ineccepibili che una delle sue canzoni più celebri sarebbe stata composta di getto, solo per poter sfruttare al meglio il tempo residuo di uno studio di registrazione ormai prenotato e già pagato; va da sé che quel testo concepito al volo diventò una delle sue più grandi hit. Gustavo «non conferma e non smentisce», ma offre di rimando il ricordo di un’altra famosa canzone scritta a bordo piscina in un circolo canottieri romano di cui Dino era socio, in una manciata di minuti.
Ma di quali canzoni stiamo parlando dunque?
Gustavo: «Mi ricordo di quella volta, nel ’58 – io avevo una decina d’anni – in cui Modugno venne a casa nostra per far ascoltare a papà una melodia che aveva composto. La canzone precedente di Modugno era stata la hit mondiale Nel blu dipinto di blu, con cui aveva girato tutto il pianeta. Tornava da una tournée negli Stati Uniti e lì, in una stazione ferroviaria, aveva assistito alla scena di addio di una coppia sotto la pioggia, che gli aveva ispirato la musica. Ovviamente ne parlò a Migliacci, l’autore di Volare, ma a lui in quel momento non interessava firmare una canzone d’amore, e così Modugno quel giorno si rivolse a mio padre. Allora non esistevano i registratori portatili, per cui mio padre usò il suo metodo per memorizzare la metrica: diceva ad alta voce dei numeri e si appuntava la sequenza, per poi comporre un testo che avesse quella stessa scansione».
Gli confesso che, senza conoscere questo precedente illustre, è un gioco che ingenuamente credevo d’essermi inventato e che spesso faccio anche io; è il mio modo di cantare sotto la doccia: canticchio una canzone che passa alla radio e di cui non conosco il testo, sostituendo il testo con dei numeri. Per avere conferma di aver capito bene, chiedo a Gustavo: «Quindi per esempio in questo caso sarebbe 18-7, 21-9?» «Esatto, mi risponde: diciotto-sette / ventuno-nove: Ciao ciao bambina, un bacio ancora».
Ecco dunque che, al citare questi versi famosissimi, insieme con le prime reliquie prendono forma anche le motivazioni per cui Verde merita almeno una beatificazione sanremese.
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(foto Marco Cassini)
Ascolto rapito i racconti di mio cugino Gustavo che nel frattempo, a Montesacro, ha stappato una bottiglia di Franciacorta e preparato un vassoio con pizzette rosse e grissini ai semi: «Qualche anno prima, mio padre aveva scritto un’altra canzone per Modugno. Anche allora lui gli aveva fatto sentire una melodia, e cercava una storia ancestrale, c’entrava un fiume che scorreva insieme ai suoi ricordi d’infanzia. Di tutto questo a papà sinceramente non fregava niente, ma soprattutto – sempre grazie al suo metodo dei numeri – spiegò a Modugno che quella metrica sincopata che gli aveva presentato lo avrebbe costretto a scrivere un testo fatto di versi con finali tronchi e si offrì di scrivergli un testo in dialetto napoletano. Il cantante sulle prime si oppose, voleva assolutamente cantare in italiano. Ma poi si lasciò convincere, prima dalla maieutica e poi dalla metrica. E infine quando arrivò il testo gli piacque moltissimo».
E in effetti era un bel 12-3, 6-23: «Resta cu mmè, nun me lassà».
Mister Volare non è il solo a ribellarsi inizialmente alla proposta del dialetto, per poi cedere.
Sofia Scicolone, dopo quello attribuitole all’anagrafe, aveva da poco abbandonato anche il nome con cui aveva interpretato i primi film, Sophia Lazzaro, quando il suo percorso si incrociò con quello di Dino Verde. Ebbe allora l’opportunità di tentare la carriera che da adolescente desiderava ben più di quella attoriale: diventare cantante.
Un altro testo in dialetto, un’altra resistenza, un’altra resa al potere di convincimento del poco più che trentenne Dino. Ed ecco nascere, su musica di Armando Trovajoli, Che m’he ’mparato a ffà. Prima in classifica in Italia per più di un mese, un’infinità di cover tra cui quelle di Patty Pravo, Claudio Villa, Roberto Murolo, Mina.
Direi che ormai si inizia a intravedere chiaramente un’immaginetta sacra con le fattezze di mio zio, quella che lui con un calembour avrebbe potuto definire un “sanDino”.
Nei momenti di sbando dovuti a una possibile estasi mistica, conviene tornare alla concretezza di una fonte autorevole. Il Dizionario Biografico Treccani, nella voce dedicata a Dino Verde, dopo aver citato le due canzoni in dialetto, prosegue:
«Esordi musicali folgoranti per il paroliere partenopeo, seguiti da altri due brani celeberrimi vincitori di altrettante edizioni consecutive del Festival di Sanremo: nel 1959 Piove (ciao ciao bambina) cantata da Modugno e Johnny Dorelli (successo planetario da quattordici milioni di dischi e un film omonimo del 1959); quindi nel 1960 Romantica, musicata e interpretata da Rascel con Tony Dallara. Entrambe le canzoni vinsero anche le successive due edizioni di Canzonissima nel 1960 e nel 1961, un’abbinata mai più verificatasi nei dodici anni di concomitanza delle due kermesse».
Può bastare? Per la beatificazione sanremese, senza dubbio. Per l’ascesa a raggiungere gli altri santi, può tornare utile qualche altro indizio. Per i più miscredenti, proviamo a elencare qualche nome e qualche verso, pescati un po’ a caso dalla sua sconfinata produzione musicale.
«Felicità tà tà / l’accento sulla a», proprio come in festivàl ma soprattutto come nel cognome di Raffaella Carrà, che interpreta il brano; e fa rima pure con la «zebra a pois» cantata da Mina. Due esercizi di stile metanarrativi, il primo col racconto della preparazione a un’esibizione di danza («Laran laran / com’è quel passo là? […] / Io sono qua / l’orchestra c’è / Maestro vai») che riverbera nel secondo, quasi una lezione di songwriting ben presto avvolto in un manto surreale:
«Per comporre una canzone commovente / devi pensare a chi ti fa vibrare il cuore / io l’ho scritta ed è davvero sorprendente / pur non essendo una canzone d’amore. / Dante s’ispirò a Beatrice / chi sarà la nostra ispiratrice? / Mah! / Una zebra a pois / me l’ha data tempo fa / uno strano marajah / vecchio amico di papà».
Alle doti canore di Loretta Goggi è affidato (come sigla di Canzonissima 72) un testo che, sebbene caratterizzato da neologismi onomatopeici per niente facili, vincerà nondimeno il Disco d’oro:
«Che cos’è, Tatarapunzi-è / Non lo so, Taratapunzi-ò / Si saprà, Taratapunzi-à / Se verrai con me te lo spiegherò / Può farti comodo, ti servirà / E quando tu sei giù ti riporta su / Ti fa sorridere pure se non ti va / Tira su, Taratapunzi-ù / Bene va, Taratapunzi-à».
Ma di questa vena onirico-visionaria l’apice è sicuramente un brano del 1961, interpretato dalle Gemelle Kessler, arrivate in Italia quello stesso anno. Anche in questo caso si tratta della sigla di un nuovo programma in prima serata, Studio Uno, ed è la canzone cui maggiormente è legata la fama di Alice ed Ellen, che si trasformerà nella soundtrack di un’epoca. Dopo la strofa iniziale dalle gloriose, azzardate rime
«Hello boys / traversando tutto l’Illinois / valicando il Tennessee / senza scalo fino a qui / è arrivato il da-da-um-pa»,
si arriva al puro non-sense dada con un appropriato tocco di ready-made duchampiano: se un orinatoio può diventare una fontana, un fiore potrà allora ben trasformarsi in una coppa e contenere un drink dagli ingredienti insoliti:
«Con un cocktail di rugiada e gin / dentro il calice di un fior / la fortuna fa cin cin / se le canti il da-da-um-pa».
Quindici anni più tardi, nel 1976, firmando con Maurizio Costanzo ed Enzo Trapani un’altra invenzione preveggente, il programma Rete 3 che ironizzava su un ipotetico terzo canale della Rai (che sarebbe arrivato solo nel ’79) scrisse per Ombretta Colli la sigla di testa dello show, “Luna quadrata”, altro divertissement immaginifico che sovverte i luoghi comuni delle canzoni d’amore:
«Cielo, mi sento dissociata / mi sono innamorata e non connetto più / sento il micino che cinguetta / e innaffia nel giardino le mie mimose blu».
Ma nei suoi testi non si sta in bilico solo sulla corda romantica o sulla corda pazza: c’è spazio per generi e interpreti tanto diversi fra loro quanto l’ammiccante Sylvie Vartan in Buonasera, buonasera
(«Non lo vedi che stasera / è una sera che mi va / che mi va di restare con te / e se tu poco poco / vuoi stare al mio gioco / qualcosa qualcosa avverrà»);
l’emigrante siciliano Franco Franchi coi suoi problemi a farsi capire dall’amata milanese in Ku fu? Ku fu?
(«A te si dice a tia / a mia vuol dire a me / in Santa Rosalia / erre ce ne son tre»);
il calciatore Paolo Rossi (Domenica alle tre, 1980, una dimenticabile performance del futuro Pablito goleador, utile forse a far dimenticare anche che la sua momentanea lontananza dai campi di gioco era dovuta al caso del calcio scommesse) e il rocker Little Tony (Perché mi hai fatto innamorare, colonna sonora di Peggio per te… meglio per me, film di Bruno Corbucci sceneggiato dallo stesso Verde, col cantante nel ruolo di un pilota troppo attratto dalle belle hostess).
Se il Quartetto Cetra, per cui Verde ha firmato una parte consistente del repertorio, è chiamato per lo più a rispolverare nostalgicamente il varietà d’altri tempi, Rita Pavone gli sembrò l’interprete adatta per mettere in scena una sorta di women’s lib ante litteram, già nel 1961:
«Non essere geloso se con gli altri ballo il twist, non essere furioso se con gli altri ballo il rock»
e la variante:
«Non provocar la lite se con gli altri ballo il twist, / Non farmi le scenate se con gli altri ballo il rock: con te, con te, con te che sei la mia passione/ io ballo il ballo del mattone».
E ancora: Fred Bongusto e Romina Power; Nino Manfredi e Claudio Villa; Johnny Dorelli e Massimo Ranieri. Ce n’è per tutte le voci, per tutti gli stili e per tutti i gusti.
Diversi anni dopo averlo conosciuto nella redazione del Marc’Aurelio, l’amico Fellini lo chiamò a scrivere una canzone per la colonna sonora della Dolce vita, su musica di Nino Rota. Se il film di Fellini sintetizza un’epoca (un’epoca di cui Verde in fondo è stato parte, anche se, ricorda Gustavo, «lui era sempre chiuso in casa a scrivere con la sua Lettera 22»), la canzone sintetizza a sua volta il film paradossalmente quasi meglio del film stesso – dagli splendori iniziali alle miserie finali. L’incipit è scintillante:
«Questa strada sembra finta e dipinta da Renoir / sembra un lembo di Manhattan ed un poco di boulevard / quando è notte ha più voci ha più luci di Broadway / qui la luna sembra giada / dolce strada dolce strada») passando per uno scorcio decadente («Quanta gente disperata / sta in vetrina nei caffè / c’è l’attrice sorpassata / e un grassone che era re / il gran sarto con l’amico / sono pronti a sorseggiar / una vita dolce e scialba / fino all’alba») per arrivare all’epilogo amaro: «Quando il sole è più vicino / e ritorna la realtà / si fa vivo il netturbino / vero re della città / spazza i sogni e le cartacce / fischiettando se ne va. / Ecco dove sei finita / dolce vita».
Alla luce di cosa il film di Fellini ha significato e continua a significare, ormai due terzi di secolo dopo la sua realizzazione, questa sorta di sua versione in nuce acquista forse ancor più valore oggi che nel momento in cui Verde la scrisse.
Per dare l’idea della sua sempreVerde attualità, il brano nella sua interpretazione ormai classica di Katyna Ranieri ha avuto recente rilancio in uno spot televisivo per la Nuova 500 Fiat/Stellantis, interpretato da Leonardo DiCaprio.
Nel 1985 gli fu attribuito il Premio di poesia Il fiore, un piccolo riconoscimento nel cui albo d’oro figurano però alcuni tra i maggiori poeti italiani: Maria Luisa Spaziani, Mario Luzi, Dario Bellezza, Valentino Zeichen. L’incipit della poesia letta da Dino Verde la sera della premiazione riassume il suo spirito divertito e irriverente, con cui in quel contesto riuscì a irridere sia il fiore che dà il titolo al premio sia lo stesso atto poetico:
«Io non sono un poeta che ha sognato / amo la concretezza in ogni cosa, / mi piace più l’odore del brasato / che il profumo prezioso di una rosa».
Abbiamo trovato così anche l’ideale preghiera che possa figurare sul retro del santino laico di San Dino Verde: una santità terrena ed elegante, spiazzante e ironica che, in questi tempi in cui ce n’è un gran bisogno, potrebbe fare miracoli.
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