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  • Venerdì 13 febbraio 2026

C’è da preoccuparsi per il trapianto di cuore sbagliato a Napoli

Per il bambino che l'ha subìto, ma anche perché gli errori commessi rischiano di compromettere la fiducia nel sistema dei trapianti

un'operazione chirurgica
(Cesar Badilla Miranda/Unsplash)
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Il 23 dicembre scorso un bambino di poco più due anni aveva subìto un trapianto di cuore all’ospedale Monaldi di Napoli. Ma soltanto la scorsa settimana, quindi un mese e mezzo dopo il trapianto, i genitori hanno saputo che il cuore trapiantato al figlio era stato danneggiato in modo irrimediabile prima ancora di entrare in sala operatoria. Lo hanno scoperto leggendo Il Mattino, il primo giornale a pubblicare la notizia. I chirurghi che avevano eseguito il trapianto si erano limitati a dire due cose: che l’intervento era andato male e che il bambino sarebbe rimasto in coma farmacologico in attesa di un nuovo cuore. Ma c’era molto altro da dire, e non solo ai genitori.

Per esempio, i chirurghi dovevano dire subito con precisione cosa era successo nel trasporto dell’organo, se c’erano stati dei problemi e se le procedure erano state seguite in modo rigoroso, come prevedono i protocolli nazionali. Soltanto ora, invece, sono emersi errori e mancanze che rischiano di compromettere non solo la vita del bambino, ma anche la credibilità di un sistema complicato e delicato com’è la gestione dei trapianti in tutta Italia.

Il bambino stava aspettando il cuore da poco dopo la nascita, quando i medici gli avevano diagnosticato una cardiomiopatia, una grave malformazione cardiaca che riduce l’efficienza del cuore. Fino al trapianto aveva vissuto a casa con i genitori grazie a una terapia farmacologica. A causa delle condizioni di salute molto precarie era stato messo in cima alla lista di attesa dei trapianti gestita a livello nazionale. In questi casi i tempi di attesa sono lunghi perché bisogna trovare un donatore con lo stesso gruppo sanguigno e soprattutto dal peso simile.

A dicembre finalmente era stato trovato, grazie alla donazione concessa dai genitori di un bambino annegato in una piscina comunale in provincia di Bolzano.

Il protocollo nazionale stabilisce che il prelievo – la procedura con cui viene rimosso l’organo dal donatore – venga eseguito da un gruppo di chirurghi dell’ospedale dove verrà eseguito il trapianto. Il gruppo deve raggiungere il donatore, prelevare l’organo e trasportarlo nel più breve tempo possibile all’ospedale dove è ricoverato il ricevente. L’organo viene impiantato al ricevente da un altro gruppo di chirurghi che ricevono informazioni dai colleghi. 

Il trasporto è molto delicato. Il metodo più usato in Italia prevede di infondere nel cuore una soluzione chiamata cardioplegica, che riduce al minimo il metabolismo delle cellule. Il cuore viene poi inserito in tre sacchetti sterili, messo in un contenitore apposito e mantenuto a una temperatura di 4 gradi. Per tenerlo freddo si usa del normale ghiaccio tritato, non a contatto diretto con l’organo.

Dalle informazioni avute finora è emerso che il trasporto era stato fatto con ghiaccio secco, ovvero anidride carbonica allo stato solido, che raggiungendo una temperatura di circa -78 °C ha danneggiato irrimediabilmente il cuore. Non si sa se sia stato usato ghiaccio secco per via di un malfunzionamento del contenitore oppure per altre ragioni. Al momento dell’impianto erano state notate lesioni di colore biancastro, probabilmente ustioni da freddo causate dal contatto con il ghiaccio secco, non previsto dai protocolli. Ma non è l’unico errore che sarebbe stato commesso.

I protocolli prevedono che prima di iniziare il trapianto vero e proprio il paziente venga fatto addormentare, poi il torace venga aperto e vengano isolati i cosiddetti grandi vasi, l’aorta e le vene cave. Una delle fasi più delicate è il collegamento a una macchina per la circolazione extracorporea (CEC) che pompa il sangue al posto del cuore e lo ossigena artificialmente.

I chirurghi possono iniziare le fasi preliminari quando il cuore nuovo è già arrivato in ospedale oppure quando si sa che l’arrivo è imminente, e quindi il rischio di danneggiare l’organo è minimo. I tempi sono molto stretti, perché non devono passare più di 6 ore tra il prelievo e il trapianto, ma in qualsiasi caso il cuore malato può essere tolto solo quando il cuore donato è fisicamente presente in sala operatoria e soprattutto giudicato sano dal chirurgo che eseguirà l’operazione. La valutazione si basa soprattutto su colore, temperatura e consistenza.

Come ha ricostruito il Post, all’ospedale Monaldi di Napoli c’è stato un problema proprio in questa fase. Se un organo presenta danni evidenti – come in questo caso – le operazioni preliminari non possono superare una sorta di punto di non ritorno che inizia nel momento in cui viene avviata la CEC. Invece l’operazione è andata avanti: il cuore malato è stato rimosso e i chirurghi hanno impiantato al bambino il cuore danneggiato.

La procura di Napoli ha aperto un’inchiesta e ha indagato sei persone tra medici e infermieri, accusate di lesioni gravissime. Gli investigatori dovranno ricostruire con precisione ogni passaggio e ogni decisione presa.

Nei giorni scorsi, dopo la diffusione della notizia, l’azienda sanitaria ha sospeso il programma di trapianti pediatrici. Da oltre 50 giorni il bambino è ricoverato in terapia intensiva in attesa di un nuovo trapianto, collegato a una macchina chiamata ECMO, che sostituisce il cuore grazie alla circolazione extracorporea del sangue. Ma più passa il tempo e più gli altri organi si deteriorano, quindi le sue condizioni continuano a peggiorare. Il tempo medio di attesa di un cuore per un bambino di poco più di due anni è 3,5 anni.

«Secondo il parere del nostro medico legale, il bimbo presenterebbe una condizione clinica che lo renderebbe ormai inabile al trapianto», ha detto l’avvocato Francesco Petruzzi, legale dei genitori del bambino. «Abbiamo intenzione di chiedere alla direzione sanitaria dell’ospedale Monaldi un parere terzo, al Bambin Gesù, sulla condizione di trapiantabilità del piccolo».

– Leggi anche: Come l’ECMO sta ridefinendo il concetto di morte

In Italia i protocolli per la gestione dei trapianti di organi sono molto rigidi, parte di un sistema collaudato che consente di eseguire oltre 4.000 interventi all’anno. Nel 2024 sono stati fatti 4.619 trapianti, di cui 414 di cuore. I trapianti di cuore ai bambini sono circa 30 all’anno. Dal 2002 al 2025 sono stati fatti oltre 83mila trapianti. Una piccola parte degli interventi non va a buon fine, ma è la prima volta che si verifica una catena di problemi così grave, a cui si aggiungono ritardi nelle comunicazioni da parte dell’ospedale.

Il sistema si basa sulla fiducia delle persone, perché i trapianti possono essere eseguiti solo grazie alle donazioni.

Il consenso o l’opposizione alla donazione possono avvenire principalmente in due modi. Il primo riguarda le persone che muoiono in ospedale, soprattutto nei reparti di terapia intensiva: medici specializzati hanno il compito di parlare con i famigliari e informarli della possibilità di consentire la donazione degli organi.

Il secondo modo per dichiarare la propria volontà di donare o di opporsi alla donazione degli organi avviene in vita, rinnovando la carta di identità. Questa possibilità viene garantita dal 2015 e da allora ha consentito di inserire quasi 24 milioni di dichiarazioni di volontà nel sistema informativo trapianti. Un altro modo per dare il proprio consenso è iscriversi all’AIDO, l’associazione italiana della donazione di organi. Complessivamente in questo momento nel sistema informativo dei trapianti sono depositati 25,5 milioni di dichiarazioni: quasi 16 milioni di consensi, 1,5 milioni di iscrizioni all’AIDO e 8 milioni di opposizioni.

Negli ultimi anni c’è stato un aumento delle opposizioni considerato molto preoccupante dal centro nazionale trapianti. Spesso la decisione di opporsi viene presa senza avere la piena consapevolezza, perché viene dichiarata nell’atto del rinnovo della carta d’identità attraverso un modulo presentato senza preavviso e con pochissime informazioni. Ma hanno un peso anche le scelte ragionate, risultato di un confronto con i familiari o di informazioni lette sui giornali e in rete.

Negli ultimi anni il centro nazionale trapianti ha provato a indagare a fondo le ragioni delle opposizioni, per studiare poi nuovi modi per guadagnare la fiducia delle persone, perché senza organi donati si fanno molti meno trapianti (un solo donatore può aiutare fino a sette persone, che diventano addirittura nove se polmoni e fegato vengono suddivisi tra più riceventi) e vengono salvate meno persone. Un caso eccezionale come quello di Napoli è preoccupante proprio per questo motivo: generando dubbi sulla sicurezza del sistema rischia di compromettere una fiducia costruita in decenni.