Cosa si perdono i bambini senza la neve
I giorni di scuole chiuse e giochi per strada sono sempre di più un ricordo in Italia, ma erano occasioni importanti

Tra le installazioni allestite in giro per Milano in occasione delle Olimpiadi, una sotto ai grattacieli della zona City Life permette di scendere una breve rampa sopra un ciambellone gonfiabile, a simulare un pendio innevato. Oggi un’attrazione del genere sarebbe pensabile solo con la neve artificiale, ma a un paio di chilometri di distanza, sul Monte Stella, una montagna artificiale alta 50 metri, scene del genere sono state a lungo comuni nei giorni di neve d’inverno.
Assieme alle conseguenze ambientali, economiche e sociali del cambiamento climatico, che sta riducendo drasticamente i giorni di neve nelle città italiane, ce ne sono anche di culturali. E una di queste è che i bambini hanno sempre meno occasione di giocare per strada nei giorni di neve: le nevicate lunghe giorni, le scuole chiuse, i pupazzi e le battaglie di neve, che un tempo erano esperienze a cadenza quasi annuale per i bambini del Nord Italia, sono ormai eventi eccezionali come lo sono state storicamente per i bambini del Sud.
A Milano l’ultima volta che si è fermata la neve dopo una nevicata risale al dicembre del 2020, in precedenza era successo nel marzo del 2018, ma salvo alcune brevi spolverate l’ultima vera grande nevicata risale al febbraio del 2013. A Torino a inizio febbraio si è fermata la prima neve dopo 1.145 giorni, una pausa che secondo il meteorologo di Rai Piemonte Andrea Vuolo non si verificava dal 1865. I centimetri di neve che hanno imbiancato le strade di Bologna la scorsa Epifania non si vedevano dal dicembre del 2020.
Non esistono dati in grado di documentare con completezza la diminuzione degli accumuli di neve nelle città italiane, ma che siano in grande diminuzione è osservato da chiunque abbia vissuto gli inverni novecenteschi, quelli in cui sono ambientati i ricordi di esperienze infantili che stanno scomparendo dalla cultura popolare italiana. Anche se le nevicate più abbondanti provocavano anche disagi tra traffico, incidenti, guasti e cedimenti vari, «oggi prevale un ricordo nostalgico dell’evento. Proprio perché per molti fu invece l’ultima occasione per provare un certo tipo di spensieratezza», racconta lo scrittore Arnaldo Greco, che insieme a Pasquale Palmieri ha scritto il libro La nevicata del secolo, su quella che ricoprì le città di tutta Italia nel 1985, ancora oggi leggendaria.
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Le giornate di neve sono storicamente occasioni attorno alle quali è stato normale costruire ritualità famigliari varie e consolidare rapporti tra genitori e figli, tra fratelli e sorelle o tra compagni di scuola, attraverso una sorta di sospensione della routine e delle normali regole sociali.
Sono da sempre momenti di esplorazione e di espressione creativa, nonché occasioni in cui è socialmente più accettato e incoraggiato che i bambini giochino per strada. Un’attività che è in diminuzione almeno nei paesi più ricchi per via di diversi fattori, riconducibili all’aumento dei pericoli percepiti e al desiderio di maggiore controllo e presenza dei genitori, ma che comporta una contrazione delle occasioni di socialità e di esperienza con vari aspetti del mondo fisico, in favore di quello virtuale.
Melanie Killen, professoressa di sviluppo umano e metodologia quantitativa presso l’Università del Maryland, negli Stati Uniti, ha spiegato a Vox che le attività che si fanno in un giorno di neve sono tra le principali occasioni di sviluppare la cognizione sociale, l’insieme dei processi con cui le persone interpretano i propri comportamenti e quelli degli altri.
Non è peraltro solo la diminuzione dei giorni di neve, a indebolire questo bagaglio di esperienze per i bambini, ma anche la diffusione della didattica a distanza. Un paio di anni fa si discusse di una frase del sindaco di New York Eric Adams che, annunciando la prosecuzione online delle lezioni in occasione di una chiusura per neve delle scuole, disse: «dobbiamo diminuire al minimo possibile i giorni in cui i bambini stanno a casa a fare pupazzi di neve, come feci io».
Il valore educativo della noia e dei giochi solitari è sempre più sottolineato dagli esperti di psicologia infantile, in contrapposizione all’eccesso di stimoli offerto dall’intrattenimento digitale. Ma nel caso dei giorni di neve le occasioni educative sono anche altre. Secondo Killen, consentono ai bambini di sperimentare un tipo di apprendimento diverso da quello che viene impartito in classe, ma ugualmente fondamentale. Essere colpiti da una palla di neve è una lezione sulla densità, scivolare su uno slittino è un esperimento sull’attrito, fare un pupazzo di neve sull’equilibrio.
Le giornate di scuole chiuse sono più comuni oggi per gli eventi meteorologici estremi, come alluvioni e nubifragi, associate quindi con facilità a ricordi traumatici o comunque spiacevoli, a differenza di quelle che venivano decise in caso di grosse nevicate e che per la maggior parte dei bambini significavano giornate di giochi all’aperto.
La stessa associazione tra le festività natalizie e la neve, per molte persone storicamente tra le condizioni di maggiore comfort e felicità, è veicolata sempre di più da prodotti culturali più che dall’esperienza reale. I film natalizi, i testi delle canzoni e le pubblicità sfruttano ancora oggi questa associazione e questo contribuisce in realtà a dare l’illusione che le nevicate siano più comuni di quanto non siano in realtà.
«Le persone tendono a ricordare quel Natale innevato e a dimenticare che gli anni prima e quelli dopo c’erano stati molti Natali senza neve», ha spiegato David Robinson, climatologo dello Stato del New Jersey.
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L’assenza della neve nelle città comporta anche un allontanamento dei bambini dai giochi che si fanno sulla neve – i più tradizionali come lo slittino, la paletta per scivolare dalle collinette e lo snowtubing con la ciambella – e di conseguenza anche dagli sport invernali, sempre di più un lusso che la maggior parte delle persone non si può permettere.
Sobbarcarsi i costi per raggiungere una località sciistica, noleggiare o acquistare l’attrezzatura sportiva, ed eventualmente far seguire ai bambini i corsi per imparare a sciare è diventata un’attività progressivamente più eccezionale e a cui hanno accesso sempre meno bambini. «Ho speso un sacco di soldi per pantaloni da neve e calze pesanti che però potremmo non avere occasione di usare di nuovo, prima che ai miei figli non stiano più perché sono cresciuti», ha scritto la redattrice del Washington Post Alyssa Rosenberg. Oggi non sarebbe possibile, per dire, che un paio di doposcì diventi una calzatura popolare e trasversale come successe negli anni Settanta ai Moon Boot.
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